«L'Apocalisse è un grande simbolo universale, anche se riceve talvolta nomi differenti»: ha esordito così Monsignor Gianfranco Ravasi, vescovo e 'ministro della cultura' della Chiesa Cattolica, ospite d'onore giovedì 14 gennaio 2010 di Apocalisse: il senso della fine, giornata dedicata al testo dell'Evangelista Giovanni, che chiude la Bibbia.
Organizzato in collaborazione con l'Università di Genova e la professoressa Sandra Isetta, l'evento ha visto la partecipazione di altri relatori quali Luigi Franco Pizzolato (Università Cattolica di Milano), Lucetta Scaraffia (Università La Sapienza) e Giovanni Maria Vian (direttore dell'Osservatore Romano).
In apertura, il padrone di casa Luca Borzani ha rivolto un saluto ai molti che affollavano - seduti non solo sulle sedie, ma anche sul pavimento e in piedi verso il fondo - il Salone del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, rivolgendo anche un pensiero all'ecatombe che due giorni fa ha colpito Haiti, rendendo il tema tristemente vivo.
Indipendentemente da come si possa pensare e vivere la religione e la fede, ascoltare Gianfranco Ravasi è ogni volta un piacere e un arricchimento. Anche perché, oltre alla cultura smisurata che possiede, l'attuale Presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura è anche dotato di un'impressionante, quasi magnetica, capacità oratoria (fatto non proprio comune oggi, neppure tra gli alti prelati e gli uomini di chiesa in generale): ha parlato per un'ora esatta, citando a memoria interi passi delle Sacre Scritture ma anche autori non propriamente amici della Chiesa; e, naturalmente, non ha seguito alcuna traccia scritta nella sua lectio magistralis, riscuotendo alla fine lunghi applausi.
Il suo è un linguaggio forbito ed estremamente comprensibile ad un tempo. Ravasi apre salutando e ringraziando Borzani, suggerendo come epigrafe agli incontri promossi dalla Fondazione un bel pensiero di Popper: «non credo all'opinione diffusa che allo scopo di rendere feconda una discussione coloro che vi partecipano debbano avere molto in comune; al contrario credo che più diverso è il loro retroterra, più feconda sarà la discussione. Non c'è nemmeno bisogno di un linguaggio comune per iniziare: se non ci fosse stata la torre di Babele, avremmo dovuto costruirne noi un'altra».
Poi comincia la lezione vera e propria, un viaggio tra la Babele descritta dalla Genesi e dal profeta Isaia e quella descritta da San Giovanni: «nella Bibbia la diversità è un grande valore che deve però stare in armonia nella libertà: noi diremmo, in linguaggio moderno, nel dialogo. Perché? Basta leggere - ha spiegato Ravasi - il capitolo che nel libro della Genesi precede quello di Babele: una lista ininterrotta di popoli, una sorta di arazzo multicolore che rappresenta le diversità tra le nazioni: è l'armonia nella diversità, che conserva le distanze e le differenze, ma che costituisce il baluardo contro la tentazione dell'uniformismo e del duello».
Ravasi ha poi citato i riferimenti all'Apocalisse nella storia dell'arte: i dipinti di Bosch, i film di Bergman, di Bunuel, i testi di Kafka, Borges, ma anche in senso più lato Apocalypse now di Coppola la celebre scena della danza degli elicotteri. «L'Apocalisse - ha proseguito Monsignor Ravasi - vuole costringerti a guardare il male, che è tanto, e ha intriso e intride la storia dell'uomo. Babele è la grande imperatrice della storia, anche se il senso più vero dell'Apocalisse è contenuto nei suoi due ultimi capitoli: sono essi il vero centro. In un certo senso è un libro sghembo, con i primi 19 capitoli dedicati all'avvento del male, e solo gli ultimi a quello del bene e della luce, esattamente come squilibrata è la storia, che è contraddistinta in maniera molto più incisiva dalla presenza del male e vede la presenza del bene criticamente celata nelle pieghe, ma in realtà è lì che si annida la forza vera della storia, e l'ultima parola, il fine della storia stessa».
Il finale è dedicato al grande regista Andrej Tarkovskij, che avrebbe voluto girare il suo ultimo film proprio sull'Apocalisse: «io considero l'Apocalisse, con Babele così incombente, e con Gerusalemme così apparentemente emarginata, come il racconto del nostro destino: è sbagliata l'idea che il nostro destino abbia solo l'idea della punizione sopra di sé, come apparentemente sembra se leggiamo i primi 19 capitoli del libro. La cosa più importante è invece la speranza».
E allora, conclude con un sorriso Ravasi, ecco l'invito a rileggere il libro dell'Apocalisse per schierarci senza esitazione «dalla parte dei perdenti, secondo i libri di storia, cioè dalla parte di Gerusalemme; e senza lasciarci attrarre dal fascino onnipotente, glorioso e grandioso di Babele, proprio perché l'Apocalisse ci dice che questo fascino è un fascino fasullo». Chiusura di grande effetto lasciata alla penna di Victor Hugo: «ogni uomo ha dentro di sé la sua Patmos e la sua Apocalisse. È libero di recarsi su quello spaventoso promontorio dove andò Giovanni, assediato dalle tenebre: ma là, su quel promontorio, si è in attesa della luce e dell'alba».