Ai tempi di Google, c'è un modo semplice per decretare il successo di un'azienda, un personaggio o semplicemente una rivista: è sufficiente digitarne il nome sul motore di ricerca e controllare la sua posizione sulla griglia di partenza del worl wide web. Una prova che Lapsus ha già abbondantemente superato, se è vero che in pochi mesi ha relegato in seconda fila nientemeno che il lapsus freudiano e quelli più prosaici di Berlusconi sulle tariffe dei giudici.
Non male per quest'oggettino di carta alto una ventina di centimetri, 4 etti e mezzo di peso, un fiume di inchiostro nelle vene, partorito dalla mente di quatto ragazzi genovesi. Quattro moschettieri under 30 che hanno deciso di fondare una rivista letteraria cartacea in piena crisi della carta stampata e nella città più vecchia d'Europa.
«Dipende da quanto credi in ciò che fai» spiega Luigi Pesce. «Noi siamo convinti che esista uno zoccolo duro di lettori che amano ancora il libro o la rivista come oggetto, come feticcio, e perché no, come elemento di arredamento, e a loro ci rivolgiamo». Alla base c'è un'idea, se vogliamo, reazionaria del libro, come qualcosa che valga ancora la pena prendersi la briga di sfogliare. Un'identità che Lapsus rivendica con testarda coerenza ad ogni riga, quasi a voler solcare un cratere tra le idee che vendono e quelle che restano, tra la letteratura di qua e aldilà dello Strega, tra la società com'è e la società come potrebbe essere. «Fare politica non ci interessa» chiarisce Pesce, «ma riteniamo che alcuni pezzi abbiano un significato politico. Che è una cosa ben diversa».
Il prossimo passo sarà intercettare una fascia di lettori eterogenea rispetto a quella tradizionale. Per questo l'obiettivo è ottenere uno spazio alla Fnac Libri, che andrebbe ad aggiungersi ad Assolibro, Fahrenheit 451 e Books in the Casba, i tre attuali canali distributivi della rivista per Genova.
Intanto, il suo primo viaggio all'estero Lapsus l'ha già compiuto, grazie ad un altro moschettiere, Gianmaria Patrone, che è riuscito a stringere importanti accordi di distribuzione con le librerie italiane di Parigi. Ma se cercate bene, qualche copia spunterà fuori anche oltreoceano, alla libreria City Lights di San Francisco, il tempio della letteratura indipendente fondato nel 1953 da Peter Martin e Lawrence Ferlinghetti.
«Una delle chiavi per farsi conoscere è puntare sempre al massimo, a cominciare dai grandi personaggi» prosegue Pesce. «Penso ad Amelie Nothomb, che nel numero scorso ci ha concesso un'intervista in esclusiva, ma anche a Dario Fo, Erri De Luca, Salvatore Settis, Francesco Guccini, per rimanere in ambito italiano, e poi Daniele Luttazzi, se ancora qualcuno se lo ricorda» Una scelta che, dati alla mano, li sta premiando. Sono settecento gli utenti che tutti i giorni entrano per curiosare sul sito eccelapsus.com, curato da Simone Cingano. Una finestra on line sempre aggiornata e graficamente innovativa che ospita opinioni illustri, rubriche di cinema, musica e libri. «Rispetto al cartaceo» racconta Cingano «il sito ci permette di affrontare anche tematiche di più stretta attualità che la scansione trimestrale ci preclude».
Sulle prospettive future, Maria Elena Tita, l'unica donna del gruppo, non ha dubbi. «Ci piacerebbe sviluppare sempre di più progetti collaterali alla rivista. Questa primavera, per esempio, è in programma una rassegna cinematografica in collaborazione con il cinema America e la cineteca Griffith».
Nell'attesa, è di prossima uscita il numero cinque, che celebrerà il primo anno di Lapsus. Ma sono tanti i personaggi, i temi, le suggestioni, le storie sviscerate in questi primi quattro numeri, in una trasversalità narrativa che mescola racconti, poesia, articoli di costume, interviste, foto. L'idea che anche uno scatto sia potenzialmente una storia la si nota nella cura meticolosa con cui è scelta la copertina. L'unica pagina a colori. Il resto è un bianco e nero vagamente old style, che nasce da un'esigenza economica, prima ancora che estetica.
Poiché, come chiosava Gianmaria Patrone nell'editoriale del numero 1, «Lapsus è un'anomalia, un anacronismo. Rappresenta un salto nel buio, un errore di valutazione, un azzardo, la testimonianza incontrovertibile che noi siamo vivi e potenzialmente pericolosi».