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the australian pink floyd Show
un'immagine dell'Australian Pink Floyd Show
 

The Australian Pink Floyd Show

 
È una replica perfetta dei concerti della mitica band di David Gilmour. È andato in scena al Vaillant Palace. Noi c'eravamo. Di Giovanni Villani
 
   

     
Genova, 12 febbraio 2010
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di Giovanni Villani
   

Il tema delle tribute bands è sempre stato al centro di discussioni, anche accese, tra i favorevoli ed i contrari. È un fenomeno che si è andato sempre più diffondendo (ci sono rassegne specifiche) e diversificando, dai gruppi che eseguono esclusivamente cover degli artisti di cui sono fan a quelli che reinterpretano con una certa originalità, da quelli che seguono quasi maniacalmente il look (magari il taglio dei capelli, Beatles, vi dice qualcosa?) agli altri che ne fanno parodie o ne suonano la musica in chiave e/o ritmo diversi.
Ed è il classico argomento in cui è molto difficile trovare un punto d’incontro, in qualche modo, condiviso.

Così ieri sera – giovedì 11 febbraio 10 – anch’io mi sono recato al Vaillant Palace della Fiumara, gremito da almeno tre generazioni di pinkfloydiani, combattuto, in bilico, tra queste due posizioni opposte. Era in programma la prima uscita genovese di The Australian Pink Floyd Show che da sedici anni gira il mondo (ora intensivamente l’Europa) per portarvi il verbo della più che mitica band londinese.
Da notare che le vicissitudini - spesso assai dolorose, da ultime la scomparsa terrena quasi quattro anni fa (perché dal complesso era forzatamente uscito già da pochi anni dopo l’esordio) del Crazy Diamond Syd Barrett, e del tastierista Rick Wright (nel 2008) han fatto sì che essa sia, oramai, solo un ricordo nella mente di tutti gli appassionati.
Diciamo subito che il gioco è, naturalmente e non potrebbe essere altrimenti, scoperto. Ma non è, a mio parere, poco.

In quarant’anni di ascolti live e/o su disco, di mezze frasi, di arie, di miricordaqualcosaoqualcuno, di tre–quattro-cinque note di seguito, ai limiti, se non oltre il plagio (più o meno legalmente parlando) ne ho sentiti tanti, tantissimi, sicuramente troppi. E i Pink Floyd (nel bene o nel male, dipende dai punti di vista), dalla metà dei famosi anni Sessanta, hanno ispirato, influenzano e (ne son certo) continueranno a farlo un bel po’ di bands. Indi per cui, alla fin fine potrebbe essere preferibile chi presenta apertamente  il proprio tributo a chi saccheggia tout court.
Tant’è vero che lo stesso David Gilmour, dopo aver presenziato ad uno degli show, ha concesso la sua benedizione.
E lo spettacolo, perché, appunto, di questo si tratta, si è dimostrato, fin da subito, grandioso, curatissimo, talora quasi maniacalmente nei minimi dettagli, senza che il fatto di essere studiato potesse, appunto, costituire un handicap.

Gli artifici visivi e sonori – i giochi di laser, gli effetti tridimensionali, luci e colori di ogni tonalità, i fumi quasi nuvole ecc., sono stati, senza dubbio, sensazionali. Lo sforzo produttivo è stato rilevante perché accanto all’accuratezza nei suoni che ne ha reso accettabile la fruizione nel palazzetto, grande importanza hanno avuto tutti gli aspetti legati ai citati giochi straordinari di luce e alla proiezione dei filmati e dei video in altissima definizione, tutte cose, psychedelic lightshows in primis, di cui i Pink Floyd si sono sempre avvalsi nei loro tour in maniera magistrale.
L’aspetto musicale è stato affrontato, io credo, al meglio possibile e l’esito, a livello strumentale, è stato ottimo. Naturalmente la vocalità, il feeling, l’emozione sono stati talvolta ridotti e/o, come si dice, un’altra cosa, ma senza deludere i consapevoli presenti, che hanno applaudito, ballato, cantato con partecipazione.

Ventidue brani (bis compreso) per due ore e mezza effettive di concerto, con un intervallo, che hanno pescato nel repertorio pinkfloydiano più conosciuto, cominciando con i primi cinque brani di The Dark Side Of The Moon uno dietro l’altro, da Speak to Me a The Great Gig in the Sky, pescando, poi, ad esempio, molto in Wish You Were Here ed Animals, per finire con Run Like Hell da The Wall.
Al termine, ovazioni sicuramente meritate, ma fors’anche solo un pizzichino di nostalgia per il tempo del Marquee, che fu e non sarà più.

 
 
 
 
 
 
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mikedalex
Peccato che mi sia perso questa performance. Avevo assistito a un altro show alla Stazione Birra, a Roma, ma era una cover che cadeva bruscamente sul lato vocalist. Peccato anche che Clare Torrey ci abbia lasciato lo scorso anno, almeno così ho letto da qualche parte, tempo fa, perché avrebbe potuto dare un impareggiabile contributo a questa Australian band sulla storica "the greatest gig on the sky". Dopo quasi 40 anni, ancora nessuna donna al mondo ha ripetuto simile prestazione. E a studio, quando Alan Parson's la chiamò per provare il celebre vocalizzo, ci fu il "buona la prima" da parte di Wright!!!
14/02/2010 00:04
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