Su un tappeto rosso coperto di terra Gilles De Rais e una donna (la di lui serva o una sua immagine della defunta Giovanna D'Arco) danno vita a una sacra rappresentazione in Sangue, la nuova produzione del Teatro Cargo (in scena dal 18 al 20 febbraio, ore 21) da un'idea e per la regia di Laura Sicignano. A noi spettatori l'onore di trovarci a diretto contatto con gli ultimi istanti di un condannato a morte, accusato di terribili crimini: aver trucidato centinaia di bambini. In pochi metri - lo spettacolo è per un numero limitato di spettatori, che siedono sul palco a sipario chiuso - in un'atmosfera claustrofobica siamo chiamati all'agonia e al tormento di un esponente del male? O di un uomo che si sente tradito da Dio? Dopo che al fianco della pura e forte Giovanna D'Arco si è trovato posto di fronte alla condanna e messa a morte di quest'ultima integerrima creatura, votata al sacrificio e a Dio, ma giudicata eretica e abbandonata dagli uomini per cui aveva combattuto - e forse da Dio?
In un nuovo lavoro creato a partire dalla storiografia (i fatti sono reali e risalgono al 1400 circa; ha supervisionato il testo Franco Cardini, storico specializzato proprio sul periodo delle Crociate), Laura Sicignano e Alessandra Vannucci con Sangue ci conducono in un'epoca splendida e feroce segnata da carestie, peste e guerra per soffermare l'attenzione su alcuni grandi opposti: il bene e il male, il materiale e lo spirituale, e quindi carne/corpo nei suoi aspetti più elementari e materici e sfera del sacro.
Gilles rappresenta il male assoluto, la donna - emanazione di Giovanna - il bene, la figura christi, fedelissima figlia di Dio e della Chiesa soggetta a parabola fulminea tra passione e morte. Di fronte ad argomenti tanto vasti e universali la storia non può che entrare in dialogo con il nostro presente, anche se si parte da punti di vista non precisamente equivalenti per cui il corpo di questa storia è molto lontano da quell'immagine patinata e perfetta che domina il nostro contemporaneo e la sfera olfattiva legata alla carne, al corpo, alla malattia, alle ferite, al rogo stesso ovviamente rimandano a un corpo più arcaico e primario, forse a un corpo dalla forte componente simbolica e sacra.
«Lo spettacolo è sporco e sgradevole - sottolinea la regista Sicignano - un viaggio attraverso il male, alla ricerca di Dio». Roberto Serpi, chiamato a vestire i panni di Gilles, lo fa con una «tendenza a difendere il personaggio e a non giudicarlo. C'è la possibilità che lui non abbia ucciso tutti quei bambini, ma uno solo e che siano i suoi parenti a condannarlo». Da parte sua Simona Fasano, nei panni della donna (serva o Giovanna D'Arco), ha lavorato sul vuoto «in una forte tensione verso Dio e nella direzione di una smaterializzazione. La tecnica d'attore non mi è bastata, è stato necessario lasciarmi andare a un materiale più invisibile».