Ci sono le pentole di Kawaguchi, con la loro pluricentenaria tradizione di lavorazione del metallo fuso. Ci sono le lacche di Tsugaru, raffinatissime e amate anche dalle famiglie reali europee (Maria Antonietta le collezionava). Ci sono gli incensi, gli ombrelli di carta tipici della cerimonie da tè. Ci sono i coltelli fatti a mano, di cui nessun sushi man giapponese potrebbe fare a meno. E ancora bambole, asciugamani, decorazioni.
Ecco alcuni dei prodotti che verranno esposti nel Sottoporticato di Palazzo Ducale a Genova. da venerdì 12 a giovedì 25 febbraio 2010. La mostra itinerante I segni e le mani. Artigianato artistico dal Giappone - già passata da New York, Parigi e Milano - è stata organizzata da Japan Brand. L'organizzazione governativa ha come missione salvare i prodotti di artigianato d'eccellenza: botteghe e saperi che si tramandano in tradizioni millenarie ma che nella nostra epoca rischiano di sparire. Sono 24 le aziende che esporranno - gli articoli sono tutti in vendita anche se in quantità ridotte - a Genova. Gli allestimenti sono curati dall'architetto milanese Gabrio Bini, che ha ideato anche alcune installazioni in cui utilizza i prodotti in mostra in modo creativo, e l'artista Paolo Gonzato, già ospite alla Biennale di Venezia. La società genovese Agras, che si occupa di logistica, ha collaborato all'organizzazione della mostra.
Per l'occasione è venuto a trovarci in redazione Ayaki Itoh, che collabora con Japan Brand. Per la propria storia personale, Ayaki incarna alla perfezione lo spirito di incontro tra le culture italiana e giapponese. La sua famiglia ha infatti vissuto in Italia per una ventina d'anni. Lui è cresciuto a Perugia e oggi vive tra Tokyo e Milano. Parla perfettamente italiano - «forse a volte meglio del giapponese», dice lui - e di lavoro seleziona prodotti d'eccellenza italiani da esportare in Giappone (vedi box).
Cosa vediamo in questa mostra? «Il meglio della produzione manuale giapponese. Cose così perfette, e uniche, che le macchine non le potrebbero fare». Non artigianato seriale. Magari oggetti apparentemente umili, ma in realtà di grande valore: «ci sono delle cesoie per tagliare alberi, per esempio, che rappresentano il massimo per che ama i bonsai». Persino un set di taglia unghie molto particolari. Gli ombrelli di carta, usati soprattutto nelle cerimonie del tè, ormai sono prodotti da soli 5 ombrellai in Giappone. Quello che espone a Genova è di Kyoto.
Queste piccole produzioni eccellenti non verranno snaturate dal mercato? «L'obiettivo di Japan Brand è far sopravvivere piccole aziende in pericolo. Le cerimonie del tè sono sempre più rare, così l'utilizzo dell'ombrello di carta. In futuro potrebbe non essercene più bisogno. È per questo che a volte si creano variazioni sul tema della tradizione: in mostra ci sono anche lampadari costruiti con la stessa struttura degli ombrelli. Contengono una lampadina, ma si aprono e si chiudono proprio come i parapioggia». Non a caso lo slogan di Japan Brands è Creating new traditions. Che vuol dire prendere dal passato per guardare al futuro. «L'obiettivo di questo progetto è anche dare un'immagine diversa del Giappone, rispetto al quale emergono sempre alcuni temi: la tecnologia, la modernità, i manga, i videogiochi, mode come il cosplaying. Qui si parte da un punto di vista estremamente tradizionale per rivisitarlo».