Il potere. L'eterna lotta tra regnante e fratello minore. L'amore. La dignità e il sapere. La meschinità e l'ignoranza. La vendetta, ma anche il perdono. E certo il teatro nel teatro, come sempre in William Shakespeare. Tutto questo nella fragorosa e accelerata Tempesta di Andrea De Rosa (regista) - una produzione Mercadante Teatro Stabile di Napoli, Emilia Romagna Teatro e Teatro Eliseo - che vede al centro della scena nel ruolo di Prospero un impeccabile Umberto Orsini - al Teatro della Corte fino al 31 gennaio.
L'attualità di un testo complesso, poetico e teso verso il soprannaturale, comico e tragico, sta forse nel presentare quelle forze della natura (vento e mare) che oggi imperversando violentemente nel mondo in modo del tutto inaspettato - nonostante i progressi della metereologia, ma a causa delle mutazioni climatiche - qui sono piegate come in una favola all'abilità dell'arte di un uomo (Prospero) e della sua volontà (e necessità di vendetta) e scienza. A noi questo non è dato ma la loro violenza, sempre più aspra, si manifesta e uomini e donne non ne sono che vittime o soccorritori tardivi e impreparati di fronte alle sue devastazioni (da New Orleans a Haiti), proprio come i nobili di questa storia che approdano su un'isola sconosciuta: scossi nei corpi ma soprattutto nella mente da una natura avversa, incomprensibile, mortifera e mortificante.
L'accelerazione con cui lo spettacolo è reso, inizialmente disturba e a tratti trasforma la pièce in una versione bignamesca da consumo; è pur vero però che ci restituisce tutta la violenza che il suono racconta e rappresenta della tempesta, messa in scena fuori dalla sfera visiva: pioggia, tuono, mare e vento sono a tutti gli effetti protagonisti seppure nella loro dimensione esclusivamente sonora (suono di Hubert Westkemper). La violenza e il ritmo frenetico sono anche quello del tempo tiranno che sfugge e va reso fruttuoso nella decadenza che Prospero vive. L'urgenza nasce dal contrasto tra la fine imminente di Prospero e l'impellente giovinezza e curiosa vitalità di Miranda (Federica Sandrini).
Mago, padre, padrone e despota, il Prospero di Umberto Orsini è unico direttore, maestro di scena e di cerimonia, al cui volere, alla cui rabbia e impeto, ma anche divertimento e moralismo tutti sono costretti a piegarsi da Ariel (Rino Cassano), spirito dell'aria, a Calibano, figlio della maga Sycorax diavolo che nell'interpretazione di Rolando Ravello, è più natura selvaggia, inquieta e illogica nella mente (finalmente nel cast un interprete capace di un personaggio a tutto tondo), quindi inadatto agli umani, che deforme. Stretti dal gioco di Prospero anche la figlia Miranda e il giovane principe di Napoli Ferdinando, suo imminente sposo.
Come nella storia così in scena è Orsini l'incontestato protagonista che tesse la trama della storia e mette in moto le varie interpretazioni come con tocco magico. Un piccolo margine di autonomia resta a Calibano nella sua relazione con i due ubriaconi della nave naufragata, Stefano (Salvatore Striano) e Trinculo (Carmine Paternoster) e in parte ad Antonio (Flavio Bonacci) e Sebastiano (Francesco Feletti), nei brevi a parte che li vedono tramare contro il re Alonso in una versione tutta maschile del Macbeth dove la tensione è giocata sul provocare la mano del potenziale futuro re, solo se regicida, a ferire a morte per ottenere la corona.
Il napoletano, dialetto e accento, la commedia dell'arte, i pupi con la forza della parodia e persino i toni e le sonorità circensi entrano in gioco per quella rappresentazione che Prospero vuole regalare come intrattenimento e lezione su passioni e temperamenti ai novelli sposi. Per il resto, altra magica citazione ad altro lavoro shakespeariano è il dialogo bisbigliato e in voice over tra Ferdinando e Miranda, dove i due giovani in segreto da Prospero si scambiano come novelli Romeo e Giulietta confessioni e scherzi amorosi, in una coinvolgente e voyeristica realizzazione che ancora una volta è giocata sul suono di Westkemper più che sulle capacità interpretative degli attori nascosti tra le pieghe del letto di Miranda.
Mirabile in chiusura la caduta di Prospero, che Orsini mette in scena con coup de téatre realistico mimando un malore e che il cast, con prontezza, gestisce quasi uscendo dalla parte e chiamando verso le quinte per chiedere aiuto.
L'epilogo in forma di soliloquio del mago/maestro/regista assume così la stessa violenza dei fragori sonori che punteggiano la pièce e invoca perdono e libertà proprio come tutti gli altri, ridimensionando e riconoscendo la natura umana nella sua fragilità e ncessità di approvazione.