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Cesare De Marchi
Cesare De Marchi
 

La vocazione di Cesare De Marchi

 
Lo scrittore genovese racconta una storia ambientata tra Milano e la Liguria. Un friggitore di patatine, con la passione per Attila. La presentazione venerd́ 22 alla Feltrinelli di Genova
 

 
   

     
Genova, 21 gennaio 2010
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di Cesare De Marchi
   
 
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La vocazione: la recensione di Laura Guglielmi

La vocazione di Cesare De Marchi (Feltrinelli 2010, 264 pp, 16,50 Eu)

La trama: Luigi Martinotti lavora in un fast food, ma la sua vocazione, vivissima malgrado l'interruzione degli studi universitari, è quella dello storico. Su un tavolo della Biblioteca comunale passa le ore di libertà, ricostruendo e interpretando eventi del passato. La sua sensibilità, sospesa tra aspirazioni intellettuali e esposizione al fallimento, si lascia contaminare dall'imprevedibilità dei rapporti umani, comprese l'intensa relazione sessuale con Antonella, cameriera del fast food, e l'inspiegabile tenerezza per il figlio di lei.
Al centro della seconda parte del romanzo, c'è Genova. Si narra del rapimento di un bambina di dieci mesi nel Parco dell'Acquasola e di una degenza presso l'ex-manicomio di Cogoleto. Belle le descrizioni della città e dei suoi palazzi.

Cesare De Marchi è nato nel 1949 a Genova, dove ha trascorso la prima giovinezza, e ha compiuto gli studi a Milano laureandosi in filosofia; nella città lombarda, in cui sono ambientati due dei suoi tre romanzi, ha vissuto fino al 1995, quando si è trasferito in Germania, dove attualmente risiede. Dal 2003 è presidente della Società Dante Alighieri di Stoccarda. Oltreché come narratore, De Marchi si è fatto apprezzare anche per la sua attività di studioso e traduttore, soprattutto in ambito germanistica. Nel 1998, con Il talento, ha vinto il Premio Campiello e il Premio Comisso.

L'acquario, il porto vecchio avevano ceduto a vie e palazzi, doveva confidare nel suo orologio, erano le sei, anche in piazza Corvetto erano le sei, l'orologio pubblico con le due lancette allineate attraverso il quadrante lo ripeteva. Si avviò su per la rampa, e nonostante la tranquillità del suo passo era già all'Acquasola. La polvere, le grida dei ragazzini, oggi biciclette sulla pista ce n'erano due, anzi addirittura tre; più mamme, più bambinaie, quindi anche più occhi, ma in quella confusione nessun occhio si sarebbe fissato su di lui abbastanza a lungo da ricomporre la successione dei suoi atti.

La carrozzina col panno bianco che nascondeva la bambina, la carrozzina c'era, là davanti a quel platano, e c'era la filippina: guardava impaziente, ma non da questa parte, e già il suo volto si distendeva nel sollievo, il fidanzato le sedeva già accanto e torcendo il busto la brancicava e baciava, le premeva la nuca con una mano come a spingersi la bocca di lei più dentro alla bocca, mentre lei rovesciava gli occhi sotto le palpebre, esattamente come ieri, e si lasciava frugare dall'altra mano di lui tra le cosce, ma sì, vuoi chiavartela qui?, fa' pure, hai tutti gli occhi addosso, così non badano a me... E lui intanto sollevata la garza aveva afferrato il corpicino, leggero, tutto morbido nei suoi minuscoli indumenti, se lo strinse al petto con un braccio mentre con l'altra mano lasciava scivolare la busta dentro la carrozzina e riabbassava la garza. Quei due si stavano baciando ancora, lei quasi riversa sul sedile e lui curvo sopra, volevano proprio andare al sodo... adagio verso l'uscita con la piccola sulle braccia, dondolandola come un buon padre, palleggiandola anzi un pochino, non immaginava che una bambina fosse tanto leggera, perché era una bambina, certo che lo era, si vedeva chiaramente, anche se gli occhi celesti che alzava nei suoi erano gli stessi di Giorgino, e gli sorrideva, come quella volta Giorgino dal fondo della culla: anche lei gli voleva bene, o almeno lo aveva in simpatia...

Sceso per salita Santa Caterina, attraversate le Fontane Marose, nel momento di svoltare per l'albergo si rese conto che prima o poi la bimba avrebbe avuto fame e che lui non aveva niente da darle; non aveva nemmeno pannolini per cambiarla. Stamattina nei suoi vagabondaggi per i vicoli era passato davanti a un piccolo supermercato che ora non faticò a ritrovare. Strano, con la bambina in braccio si sentiva perfettamente calmo, non poteva succedergli niente, la sua mente pensavaordinatamente le cose da fare e lui non aveva che da eseguirle.

Entrò. Dalla fila dei carrelli ne prese uno: sapeva che inclinando verso l'interno la parte mobile del telaio si apriva un sedile di plastica rossa, e qui accomodò la piccola: così spingendo il carrello la teneva rivolta verso di sé, le manine protese sul manubrio senza riuscire a stringerlo, e i piedini che sporgevano da due aperture del telaio e ogni tanto sgambettando lo sfioravano sull'anca, sul ventre. La vedeva girare la testa di qua, di là nella luce bianca inseguendo i colori delle merci sugli scaffali, staccare la mano dal manubrio per additare questa e quella cosa, le piaceva fare la spesa, si capisce, abituata com'era a starsene sdraiata dietro la cortina bianca di una carrozzina; e la contentezza poi toccò l'euforia quando lui cominciò a gettare nella cassa del carrello un vasetto di omogeneizzati e un altro ancora, una confezione di cucchiaini di plastica, un cartone di latte, un pacchetto di pannolini, e infine anche qualcosa per sé, del prosciutto, del pane affettato.

Con la piccola in braccio, il sacchetto della spesa appeso a un polso, uscì dall'ascensore e aprì col gomito la porta dell'albergo: non c'era nessuno, l'albergatore non era nella sua nicchia. Per aprire la camera dovette liberare una mano stringendosi al petto la bambina con l'altra. Solo dopo essere entrato si accorse che gli si era addormentata in braccio, e così addormentata la depose nel secondo letto: la testa scomparve quasi nel guanciale; la rimboccatura del lenzuolo non le scendeva oltre i piedini. Al di sopra, fissata alla parete, stava sospesa la mensola col televisore; poteva cedere, ma lei era talmente piccina che l'apparecchio sarebbe caduto nella parte vuota del letto. La guardò; gli dispiacque che dormisse: se fosse stata sveglia l'avrebbe imboccata col cucchiaino, come con Giorgino non aveva mai fatto. Allora mangiò lui il suo pane e prosciutto, pochi morsi senza gusto. Poi tornò dalla rapita: dormiva ancora, aveva un bel respiro silenzioso, una stanchezza soddisfatta sul faccino. Chiuse la porta del bagno per non svegliarla con lo scroscio della doccia; quando uscì, la stanza era buia e lei dormiva sempre, benché dalle altre case echeggiassero i televisori. Andò a letto anche lui, quando l'avesse sentita piangere le avrebbe dato gli omogeneizzati e cambiato il pannolino. La sua cognizione del tempo si confuse, sonni e risvegli si alternarono senza che nulla succedesse; alle persiane era notte, i suoni spenti. I pensieri si interrompevano e, prima di potersi riannodare, tornavano a sciogliersi.

© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Prima pubblicazione in 'I narratori' gennaio 2010

 

 
 
 
 
 
 
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