Inaugurata l'anno scorso, l'indagine sull'evoluzione dell'identità italiana Fare gli Italiani entra nella sua seconda parte. Nato da un'idea di Carlo Repetti nel 1996, il progetto Le Grandi Parole si svolge al Teatro Stabile di Genova. Questo ciclo guarda ovviamente alle celebrazioni del 2011 per i 150 anni dell'Unità nazionale (1861-2011). Figure autorevoli vengono affiancate da attori/trici che leggono brani tratti dalla nostra letteratura. Cinque appuntamenti, a partire dall'1 marzo e fino al 29 marzo 2010. L'ingresso è libero.
Dopo le tematiche affrontate l'anno scorso - Progetti d'identità (con Giovanni De Luna), Scuola, lingua, cultura (con Tullio De Mauro), Emigranti ed emigrazione (con Gian Antonio Stella), Guerre, leva militare, prigionie (con Anonio Gibelli), Vie di comunicazione e vacanze (con Ernesto Franco) - ospiti di quest'anno sono: il giurista e già presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky che privilegia il ruolo svolto dalla triade Legge, Stato, Cittadino (lunedì 1 marzo, ore 20.30). Accanto a lui Anna Bonaiuto ed Eros Pagni impegnati nella lettura di Tomasi di Lampedusa, Sidney Sonnino, Piero Calamandrei, Leonardo Sciascia, ecc.
Lunedì 8 marzo (ore 20.30), sarà la volta della psicologa e scrittrice Gianna Schelotto, che - affiancata da Paola Pitagora e Omero Antonutti - rifletterà sul tema Famiglia e donna. A questo appuntamento ne seguiranno, uno alla settimana, altri tre: sabato 13 marzo (unico incontro di sabato pomeriggio, ore 16.30), il sindacalista, già sindaco di Bologna e oggi deputato europeo, Sergio Cofferati (insieme a lui Galatea Ranzi e Luca Lazzareschi) condurrà il discorso intorno alla funzione svolta dalle Organizzazioni di base e volontariato. Lunedì 22 marzo toccherà a Carlo Rognoni, giornalista e già membro del Consiglio d'Amministrazione della Rai, parlare di Massmedia e televisione (al leggio Paola Gassman e Ugo Pagliai); infine, lunedì 29 marzo (ore 20.30), torna Ernesto Franco, come protagonista dell'ultima serata, con Laura Marinoni e Massimo Popolizio, intitolata a Sport e musica leggera.
L'anno scorso in uno degli incontri, il grande linguista Tullio De Mauro aveva ripercorso la storia della nostra identità nazionale a partire dalla creazione e dal consolidamento della lingua italiana nella penisola, in un excursus che partiva proprio dal 1861 e arrivava ai nostri giorni. Punto forte della sua tesi, la difficoltà di ottenere un'identità condivisa laddove c'erano tante lingue (i molti dialetti italiani) e soprattutto a partire da un metodo alquanto innaturale e frustrante che negava di fatto alle differenze linguistiche qualsiasi dignità.
La definizione del dialetto come malerba ha impedito agli Italiani in erba di imparare l'italiano standard come una seconda lingua e quindi a partire da similitudini e differenze rintracciabili nella propria dimensione espressiva e logica. Nel 1861 solo il 2,5% dei neo-nati italiani parlava la lingua standard, solo il 10% la capiva mentre tutti gli altri parlavano lingue anche molto diverse per origine ed evoluzione: molti dialetti, per esempio il piemontese e quelli del sud, erano più lontani dall'italiano standard del francese o del rumeno. Tra il 1861 e il 1955, le statistiche grazie alla scuola obbligatoria, al servizio militare e, negli ultimi anni, alla diffusione della Tv, subiscono un lieve aggiornamento: il 18% della popolazione parla italiano e sa alternare l'italiano al suo dialetto, mentre il 64% ha ancora forti difficoltà a capire e a parlare l'Italiano. Ci sono certo problemi di attendibilità in quegli anni rispetto ai dati statistici, che si riducono e di molto dopo il 1974. Nel 1988 si è a questo punto: il 44% della popolazione parla italiano ma conosce il dialetto, il 41,5% sa alternare italiano e dialetto, il 13,9% conosce solo il dialetto. E come recita una bellissima poesia del siciliano Ignazio Buttita (Lingua e dialettu, 1970):
Un populu,
diventa poviru e servu
quannu ci arribbanu a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.
Diventa poviru e servu
quannu i paroli non figghianu paroli
e si manciunu tra d'iddi.
("Un popolo,/ diventa povero e servo/ quando gli rubano la lingua/ dei padri:/ è perso per sempre./ Diventa povero e servo/ quando le parole non fanno più figli/ e si mangiano tra di loro").
Se rammentiamo, come sostengono oggi i maggiori linguisti e gli scienziati che si occupano di neuroscienze e di apprendimento, quanto la lingua non sia solo strumento di comunicazione, ma anche vero e proprio parametro dell'identità, in quanto comportamento, gesto, azione linguistica che si riferisce al nostro modo di relazionarci, di riconoscerci nei diversi ruoli e per i diversi gradi di intimità; se ricordiamo che la lingua è lo strumento logico con cui formulare la nostra visione e interpretazione delle cose - prova ne siano i tanti gerghi che le generazioni coniano per testimoniare il loro sguardo sulla realtà che vivono, in relazione a un passato che si trovano in eredità - la lezione di Tullio De Mauro resta illuminante circa l'accelerazione forzata che l'italianità ha subito più che agito.