Prologo
Quando mi viene il blu lei se ne accorge.
Lo chiama così. Il blu. Dice che viene anche a lei, che viene a tutti. Il mio blu è più nero che blu, penso, ma non glielo dico. Non capirebbe. Sono molte le cose che non capisce. Non ha tempo di capirle, perché ha un sacco di cose da fare. Risponde al telefono mentre fa i compiti con Caterina, oppure cucina mentre Beatrice recita a voce alta la poesia di Natale. Lei dice sempre che vorrebbe una giornata di quarantott'ore, che forse con ventiquattr'ore in più riuscirebbe a fare tutto quello che deve, senza fretta. Secondo me, no. Secondo me passerebbe quarantott'ore al telefono, sempre facendo i compiti o la spesa, o cercando un parcheggio, esattamente come adesso. Lei è così.
Oggi pomeriggio abbiamo litigato. Le ho detto che è odiosa, che non ascolta mai. Lei si è infuriata. Ha cominciato a gridare che sono una piccola egoista insopportabile, che non mi accorgo che noi e papà siamo il centro assoluto della sua giornata e che sono un'ingrata perché stamattina ha saltato la lezione di pilates per venire a parlare con la mia professoressa di storia. Be', è il tuo dovere, le ho detto io, sei mia madre. Dovere un accidente, ha detto lei, il dovere è il tuo, Matilde, quello di non prendere tre insufficienze in storia, una dietro l'altra. In storia, poi! Potrei capire in matematica, ma in storia! Storia!, urlava, e girava per casa sbattendo tutte le porte. Beatrice è spuntata in corridoio: La mamma è arrabbiata?
Secondo te?, le ho risposto. Sparisci. Via di qui.
Arrabbiatissime, ha detto lei, tutte e due.
Ed è tornata di là.
1. Maltempo
In cima al sentiero, Augusto Griot si fermò a prendere fiato. Era salito con le racchette da neve e in un'ora e mezzo di percorso non aveva incontrato anima viva. Sepolta sotto il manto di neve, nemmeno la strada era riconoscibile, non d'inverno, almeno; e il cartello che indicava il paese di Autagne era stato usato come bersaglio dai cacciatori, qualche anno prima. Crivellato dai colpi si era piegato verso il basso, quasi a indicare che Autagne fosse un paese sotterraneo e misterioso, e che per arrivarci fosse necessario aprirsi un varco lì dove il terreno saliva bruscamente e diventava bosco, pendio, regno di animali invisibili o sonnolenti, deserto di umane creature.
Non era sempre stato così.
C'era stato un tempo in cui ad Autagne si arrivava, anche d'inverno. La neve la spalavano gli abitanti con i cavalli da tiro e le pale di legno e poi la ammucchiavano ai margini del sentiero. Era prima del grande esodo verso la Francia, prima della guerra. Prima della fame, che li aveva stanati tutti quelli di Autagne, compresi i Griot, che però avevano soltanto cambiato versante, meno avventurosi - o forse solo più ricchi - di quanti avevano attraversato i valichi; e qualcuno anche il mare, l'oceano si mormorava, anzi, più di un oceano, chissà fino a dove era riuscita a spingerli la fame, così lontano che se n'era perduta la voce.
Griot ansimò leggermente e aprì la bocca per inalare più aria. Si sentiva accaldato, nonostante il freddo pungente, e questo accentuava l'impressione di una lieve mancanza di ossigeno. Si sfilò il guanto impermeabile ed estrasse il binocolo dalla tasca della giacca a vento. Toccava a lui stare dietro agli animali selvatici, pensava, anche se per quella guardiania invernale il comune non gli dava una lira; nemmeno sapevano, forse, che una volta alla settimana prendeva bastoni e racchette da neve e saliva lassù. Toccava a lui perché in quei boschi ci era cresciuto e li conosceva, palmo a palmo. In autunno saliva con il pick-up, andava a fare legna in quella fetta di bosco di larici che era roba sua, una strisciata dalla cima della montagna giù fino al rio, dove finiva in un boschetto di ciliegi selvatici, rari a quelle altezze.
Le previsioni - lo aveva detto la radio - davano ancora tormenta: i cervi e i caprioli affamati sarebbero scesi alle quote più basse. In passato i branchi si sarebbero dispersi sul fondovalle, cambiando versante, ma il traffico in aumento sulla statale li spaventava e preferivano non avvicinarsi troppo alla strada. Finiva che si rifugiavano - specie le femmine e i piccoli - negli anfratti del terreno, tra le radici nodose dei larici.
Stava riprendendo a nevicare, osservò stizzito. Le nuvole diventavano basse, scendevano e si facevano nebbia. Al ritorno, se non voleva correre rischi, sarebbe dovuto scendere attraverso il bosco più ripido, dove la visibilità era sempre maggiore e la coltre di neve più sottile. La strada che aveva fatto all'andata - la carrozzabile di terra battuta, percorribile in macchina solo al disgelo - la conosceva alla perfezione; ma, proprio perché la conosceva, sapeva che in due punti sfiorava un burrone e con tutta quella neve e la nebbia non era sicura.
Il bosco era silenzioso. Griot camminava battendo con i bastoni i tronchi di larice per spaventare gli animali: se si erano nascosti tra le radici in quel tratto pieno di buchi, il movimento e il rumore li avrebbero fatti agitare e lui se ne sarebbe accorto, prima che la nevicata in arrivo li intrappolasse nel gelo.
Dei solchi sulla neve indicavano che soltanto alcuni sciatori in fuoripista erano scesi zigzagando tra gli alberi: non avevano lasciato altri segni del loro passaggio e la nevicata avrebbe coperto ben presto anche quelli. Griot diede un'occhiata al cielo basso e compatto, e decise che mancava ormai così poca strada che sarebbe comunque arrivato su in paese. La temperatura stava scendendo rapidamente, registrò, e sotto lo zero i fiocchi di neve sarebbero cessati del tutto o si sarebbero raggrinziti come noci secche. Aveva tempo, almeno due o tre ore, prima che la nevicata rendesse impossibile il ritorno.
Griot gironzolò senza uno scopo preciso nel paese deserto. Ricordava Autagne da bambino, quando le baite erano ancora tutte abitate, con le vacche al pianterreno, i fienili in cima e i cristiani in mezzo, tenuti al caldo dalle bestie e dal fieno. La grangia dei suoi era ancora in piedi perché ogni anno, al disgelo, lui passava giornate intere non tanto a risistemare le lose del tetto, quanto a scavare canali di scolo più a monte, convinto che fossero l'acqua e il fango il vero pericolo, non la neve. Prima o poi, lo sapeva, nei muri si sarebbero aperte larghe crepe, le baite disabitate sarebbero smottate a valle, vinte dalle infiltrazioni d'acqua e dagli inevitabili movimenti del suolo. L'unico modo per fermare quella lenta distruzione sarebbe stato tornare ad abitare quei borghi, lavorare la terra, pulire gli argini e i boschi; portare la luce, il gas, l'acqua corrente, magari il telefono.
Arrivato alla chiesa, Griot si fermò a guardare la meridiana sbiadita con il suo motto latino di cui si era cancellata l'ultima parola. Lui il latino non lo sapeva, ma quella frase la conosceva comunque a memoria: Sicut umbra vita fugit. Solo che il fugit se l'era portato via la gelata dell'anno prima, che aveva staccato un pezzo di intonaco.
Meglio, si disse Augusto Griot mentre tornava a casa. Non gli andava il pensiero che la vita fuggisse, più o meno veloce come l'ombra. Senza quel fugit, sembrava piuttosto che la vita assomigliasse all'ombra, a qualcosa che ci impedisce di vedere con chiarezza le cose finché non ci si va a sbattere contro. E questa, continuò a riflettere, gli pareva una massima più azzeccata, se non altro meno malinconica. L'avrebbe raccontato a Violaine, che stava per tornare a casa. Questione di giorni, ormai. Era già mercoledì, mercoledì pomeriggio. Ed era quasi Natale. [...]
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