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genova  >  spettacoli  >  C'era una volta il rock

Bill Bruford. Autobiografia alla batteria

 
In un libro, la vita del rivoluzionario batterista degli Yes. Racconti e storie dagli anni Sessanta ad oggi. Per riscoprire il progressive rock europeo. Di Riccardo Storti
 
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1 gennaio 2010
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di Riccardo Storti
   
Bill Bruford
Bill Bruford

Bill Brudford resta uno dei più quotati batteristi del pianeta. La sua storia è nota agli aficionado di queste colonne. Al di là del curriculum sembra quasi che, talvolta, il nostro si sia trovato nel posto giusto, al momento giusto.

Alla fine dei '60 è tra i fondatori degli Yes e vi resta fino ai capolavori angolari di Close to the Edge e Fragile. Entra nei King Crimson quando Robert Fripp decide di estremizzare ulteriormente il linguaggio sonoro della band e di rivoluzionare con tre album la fisionomia di un prog ormai sensibile all'hard rock.
Nella seconda metà degli anni Settanta si fa qualche giro dalle parti di Canterbury (Gong e National Health), in Usa (suona in At the Sound of Bell dei Pavlov's Dog), negli U.K. (ovvero il supergruppo con John Wetton, Allan Holdsworth ed Eddie Jobson)  e gira il mondo in tour con i Genesis.

Dall'80 ritorna nei resuscitati Crimson della fase elettronica con Adrian Belew e Tony Levin, ma un lustro più tardi sarà solo jazz con la propria band, gli Earthworks, e così via fino ad oggi fra mille collaborazioni e sperimentazioni.
Questo in breve. A volerne sapere di più, il musicista ha raccontato tutto se stesso nel recentissimo Bill Bruford. Autobiografia alla batteria. Yes, King Crimson, Eartworks e non solo, tradotto in Italiano e pubblicato da Aereostella. Oltre 400 pagine di ricordi e riflessioni, pungolate da capitoli i cui titoli sono generati da stimolanti domande del tipo Perché hai lasciato gli Yes?, Ti piace ancora il progressive?, Com'è lavorare con Robert Fripp? e da quesiti assai personali, se non quasi intimi (È difficile con una famiglia?, Sì ma di giorno cosa fai?, Ti piacciono le interviste).

Aneddoti, zoomate sulla tecnica, curiosità ma soprattutto una rilettura pacata e ragionata di un'epoca della storia musicale europea, attraverso un particolarissimo spaccato che è stato quello del progressive rock.
Vengono a galla aspetti connessi alla quotidianità del fare musica e del vivere di musica, in sintonia con ritratti di amici e compagni di viaggio: Phil Collins è «l'uomo più allegro del mondo»; Robert Fripp «è sempre stato pestifero» (il che la dice lunga...), il flemmatico Chris Squire degli Yes era capace di passare la notte a «controllare due manopole del mixer».

Bruford si racconta e lo fa con un certo compiacimento volto a creare la giusta complicità con un lettore curioso, ansioso di vedere (e forse udire) ciò che ha già ben scorto tra la terra di mezzo del vinile e delle biografie autorizzate. Un'ottima fonte: disseta e, al tempo stesso, infonde un notevole appetito vinilico. Occhio a non esagerare.

 
 
 
 
 
 
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