Se Stefano Benni è uno degli autori che preferisce, nel regista Giorgio Gallione ha trovato una «figura artistica speciale con cui confrontarsi - e anche scontrarsi». E poi il palcoscenico è dove torna sempre «con grande serenità» perché l'appassiona moltissimo ed è lì, secondo Ambra Angiolini, che «si fa il lavoro vero».
Così mercoledì 13 gennaio 2010 la vedremo sul palco della Sala Mercato del Teatro Modena (ore 21, repliche fino al 21 gennaio) per la prima volta unica interprete impegnata nel monologo ironico, surreale e densissimo di tematiche e spunti dal titolo La misteriosa scomparsa di W, nuova produzione dell'Archivolto.
Se nell'immaginario di molti Ambra resta legata a quegli scoppiettanti, discussi e precocissimi esordi in TV guidata da Gianni Boncompagni, nella realtà la conduttrice televisiva, cantante, attrice e conduttrice radiofonica, dopo un percorso coraggiosamente eterogeneo, ha intrapreso negli anni scelte sempre più selettive costruendo un profilo che di recente l'ha portata a ottimi risultati per esempio nel cinema in Saturno contro (regia di Ferzan Ozpetek, 2007) per cui si è meritata il David di Donatello e il Nastro d’Argento.
Su questi successi tuttavia Ambra è guardinga: «conosco il mio paese e in queste occasioni mi chiudo abbastanza a riccio. So che sono momenti che hanno effetti boomerang, creando aspettative gigantesche e pesanti che non voglio più portare. Nel momento in cui i riconoscimenti arrivano ovviamente sono felice, ma non mi piace che ogni cosa racconti ciò che è già stato. Preferisco andare avanti e lavorare, provarmi».
Guidata dalla regia di Giorgio Gallione, con cui lavora per la prima volta, in teatro Ambra è chiamata a interpretare "una donna qualsiasi, di nome V - come si legge nella presentazione - nata un giorno qualsiasi in modo funambolico" anche se - a leggere uno stralcio del testo - la nascita ha del miracoloso.
«V è tutto fuorché una donna qualunque. Direi che è una donna molto speciale, perché una qualunque farebbe molta fatica a mettere in piazza i suoi dolori e le sue emozioni. Lei invece è straordinaria perché perde il senno ma riesce comunque ad accompagnare gli spettatori all'apertura di tutti i suoi organi. Non accetta mediazioni tra orrori e meraviglie della vita e questo grazie a un grande coraggio e a un'altrettanto incredibile sensibilità. Alla fine viene voglia di portarsela a casa perché quello che arriva è soprattutto la sua passionalità».
Il doppio vu (W) che ha perso, e che va dal coniglietto Walter, al nonno Wilfredo, dalla compagna di scuola Wilma al fidanzato Wolmer, è l'altro in cui riconoscersi, per cui esistere, attraverso cui amare e odiare. E per Ambra chi è questo doppio vu? «Rappresenta ciò che lei vorrebbe essere, una donna completa e capace, ma anche quell'opportunità da non perdere che ti sfuma tra le mani e brucia. È una metafora gigantesca del suo essere: lei è un semplice vu e non una vu doppia. È la sfida a far star bene l'io sano con l'altro: arte di pochi, ma lei almeno ci prova e per questo ha la mia stima e ammirazione».
In questo personaggio, per altro, Ambra Angiolini si riconosce molto in alcuni atteggiamenti anche estremi che vanno verso la rottura della cortine delle ipocrisie e del buonismo e l'idea che sia necessario agire perché anche l'operato di pochi può cambiare e molto le cose. «Appartengo alla scuola di pensiero che si può sempre fare la differenza anche agendo da soli. Insomma non mi piace e non sto a guardare. Poi certo io non ho e non sono la soluzione, che resta nelle mani di altri che dovrebbero darci l'opportunità di vivere più serenamente. Ma io ho ben presente il da fare forse anche perché ho due bimbi piccoli (Jolanda e Leonardo, avuti con il compagno cantante Francesco Renga, con il quale attualmente convive a Brescia, ndr) e vorrei potergli dare gli strumenti per affrontare le difficoltà».
Su una scena nuda e astratta (di Guido Fiorato) sarà Ambra a creare un mondo di oggetti e figure. «Dentro questo spettacolo trovano un senso le mie innumerevoli esperienze, anche cose che ho fatto non belle. C'è la Tv, la radio, la danza, il cinema, il teatro ovviamente per cui potrebbero trovar pace tutta una serie di percorsi che insieme non avevano ancora mai trovato espressione. Senza un percorso come il mio forse sarebbe stato più difficile, anche perché il testo va molto pensato e capito altrimenti rischia di restare sterile, un mero virtuosismo letterario. Vu infatti non è solo narratrice, ma deve scatenare scenari e emozioni altrui. All'inizio la scena mi aveva molto colpito perché non c'era nulla, oggi penso sia l'unica possibile. Tutto quello che succede in scena, succede dentro Vu quindi la scena non deve essere connotata per poter essere da lei pienamente abitata. Una recitazione che chiede molto al corpo e dove il corpo deve in qualche modo aderire allo spazio acido e non proprio rassicurante che si trova a vivere».
E Stefano Benni? «Non l'ho mai incontrato e ammetto di nutrire nei suoi confronti un certo timore, come verso molti dei miei maestri. Il suo è un testo molto denso che va studiato tanto per i molti livelli di significato che prevede e che come interprete devi incamerare. Propone un percorso unico perché molteplice e ogni parte è importante e stimola 6/7 pensieri alternativi. Non è stato sempre facile anche perché con un testo così ti rivolgi spesso alla regia per capire e fare domande, ma con Giorgio Gallione ho dovuto costruire tutto da zero, non conoscendoci. Alla fine la chiave è stata fidarsi, abbassare la testa e fare entrare i ragionamenti degli altri, un atteggiamento che spesso nella vita - umanamente - mi ha portato bene. Gallione è stata una figura a momenti anche difficile, ci sono state discussioni anche forti, ma alla fine è stato amore. Insomma un'ottima guida e non lo dico per dire, piuttosto nicchierei. Rassicurante e speciale che mi ha già lasciato qualcosa da portarmi a casa».