Margarethe con Trotta, attrice, sceneggiatrice, ma soprattutto regista (chi non ricorda il suo Anni di piombo - Leone d'Oro alla 38ª edizione del Festival di Venezia) il muro di Berlino non l'ha vissuto in diretta, né all'inizio né nel momento della clamorosa fine. «Vengo da Berlino, sono nata lì - afferma con decisione in perfetto italiano: «Dacia Maraini mi ha insegnato moltissimo, persino i congiuntivi» - ma nell'anno della sua costruzione ero a Parigi a studiare e quando è caduto ero a Roma per girare un film. Quindi questi due eventi importantissimi li ho vissuti solo prima e dopo».
A Genova Margarethe con Trotta, la seconda ospite della rassegna Dieci storie per attraversare i muri, realizzata da Teatri Possibili Liguria, Goethe-Institut Genua, Provincia di Genova e Istituto Polacco di Roma in collaborazione con Fondazione Palazzo Ducale, mercoledì 20 gennaio è stata protagonista al cinema City con il film La promessa (1995): una pellicola incentrata sui problemi e le crisi d'identità del popolo tedesco dopo l'unificazione tra Est e Ovest. «Ho scelto io questa pellicola, che comincia nel '61, quindi proprio nelle prime fasi della realizzazione del muro e si estende fino alla prima notte della prima trasparenza, il 9 novembre del 1989». Von Trotta ricorda come il film su cui ha cominciato a lavorare già nel '90/'91 fosse un'idea sollecitatale da Francesco Laudadio e che «a me all'epoca non passava neanche per la testa, perché erano fatti troppo freschi».
A darle coraggio e collaborazione il regista e sceneggiatore berlinese Peter Schneider, «che ha sempre vissuto a Berlino. Senza di lui non mi sarei mai lanciata nell'impresa. Abbiamo fatto tantissime ricerche e soprattutto moltissime interviste, sia a persone di Berlino Est che a Berlino Ovest. Dall'epoca delle interviste alla realizzazione del film sono passati circa cinque anni e le stesse persone che si erano prestate e si erano dette entusiaste della sceneggiatura, all'uscita del film lo disapprovarono perché già in preda a un sentimento nostalgico. Molti cominciarono a dire che le cose non stavano proprio così e mi accusarono di averli traditi. Fui scioccata da questo modo di correggere la proprio biografia. Fu una lezione di come la memoria storica funziona nella mente delle persone».
Seppure l'ironia non è lo strumento che lei predilige, von Trotta non è affatto contraria alle recenti letture che della relazione tra le due Berlino è stata data per esempio dalla pellicola Good-Bye Lenin. «Appartengo alla generazione che cerca la verità nella realtà, ma non sono completamente contro a un modo più leggero di affrontare tematiche che le nuove generazioni neppure più vivono».
Ma a livello simbolico esiste ancora un muro a Berlino? O è possibile parlare di muri in senso lato in una cultura che lo ha vissuto nella sua forma più drammatica e concreta? «I muri invisibili a Berlino ci sono ancora, perché la Storia con la S maiuscola non si dimentica in soli 20 anni.
Certo tra i giovani il muro è molto meno percepito, ma tra chi oggi ha 50/60 anni rimarrà come rimane la pesantezza della seconda guerra mondiale. Il muro infatti è una conseguenza della seconda guerra mondiale, del nazismo, di Hitler, senza questi tre elementi il muro non sarebbe mai esistito. Memorizzando il muro c'è anche una memorizzazione del nazismo, quindi liberandoci del muro ci siamo liberati da un certo peso, ma nelle nostre teste il processo di emancipazione è molto più complesso». Secondo von Trotta restano tanti i muri della vita più o meno quotidiana che ognuno vive e affronta o contro cui lotta, uno su tutti è quello dell'Europa nei confronti dell'Africa: «un grande problema poco riflettuto che riguarda i nostri privilegi e la nostra ricchezza, ma che nella storia ha precedenti numerosi che hanno visto movimenti di popolazioni intere in diverse direzioni alla ricerca di un'emancipazione dalla povertà».
Oggi un film sul muro come potrebbe essere impostato? «Sarebbe interessante tornare dalle stesse persone che sono state intervistate negli anni '90, per verificare se hanno ancora modificato il ricordo per la dolcezza che suscita sempre la memoria». Dopo tanta attenzione alla storia contemporanea, il suo film più recente Vision (2009), in concorso al Festival di Roma, va indietro fino al Medioevo e racconta la storia di una monaca Hildebrand von Bingen, mostrando il cristianesimo nell'anno Mille.
Come mai questo salto nel tempo? «Non abbiamo una sola storia, la nostra cultura si compone di molte parti e anche del passato più lontano. Vision presenta una donna che vuole vivere i suoi talenti e le sue idee. Ma all'epoca le donne non avevano alcun diritto né opportunità di espressione nell'ambito pubblico, si legge persino nella Bibbia. A una donna intelligente che ha delle cose da dire, non resta che farsi accettare prima come una visionaria, affermando che Dio parla attraverso di lei. Essendo Dio la più alta autorità percepita dagli uomini, attraverso la fede inconsciamente Hildebrand von Bingen riesce ad affermare se stessa e le sue idee sugli uomini».
Progetti futuri? «Come mi ha insegnato Nanni Moretti, mai anticiparli, perché quando si fa è la volta che non vanno in porto».