La vasca genovese prende ad animarsi grazie al popolo impiegatizio che inizia a sciamare via dagli uffici. Sono un po' in anticipo sull'ora dell'aperitivo serale quando mi siedo al banco di un baretto nascosto in una traversa di via XX Settembre e ordino un pastis. Il barman, un trentenne di bell'aspetto vestito sobriamente ma con buon gusto, biondo, occhi scuri, sguardo diretto, mi serve l'estratto di anisetta con modi molto cordiali, scambiando con me qualche battuta sulle imminenti elezioni politiche: una conversazione breve, la nostra, ma tutt'altro che scontata. Quando resto solo, all'inizio colgo brani delle discussioni degli altri avventori ma ben presto finisco per estraniarmi ed immergermi nei miei pensieri.
Sono a Genova per la presentazione di un libro, Diario di una coppia di scambisti, di Filomena Marangolo, una delle punte di diamante della letteratura erotica italiana al femminile. Ad attrarmi è stato il ricordo di certe fantasie scaturite nella mia mente in certe notti australiane passate a leggere alcuni dei lavori precedentemente pubblicati dalla scrittrice bolognese. A spingermi ad interrompere certe scorribande ponentine, oltre all'attrazione morbosa che l'erotismo esercita su di me, è stato un breve e conciso sommario del diario-romanzo in questione, propostomi da un'amica che ho in comune con l'autrice.
Ludmilla Gattarelli, che ha già letto il libro perché stasera lo deve presentare al pubblico, giorni fa mi diceva che tra le pagine ha colto una visione disincantata, seppure a tratti poetica, della pratica dello scambio sessuale del partner. Uno scambio che non è più solamente una mera ricerca di emozioni forti, di orgasmi di un'intensità a volte ormai quasi dimenticata, di sistematica contrapposizione alle morali predeterminate, ma che viene proposto anche come strumento di ricerca interiore, come ineluttabile presa di coscienza e, nel caso specifico, di eliminazione di quelle pulsioni deleterie, distruttive, prima fra tutte la possessività, che nulla hanno da spartire con l'amore e con le quali la coppia generalmente si confronta una volta che l'idillio chimerico dell'innamoramento è superato e la realtà torna a mostrarsi in tutta la sua ovvietà.
A quel punto c'è chi, e sono parecchi, scivola lentamente in una quotidiana abitudine che sa di rimpianto; c'è chi si consola dalla delusione singolarmente e di nascosto e c'è infine chi invece il fosso decide di saltarlo mano nella mano, apertamente, confrontandosi con le proprie debolezze, i dubbi, i timori e cerca così di riavviare una dinamica di coppia ormai quasi del tutto esaurita, di ricostruire, se mai c'era stata in precedenza, una complicità. Ce n'era abbastanza per sorprendersi, per porsi parecchie domande, per incuriosirsi, in una sera di inizio febbraio.
Dopo aver salutato Ludmilla, quella stessa notte ritornai in Riviera e mi rifugiai sui comodi divanetti del Menestrello: un po' di musica, pensai, ed un paio di gin e tonica per rilassarmi e sentir scemare la tensione che certe ipotesi, con i dubbi e le paure che si portano dietro, mi facevano montare dentro. Il locale era popolato, l'atmosfera ridanciana, la musica, dal vivo, gradevole: un misto di revival italiano e cover anglo-statunitensi. Dopo un po' ebbi l'impressione che qualcuno mi stesse osservando: approfittai di una pausa nella conversazione con Chicco, il barman, per appoggiare il bicchiere e voltarmi con lentezza verso la sala per iniziare il mio giro visivo di perlustrazione.
Qualcuno ballava, qualcuno parlava sorseggiando una birra, qualcuno flirtava, qualcuno era già avanti con le avance. Seduti al tavolino d'angolo un uomo e una donna parlavano fitto fitto, le bocche a pochi centimetri di distanza, le dita intrecciate, gli occhi dell'uno persi in quelli dell'altra. Vicino a loro sedeva una coppia di loro amici: le due ragazze ogni tanto scambiavano qualche parola e sorridevano. L'altro uomo era invece intento a tessere a distanza, ricambiato, una tela composta di fili di desiderio con una tipa in minigonna che esibiva movenze abbastanza esplicite sulla minuscola pista da ballo. Vidi la sua donna osservarlo per qualche attimo prima di voltarsi e chinare il capo. Quando riaddrizzò il collo, affusolato ed ornato da un filo di perle, mi piantò gli occhi addosso. Tre, cinque, dieci secondi, abbastanza per convincermi che non mi stavo sbagliando, che ero io l'oggetto della sua curiosità.
Mascherai la lusinga accennando a voltarmi di lato, come ad accertarmi che il destinatario dei suoi sguardi non fosse un'altra persona. Lei sorrise del mio finto stupore, si voltò verso la sua amica e le disse qualcosa all'orecchio. Anche l'altra buttò l'occhio e infine le due si sorrisero: un classico! Ci siamo, pensai, mentre avvertivo con nettezza, con un forzato ma falso distacco emotivo e non senza una certa euforia, il vortice chimico che l'adrenalina iniziava a produrre in me. Così anche noi iniziammo a tessere la nostra tela, la nostra bella tela fatta di sguardi rubati, di sorrisi accennati, di desideri inespressi e, nel suo caso, di pulsioni di vendetta. Sapevo che non si sarebbe spinta fino ad accettare, ma per puro scrupolo cavalleresco mimai il gesto di sorseggiare qualcosa per invitarla al bar e offrirle un drink. Lei infatti scuotè impercettibilmente la testa ed accennò al suo accompagnatore che intanto, ignaro, continuava a divorare con gli occhi, centimetro dopo centimetro, la pelle della ballerina scosciata.
Lei rimase ancora per parecchio tempo ad osservarlo alternando quegli sguardi a quelli che di sottecchi lanciava a me; sguardi che esprimevano un misto di disappunto e di imbarazzo. Ad un tratto qualcosa scattò in lei: si alzò, prese la borsetta e dopo avermi lanciato un'occhiata che non lasciava spazio a dubbi, si diresse verso i bagni. Contai lentamente fino a venti e con falsa noncuranza mi avviai anch'io verso il retro del locale accertandomi con un'ultima occhiata che l'uomo fosse sempre piacevolmente distratto.
Entrai: le due toilette, Mesdames e Monsieurs, si affacciavano entrambe in un'anticamera dove due lavabi, ragionevolmente puliti, il portasapone, le salviette di carta, due poltroncine ed il posacenere a stelo facevano bella mostra di sè. Il bagno degli uomini era libero, lei non si vedeva: era nell'altro. Quando sentii la chiave girare nella toppa le mie pulsazioni cardiache aumentarono sensibilmente: respirai a fondo e attesi pazientemente che la porta fosse aperta quasi completamente, che lei mi vedesse e che mi gratificasse di un cenno pur minimo di condiscendenza. Ricevutolo, varcai anch'io quella porta e la richiusi dietro di me con un giro di chiave.
Nessuna parola tra di noi: era un richiamo ancestrale, una follia di libidine, un vortice inarrestabile. Ci baciammo come se dovessimo strapparci le labbra a vicenda, come a voler imprimere nelle nostri menti in maniera indelebile il gusto della nostra pelle. Il respiro si fece corto, i gesti più frenetici e ben presto le sue mani corsero ad esplorare i miei turgori, le mie i suoi scivolosi anfratti. Poi improvvisamente, spaventati dal rumore della porta dell'altra toilette che si chiudeva, ci bloccammo. Dopo qualche istante di indecisione provai un nuovo approccio, ma capii che ormai l'incantesimo era spezzato.
Mi gratificò di un'ultimo lieve bacio sulle labbra, prese una penna dalla sua borsetta e scarabocchiò qualcosa su un foglietto che ripiegò ed infilò nel mio taschino. Poi, riaperta la porta, mi spinse con dolce fermezza fuori da quel rifugio di complicità e tornò in sala.
Aspettai pazientemente che il bagno maschile si liberasse, entrai e contai lentamente fino a venti prima di raggiungere nuovamente Chicco, che si era reso conto del tutto e mi sorrideva complice. Pagai la mia consumazione ed uscii nella notte fredda e stellata. La spiaggia era lì a quattro passi: raggiunsi la battigia e alzai lo sguardo ad ammirare quello scintillio. Una ridda di emozioni mi assalì e nella mia mente prese a scorrere una sequenza di immagini che dall'episodio che era appena accaduto e dall'espressione sensuale della giovane donna che mi aveva appena gratificato della sua intimità, mi riportavano alle parole dell'amica giornalista, a quel libro, a quelle motivazioni urticanti e infine a quell'inconfondibile ed irresistibile espressione di acceso languore con cui Mev, la mia compagna di vita, sapeva comunicare il suo desiderio e l'aspettativa che esso fosse soddisfatto.
Sedetti sulla sabbia e accesi una sigaretta: l'idea di vederla flirtare con qualcuno, di capire come può diventare forte il desiderio di riaffermare la propria femminilità - che forse io non sapevo più apprezzare come invece avrei dovuto - mi procurava malessere. Era uno spasmo che mi stringeva forte lo stomaco anche solo immaginare la sua voglia di trasgressione, il suo desiderio di sentirsi di nuovo bella, desiderata, tutt'altro che scontata come avventura sessuale. Però, mezz'ora prima, dov'erano queste angosce? In una situazione appena un po' meno rischiosa e un tantino più elegante, non credo che avrei avuto remore nel dare seguito ai primi baci, alle prime carezze.
Infatti il sottile senso di angoscia che provavo all'ipotizzare la mia donna tra le braccia di un altro, non bastava a cancellare completamente quel senso di freschezza, di effervescenza fisica e mentale, di eccitazione che quello che era accaduto nel night club con quella tipa aveva lasciato in me.
Ed era altrettanto innegabile, per quanto inaspettato, anche quel sottile e forse subdolo, ma incredibilmente reale senso di eccitazione che il pensare Mev eccitarsi alle carezze di un altro uomo mi procurava. Le tentazioni si materializzano inaspettate, pensavo, e generano pulsioni difficili da regimentare: quello che era successo poco fa ne era la prova. Ignorarle? Cedere alla loro lusinga?
La rinuncia ideologica, sistematica, a cogliere i messaggi che il nostro corpo ci invia, lascia sovente strascichi di rimpianto e a volte di rancore verso se stessi e verso gli altri.
Ma quando poi si cede al loro richiamo ci si può trovare, come me quella notte, con il culo nella sabbia umida, a chiedersi se non sarebbe stato meglio fare finta di niente. A domandarsi un po' ingenuamente - me ne rendevo conto - se fosse il caso di confessarle al proprio partner oppure se era meglio tenerle nascoste.
Perché confessare l'attrazione che capita di provare per altre persone significa rimettere in discussione le basi della relazione; significa dover mettere in conto la perdita di fiducia, la gelosia, i sensi di colpa. Significa porsi di fronte a due alternative: la fine della relazione oppure la capacità di ritrovare, nudi alla mèta, un sentimento puro, sincero, mondato dall'usuale gravame che il senso di possesso genera nella coppia tipo.
Estrassi dal taschino il foglietto ripiegato, inforcai le lenti, sbirciai velocemente e mi attrasse subito quel nome, Belinda. Uno svolazzo d'inchiostro ben impresso sulla carta ed una serie di numeri che ai miei occhi, ancora eccitati dalla suggestione di ciò che era accaduto prima, sembrarono una serie di semicrome di una melodia di Conte. Decisi che sarei andato alla presentazione del libro della Marangolo: sarei andato a curiosare, a sondare opinioni, a scavare un po' di più dentro di me, a mettere sulla bilancia i pro e i contro, la tesi e l'antitesi, la perdizione o la redenzione oppure la sintesi, la via di mezzo, il compromesso tra l'istinto e le moralità consolidate.
Entro alla libreria Fnac quando manca ancora mezz'ora alla presentazione. Per ingannare l'attesa gironzolo tra gli scaffali e infine scelgo un paio di romanzi di Simenon per un regalo. Poi scendo al piano sottostante e trovo un cd di Van Morrison che cercavo da tempo. Copie dell'ultimo lavoro dell'Anais Nin emiliano-rivierasca sono esposte ovunque: decido di comprarne una e magari, più tardi, farmela firmare dall'autrice. Metto nel borsone gli Scambisti a far compagnia al commissario Maigret e mi avvicino alla saletta dove tra poco più di un quarto d'ora presenteranno il libro. Saranno forse le anisette sorseggiate al baretto, parecchie, ma sento un certo malessere mentale crescere in me. Quel senso di disagio che provavo l'altra notte in spiaggia all'idea di condividere i favori della mia partner con qualcun'altro, pian piano riaffiora, ma dell'eccitazione provata all'idea, stasera non c'è nessuna traccia. Come conseguenza, il fatto che a certi istinti puramente fisici si cerchi di dare, come penso faranno in questa occasione, delle giustificazioni intellettuali, mi infastidisce. Per fortuna c'è anche lì un bar: ordino un'altro Ricard e lo butto giù d'un fiato.
Mi muovo per raggiungere le poltroncine di plastica ma un tipo che è lì a due passi mi rivolge la parola rammentandomi i bei tempi andati, le riunioni pomeridiane di un circolo anarchico a Ventimiglia, in una palestra dove di sera la gente andava ad emulare Bruce Lee. Cerco di sganciarmi ma lui mi trattiene offrendo un giro: beviamo, lui un vino io il solito, l'ennesimo pastis. Insiste, ha una memoria di ferro, si ricorda anche della ragazza con cui flirtavo a quei tempi; io ricordo vagamente fragranze di patchouli, antiquariato spagnolo e petting avanzato. Sono passati più di trent'anni, ma fingo di essermi scordato di tutto e di tutti. È perché non lo reggo, non reggo nessuno, quasi non reggo più neanche me stesso: sono ubriaco, preferirei restare solo con i miei pensieri, cercare di scacciare quel malessere mentale per predispormi all'ascolto di ciò che sentirò con animo sereno, senza preconcetti e senza falsi moralismi.
Ci sediamo e dopo qualche minuto la Gattarelli e la Marangolo entrano e si siedono al tavolo dei relatori. La giornalista rielabora più compiutamente per il pubblico in sala i concetti a me anticipati qualche giorno prima, arricchendoli di disquisizioni linguistiche, letterarie e poetiche e di diversioni psicologiche che scaturiscono dall'analisi degli stati d'animo dei due protagonisti del romanzo. Poi tocca alla scrittrice. Via via che il discorso si dipana, quel mio tarlo rode sempre più voracemente, la testa inizia a girarmi, ho un po' di nausea e mio malgrado sento che l'irritazione provata prima monta come una marea oceanica. Ma chi me lo fa fare? Perché rimettere tutto in discussione, perché struggersi in questo modo?
Ma i pruriti di Didi e Thomas volteggiano sulla mia testa come fossero piccoli satiri alati, paffutelli ed ammiccanti, che sorridono sarcastici alle mie perplessità. Le diversioni intimiste dei due scambisti raccontano i miei stati d'animo, e le morali così ben radicate in me vanno a cozzare violentemente contro i miei desideri inconfessati. L'ansia deve aver rotto gli argini perché a un certo punto realizzo che, reso audace dall'alcol potrei essere tentato di intervenire. E non ci sono scuse: non si fanno certe parti agli amici. Mi alzo, prendo il borsone da terra e con tutta la discrezione possibile, considerando il mio precario equilibrio, mi allontano velocemente.