La vera ragione che relega Esuli (Exiles, 1912 descritta da Joyce come three cat and mouse acts), l'unico pezzo di teatro scritto da James Joyce, tra la drammaturgia scarsamente emersa e di non concorde successo, non è certa né unanime.
Per Marco Sciaccaluga, regista (e codirettore) del Teatro Stabile di Genova, si tratta in realtà di «una fortuna, quella che ancora oggi permette di recuperare nel grande patrimonio del canone occidentale fiori segreti da gustare». E infatti Sciaccaluga è all'opera - in fase di finitura proprio in questi giorni prima del debutto mercoledì 3 febbraio al Duse - su questo stesso testo drammatico per la seconda volta, dopo la versione che ne realizzò nel 1982 per il Teatro dell'Arte, con Aroldo Tieri, Giuliana Lojodice e Mino Bellei. «Una produzione privata fortemente voluta dalla compagnia che aveva avuto un certo successo e girato tutta l'Italia. Certo il cast era d'eccezione, seppure avesse un punto di partenza limitante nell'età degli interpreti. I protagonisti di questa storia infatti hanno tra i 30 e i 40 anni, mentre Tieri all'epoca ne aveva già 60».
A vent'anni di distanza «certo il modo di vedere la vita e di fare teatro» per lo stesso Sciaccaluga «sono molto cambiati», ma questa volta si aggiunge la variabile di poter guidare un gruppo di interpreti (Antonio Zavatteri, Lisa Galantini, Aldo Ottobrino, Barbara Moselli, Federica Granata, Giacomo Costella) dell'età giusta. «Oggi ho a disposizione attori che possono restituire la straziante e divertente verità di un triangolo amoroso, dove anche la pulsione erotica può emergere in modo più diretto dai corpi. Nell'82 fu un forte gioco d'astrazione retto dalla bravura degli interpreti. Quello era un Esuli senza corpi per così dire, tutto di cervello senza cuori».
Certo un dubbio che serpeggia lungo la storia di questo testo è che qualche forma di difetto ne minasse la rappresentabilità. «Personalmente punti deboli non ne vedo proprio - ride Sciaccaluga - al contrario leggo nel testo una potenza di fuoco e, direi addirittura, che per quanto mi riguarda se avesse scritto tre commedie in più e un Ulisse un po' più breve ne sarei stato molto contento».
Forse qualche pesantezza nei dialoghi o inceppatura nell'azione dovuta alla tensione sperimentale e alla non frequentazione del genere drammatico da parte di Joyce? «Nessun difetto, davvero. Solo straordinarie qualità in particolare nella visionarietà di Joyce per cui da scrittore è come se vedesse oltre che sentire i suoi personaggi. E non c'è una parola di troppo. Infatti i miei interventi - che per esempio nel caso di Svet o dell'Agente segreto erano stati anche importanti - qui sono stati davvero cose da niente. La forza della tessitura sta proprio in quest'incrocio non consueto tra razionalità e desiderio, che vede l'intelletto alla guida e alla spinta della passione più che alla sua regimentazione. Non dimentichiamo che Joyce era un grande ammiratore di Ibsen e quindi scrive dentro una quadratura di pièce bien faite. Resta un'originalità tutta joyciana che lascia molto da scoprire nel testo». E il gioco di rimandi e citazioni? «C'è ma nascosto. Joyce in un saggio su Ibsen aveva già pubblicamente stabilito il primato della drammaturgia sugli altri generi per l'oggettività che poteva comunicare, al contrario della soggettività espressa dalla poesia, salvo poi riconoscere il doppio binario del romanzo. Quindi le citazioni ci sono, ma segrete - per esempio da Swift - in una sorta di flusso passionale e non colto che segue i personaggi e le loro inclinazioni».
Suddivisa in tre atti la commedia punta lo sguardo su un triangolo amoroso dei più classici, dove tra moglie e marito si insinua l'amico. La differenza con la situazione più scontata è che in questo caso il marito, Richard, di mentalità aperta e favorevole alla libertà dello spirito, non ostacola anzi sollecita la relazione che vede la moglie Bertha cedere alle lusinghe dell'attrazione per l'amico Robert. «Per i personaggi di Esuli - afferma Sciaccaluga - pensare e amare sono una sola cosa, l'emozione e la coscienza la stessa malattia, il cuore e la mente lo stesso pulsante organo. E c'è anche una componente autobiografica per cui Bertha è il ritratto di Nora, la moglie di Joyce, così come le gelosie di Richard sono una trasfigurazione di quelle di Joyce».
E per le scene quale soluzione? «È un testo scritto da un uomo ma con un evidente componente femminile, perché ha al centro una donna, quindi in una certa misura è persino un testo femminista, un inno e una riscoperta della donna, che nel testo è anche paragonata alla madre terra. Per questo ho voluto al mio fianco una donna Catherine Rankl per la sua sensibilità. Comunque l'impianto è molto rispettoso del testo e realistico perché l'astrazione è già nella drammaturgia. Però anche il realismo è ottenuto cum grano salis, ossia su un impianto minimo è come se citassimo la scena e quello che si vede fossero dei progetti di scena. Il primo e terzo atto raffigurano lo stesso luogo, ma come se il pittore avesse creato questi dipinti in due tempi affatto diversi».
Alla fine sono due i fondali per i tre atti, due citazioni: una da Claude Monet e l'altra da Piet Mondrian. «Perché ci sembrava che la trasparenza dell'acqua e i fiori di Monet fossero vagamente simmetrici; mentre l'albero rosso di Mondrian su sfondo blu potesse rappresentare una minaccia da giardino delle streghe, come sembra adatto per il secondo atto».