Le domeniche uggiose creano condizioni ideali per fruire dell'arte soprattutto a vantaggio di quegli animi meteoropatici che, perlomeno, si possono godere un'oretta di svagato tepore nella gabbia di pietra di un castello cinquecentesco, chiudendo fuori il maltempo. L'occasione è la quarta edizione di Rapallo Fotografia Contemporanea. Il modulo organizzativo prevede i contributi di sette giovani emergenti affiancati da un nome di fama internazionale, che quest'anno si confrontano sulla tematica Custodire la memoria (nonostante tutto) (www.rapallofotografiacontemporanea.it).
Special guest è Takashi Homma (Tokyo, 1962), le cui undici opere, realizzate nel 2009 e allestite nella sala al primo piano, aprono l'esposizione. Su ampi pannelli bianchi un poco emaciati si stagliano vedove (anziane, per lo più), in ritratti quasi da camposanto alternati a rigogliosi paesaggi della riviera, secondo un immaginario essenziale e impietoso che procede tra una foto da turisti in vacanza e un'altra in cui la vetustà corporea è messa a dura prova: le signore compaiono in tutta la loro perfetta umana imperfezione, incorniciate in inquadrature monche, la messa a fuoco decentrata su un particolare secondario. Senza dimenticare squarci ben calibrati sull'ordinarietà degli interni abitativi, scene di vissuto quotidiano (un tavolo, un quadro, una sedia, un frigorifero, una tovaglietta illustrata, un opuscolo, un gruzzolo di farmaci).
Già duramente messa alla prova dall'estro affilato del fotografo giapponese, salgo al piano superiore, regno incontrastato degli emergenti. Mi imbatto dapprima nel lavoro di Martina della Valle: Under the sun of Onomichi. Dodici quadrettini incorniciano altrettante cartine (cianografiche!) di varie sfumature sul blu; a sinistra uno schermo riporta il video-documento della fase creativa: i fogliettini componevano un insieme successivamente fatto scoppiare in aria con un colpo di mano (immediato e colorito) dal suo creatore, il Maestro degli Origami. Quest'anno l'oriental è decisamente à la page.
Segue, secondo uno sviluppo antiorario del percorso espositivo, Just born! del torinese Luigi Gariglio. Tre marmocchi urlanti appena sfornati, testa grossa, pelle raggrinzita e arti rattrappiti. Tutti muniti di candido braccialetto plasticato al polso e con i genitali in primo piano. La mia attenzione per il cordone ombelicale reciso di Filippo risulta venata da una musica inconfondibilmente conosciuta, tanto che è bastata una frazione di secondo perché il velo di Maia si scoprisse.
Flashdance! Ecco il filo conduttore sonoro del lavoro di Moira Ricci, Ora sento la musica, chiudo gli occhi, sento il ritmo che mi avvolge, fa presa nel mio cuore, spezzoni dei saggi di ballo dell'artista infante, omaggio ai desideri della madre di incarnare nella figlia le sue aspettative di ballerina. Amarcord privato. Tuttavia avrei preferito un buon vecchio the time of my life.
Mirko Smerdel propone invece una serie di foto anonime combinate manualmente in un gioco di sovrapposizioni e intersezioni che sono nel contempo testimonianza di memoria e traccia narrativa. Via libera alle interpretazioni.
Visione più intimistica e privata ne Il matrimonio di Giovanna della genovese Enza Di Vinci. L'artista racconta vicissitudini della sua famiglia negli anni Quaranta attraverso una piccola foto ingiallita del parentado, pasticciata dal tratto di una biro blu. Le vie dell'Arte sono infinite e spesso misteriose.
Paesaggi quali custodi di armi e persone, l'oggi quale rimando in stile pittorico dell'ieri, sono i soggetti del vivido progetto di Giorgio Barrera, Campi di Battaglia 1848-1867. L'essenza è documentata con l'assenza: la natura è muta testimone delle guerre di Indipendenza del Risorgimento.
Per concludere, il grande lightbox di Laura Cantarella, Etna, in cui i cambiamenti traumatici dell'ambiente danno vita a nuovi volumi, contorni, definizioni. Qui, Il fuoco forgia e la lava rimodella; la retroilluminazione risalta, distingue i diversi elementi cromatici e conferisce un carattere surreale alla composizione, inserendola oltre il tempo e lo spazio.
Satolla di cotanta cultura e atterrita da nuova consapevolezza, sentivo il cervello confuso ma denso di nuovi stimoli. Era il mio momento creativo. Mi sono seduta in un bar e ho ordinato un grande e grosso bignè al cioccolato.