Dopo Schicklgruber, alias Adolf Hitler, questa volta la maestria di Neville Tranter, attore, creatore e animatore di pupazzi, tra poesia e ironia, metafore, giochi di parole e nomi propri (uno dei pupazzi si chiama nientepopodimento che Soren Kierkegaard, come il filosofo danese) ci conduce in una storia Vampyr (scritta da Jan Veldman, come la precedente), quasi una favola, che parla del rapporto tra padri e figli/e ma anche di ciò che è in vita e ciò che non è in vita, conducendoci nelle pieghe dell'animo umano.
In un'apparente trama giocosa, dove si mescola il mondo soprannaturale e metafisico del vampirismo (grazie anche a un'ambientazione nebbiosamente scandinava) con la vita contemporanea di un padre in vacanza con la figlia e di un gestore di camping modernamente avido e proiettato a fare del suo camping un parco a tema in stile horror, emergono tre coppie di personaggi legate da un rapporto parentale: il Conte Olav e il figlioletto Romero, che nasce da una madre morta, presumibilmente grazie all'operato del papà vampiro; l'avido proprietario di un campeggio, Jennsen, da tempo disertato dai turisti e il suo aiutante lo strambo vecchietto, un po' tonto e un po' filosofo, Soren Kierkegaard e, infine la giovane e bella Inger (in preda a un misterioso male) e il padre capitati per sbaglio e per un guasto all'auto nel campeggio ai bordi del bosco di Tronce. Tra loro aleggia Gabriel (interpretato da Neville Tranter), angelo esiliato, ora al servizio dell'egoista Conte Olav e incaricato di occuparsi come una nurse del rampollo Romero.
Come già in Schicklgruber, alias Adolf Hitler, l'azione, la parola e la trama stessa si svolgono con l'esclusivo impegno sul palco di Neville Tranter, ora attore nei panni di Gabriel ora servitore d'onore dei suoi pupazzi, padre ma non padrone di creature (solo testa e torso) a cui dà voce e movimento, ma dotate di caratteri, toni, modi e maniere affatto diverse. Senza pausa, la vicenda scorre lungo dialoghi per lo più a due, in un inglese (Tranter è di orgine australiana) a tratti shakespeariano nello stile poetico e riflessivo, ma ora anche paragonabile a quello della drammaturgia più asciutta tipica dei play minimali contemporanei (tra Beckett e Pinter) dove brevi scambi di battute apparentemente quotidiani puntano a risolvere i grandi quesiti dell'esistenza: vita, morte, senso dell'esistenza, dell'infinito.
E così come l'egoismo del Conte Olav rende malato e infelice il giovane Romero - vampiro nutrito quasi esclusivamente con topi, ma aspirante a godere come il padre del sangue di una vergine - così la follia di Soren Kierkegaard, un tempo poliziotto, porta alla generazione di un figlio con annientamento della madre, Nora Helmer, posseduta come l'appartamento in cui viveva da un fungo nero, magico. Padre di un figlio mai incontrato, amante fugace, al cospetto dell'inumano ed egoista Jennsen, rilegge la sua stessa storia in un'autoconfessione dello stesso Jennsen, che li rende più simili e vicini di quello che entrambi avevano mai creduto. In tutto questo il pavido, ansioso, quanto impotente e alquanto inetto papà della bella e giovane Inger, non è né folle né egoista ma semplicemente inadeguato ad accudire la figlia, che lascia sola in un contesto misteriosamente ostile che non sa riconoscere come minaccioso. Sarà proprio Inger con la sua forza d'animo a superare la violenza del Conte Olav, ad avvicinare il giovane e appassionato Romero e a proporgli la svolta, ovvero la creazione di una vera coppia capace di figliare forse in una nuova armonia vampiresca.
L'ottima coordinazione tra paesaggio sonoro (Ferdinand Bakker e Kim Haworth) e luci (Desirée van Gelderen), attraverso le sfaccettature degli occhi brillanti di queste marionette - sempre un po' mostruose ma terribilmente loquaci tra le mani del loro padre - genera una creazione spettacolare che amplifica l'esperienza sensoriale, tra umano e pupazzo, tra voce diretta e voce dislocata, in un'armonia - anche tecnicamente - perfetta, che cattura l'attenzione e sa smuovere emotivamente, facendo anche sorridere e dando una prova unica della forza di questo genere di teatro così poco frequentato nella versione per adulti.