Ci sono un padre, una figlia e un ipnotizzatore. E poi ogni sera c'è un attore diverso (Matteo Angius, Gabriele Benedetti, Pieraldo Girotto) e un interprete (femminile o maschile) altrettanto diverso/a (Alessandro Bergallo mercoledì 3; Pietro Fabbri, giovedì 4; Simonetta Guarino, venerdì 5; e Adolfo Margiotta, sabato 6) ma soprattutto ignaro rispetto al testo e quindi, come il pubblico, messo di fronte alla grande incognita del cosa e come accadrà.
Ma vi ho già detto anche troppo e dell'aspetto narrativo in questa sede non possiamo occuparci perché lo spettacolo An oak tree, del drammaturgo britannico Tim Crouch, che arriva al Teatro della Tosse - da stasera, mercoledì 3, fino a sabato 6 febbraio 2010 (ore 21) - nella produzione della compagnia romana Accademia degli Artefatti è un gioco di teatro nel teatro. Proprio il come e il perché uniscono, dividono, mettono in relazione e soprattutto in scena un padre una figlia e un ipnotizzatore sono la parte fondamentale della pièce che «arrivando agli spettatori e all'attore-ignaro-del-copione all'improvviso - spiega Fabrizio Arcuri, regista - fanno cadere tutti nella trappola del meccanismo teatrale».
Si parte proprio dalle regole del gioco. Così attore-ignaro-del-copione (donna o uomo) e pubblico possono prendere le misure, per questo i dettagli devono restare il più possibile nascosti. Paradossalemente come dichiara il regista: «si tratta di un fallimento dichiarato, perché mettendo in scena un attore che sa e uno/a che non sa nel metterlo in atto è destinato a fallire, ma è la qualità del fallimento a determinare la felicità della replica». Quindi se pensate di andare ad assistere ad una pièce complicata, magari vi sbagliate perché andrà in scena un'esilarante commedia. Se invece siete partiti pensando a una farsa, finisce che tra immedesimazione e giochi di ruolo qualche lacrimuccia ci scappa persino tra gli interpreti ed eccolà che vi ritrovate seduti di fronte a un dramma o a una tragedia persino (e i presupposti non mancherebbero. Ma sssshhh, non dite che ve l'ho detto io).
Vi basti sapere che il gioco per l'autore sta «nell'entrare e uscire dalla persona all'attore fino al personaggio. Ora nel caso di un attore-ignaro-del-copione donna i livelli sono tre, mentre nel caso di un attore uomo sono solo due i passaggi con un'ambiguità maggiore e un livello di sorpresa forse minore». Per il gruppo dell'Accademia degli Artefatti questa produzione (che ha ormai superato le 300 repliche) si inserisce perfettamente «in un percorso di ricerca - prosegue Arcuri - che ribalta il modo tradizionale di intendere la regia, la messa in scena e l'interpretazione attoriale adottando testi che mettono in discussione il concetto stesso di drammaturgia e si collocano all'interno di quella rivoluzione post-beckettiana dove si lavora più sulla forma che sul contenuto e dove anche la regia deve fare un passo indietro, come in questa occasione, dove il vero regista è l'attore che conosce il testo».
Ma perché oltre alla variabile del attore-ignaro-del-copione c'è anche una rotazione dell'interprete che conosce il testo? «Perché Tim Crouch che ne è lo scrittore ne è stato anche l'interprete e farlo fare a un solo attore ci sembrava riduttivo, proprio perché la qualità della persona è tanto importante quanto quella dell'interprete, quindi per moltiplicare le sfaccettature ci sembrava la soluzione migliore».
Lo spettacolo, sappiatelo, per vederlo davvero, occorrerebbe vederlo almeno due volte altrimenti si perde come la seconda parte, il secondo tempo, o il secondo atto. Soprattutto perché una volta si può ridere, l'altra piangere, l'altra ancora riflettere sulle scelte nella vita.
Nelle oltre 300 repliche ce n'è stata una che vi ha lasciati più colpiti nel risultato che ha prodotto? «La più illuminante è stata quando l'attore-ignaro-del-copione se n'è andato, uscendo di scena e concludendo lo spettacolo così».
Insomma si tratta di uno spettacolo «non finito, anche se tutti cercano di vederne una versione completa. In verità bisogna rinunciare fin dall'inizio a questa ambizione, semplicemente accettare che quella sarà l'esperienza di quella sera - più che mai, ndr - e godere, valutare i margini di quell'esperienza e nient'altro».