F.Z. ovvero della prolificità. Non stiamo parlando di Frank Zappa, ma di Fabio Zuffanti che, probabilmente, condivide con il maestro di Baltimora, non solo le iniziali, bensì anche un’impellenza creativa, abbastanza rara – almeno – qui da noi. Così, il 5 marzo 2010, il compositore genovese ha dato alle stampe il secondo album solista (Ghiaccio editato dalla Mellow Records di Sanremo), 11 mesi dopo l’esordio omonimo.
È cambiato qualcosa? Sì, e in meglio. Zuffanti è sempre più un autore consapevole, oltre qualsiasi etichetta eppure sempre duttile e aperto ad offrire contributi di genere. Non solo: Ghiaccio vive di canzoni e le canzoni – si sa – necessitano di una voce. Se, nel primo CD, Zuffanti si affidava timidamente, quasi con discreto riserbo, ad una timbrica vocale talvolta incerta, ora c’è maggiore convinzione. Potremmo dire un investimento alla ricerca di una cifra personale che – già ben evidente nella struttura musicale dei brani – adesso ha nella voce un suggestivo fulcro. Non è affatto questione di bel canto (anzi…), ma di espressività: Zuffanti riesce a trasferire note ai versi delle proprie liriche (e a quelle del poeta Tommaso Labranca per Due sonetti dinanzi al Just Cavalli) e questa volta il peso vocale si fa marchio, come accadde in brillanti precedenti della storia del rock (Robert Wyatt, Nick Drake, Peter Hammill e Brian Eno).
Poi c’è l’aspetto italiano, tutt’altro che secondario. Radici in due cantautori atipici in una loro tipicità fuori dai decenni: Franco Battiato (Ghiaccio) e Lucio Battisti (Guardiamo dentro la scatola e Salto in lungo). Ed è un piacere tutto elettronico teso a realizzare il rendez-vous tra i due numi in mezzo alle tracce zuffantiane. Ma il DNA è là, probabilmente disperso tra Aries e Hegel. E talvolta è bello naufragare in questo mare di sintetizzatori impazziti (la coda de La talpa). In parallelo, Zuffanti è pure parte della sua generazione: Subsonica (Ultravoid), Bluvertigo (Il costruttore di elefanti), Max Gazzé (Le fabbriche felici). Nessuna nostalgia, nulla è retro ma tutto è trasformazione di tempo e tempi: come in Cinque all’alba, che suona come un’ipotetica cover delle Orme eseguita dai Sigur Ròs.
Atmosfere tenui, testi levigati, sonorità ricercate attorno ad nucleo compositivo semplice ma non banale: Zuffanti non ha bisogno di troppi accordi, la sua è un’armonia che si regge sul filo di una continuità narrativa essenziale, quasi epigrammatica, nell’intreccio di sequenze e frequenze. D’altra parte lo ha sempre sostenuto: lui è solo un non musicista.