Le note del Va' pensiero si staccano lente e struggenti dalla bocca dei coristi per sciogliersi nell'aria della grande sala del Carlo Felice: scaldano il cuore del pubblico genovese e insieme illuminano il futuro del teatro, dissipando le ombre dell'incertezza.
La prima del Nabucco diretto da Daniel Oren è andata in scena venerdì 19 febbraio 2010, inaugurando una stagione dai natali difficoltosi, riempiendo il teatro e regalando a chi sedeva tra le poltroncine rosse - qualche politico in smoking pre-elettorale e una maggioranza dall'eleganza sobria e genovese - l'afflato, morale prima ancora che patriottico, del primo grande successo di Giuseppe Verdi. Se il titolo non poteva essere scelto più accuratamente, da un lato calamita anche per chi raramente frequenta i teatri d'opera, dall'altro richiamo ideale per il centenario che verrà - quello, a tratti misconosciuto, dell'Unità d'Italia - se l'affluenza è stata ottima, non tutto ciò che si è visto e ascoltato ha lasciato ugualmente soddisfatti, con qualche ripercussione sulla timidezza degli applausi finali.
Più che convincente, è bene dirlo subito, è stata la prova dell'Orchestra e del Coro del Carlo Felice, guidati da un Oren capace come sempre di infondere fiducia ed energia ai musicisti genovesi e da un Ciro Visco che lascerà parecchi orfani - tra il pubblico come tra i coristi - in occasione dell'ahimé vicina partenza per Roma. Proprio la pagina con cui abbiamo aperto questo articolo, il Va' pensiero che dai cuori del popolo prigioniero si innalza sorretto dalla fede, può ben essere presa ad esempio della qualità che ha caratterizzato il contributo delle masse artistiche: ottima sintesi di una vocalità limpida e partecipe e di uno strumentale brillante e insieme delicato.
Rimandando a qualche riga più avanti i dubbi proseguiamo a raccontare di ciò che venerdì ci ha positivamente impressionato. Ecco dunque la voce di Dimitra Theodossiou, potente eppure sapientemente modulata al fine di incarnare una figura controversa come quella di Abigaille: la soprano ateniese - ma residente ormai da tempo in Italia - virava con incredibile facilità dalla crudeltà alla sensualità più sottile, fino a farsi dolente rimorso. Impressionante per forza (d'urto) risultava invece Sergey Murzaev, un Nabucco terribile che sembrava letteralmente in grado di far tremare le mura del Tempio di Salomone; il re assiro è però anche vecchio padre segnato dal dolore e dunque in luogo di una potenza che è sempre luce abbagliante - come quella dispiegata dal baritono russo - sarebbe probabilmente necessaria qualche ombra in più, qualche angolo smussato, qualche oscura debolezza. Se lo Zaccaria di Riccardo Zanellato era solido e ben modellato, Nazzareno Antinori nella parte di Ismaele si dimostrava costantemente in difficoltà a raggiungere un livello di emissione adeguato.
Giungiamo con queste ultime note alle piccole delusioni che avevamo preannunciato, che riguardano prevalentemente la componente visiva della messa in scena. Ad una regia, firmata da Saverio Marconi, che lasciava cadere ogni possibile spunto drammaturgico per limitarsi ad impaginare più o meno correttamente il susseguirsi degli avvenimenti, si affiancava infatti una scenografia gravata da problemi di diverso ordine. Se la contrapposizione - grafica e culturale - tra rotoli talmudici e incisioni cuneiformi si dimostrava convincente, al contrario un anfiteatro semovente - che pareva confondere il dispotismo mediorientale con il suo esatto contrario, la democrazia ateniese - creava con le sue forme convesse non poche difficoltà alla gestione dello spazio scenico; apparivano inoltre evidenti le discrasie tra la scarna e forse eccessiva sobrietà degli sfondi da una parte e dall'altra la ricchezza dei costumi - peraltro molto belli - e il kitsch rutilante di alcuni elementi, come lo ziggurat-trono in oro e turchese, forse sottratto dalla villa di un tycoon a Miami Beach.