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una scena del film 'Giallo a Milano'
una scena del film 'Giallo a Milano'
 

'Giallo a Milano': intervista a Sergio Basso

 
Venti cinesi raccontano i loro sogni e le loro odissee in un film. Le confessioni al regista italiano che parla la loro lingua. Di Francesca Baroncelli
 

 
   

     
Genova, 15 marzo 2010
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mentelocale di
Francesca
Baroncelli
   

Venti cinesi a Milano si raccontano al regista italiano Sergio Basso: come hanno raggiunto l’Europa? A quali difficoltà vanno quotidianamente incontro? Cosa sognano per il loro futuro? Il film Giallo a Milano coinvolge cinesi di ogni età e vocazione. Tutti, rigorosamente, abitanti a Milano.
È l’occasione per conoscere finalmente i loro sogni e la loro odissea: una ginnasta, l’interprete presso l’ambulatorio ginecologico dell’ospedale Buzzi, un attore, una cantante di opera lirica, una giovane alla prese con l’esame per la patente di guida, un pittore arrivato in Italia negli anni Settanta, gli universitari cinesi di seconda generazione, gli studenti cinesi di Brera.

Giallo a Milano è stato realizzato con il contributo del MiBAC – Direzione cinema, della Provincia di Milano, Bando Filmmaker - cinema fuori formato e con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte – Piemonte Doc Film Fund. Il film ha partecipato al Torino Film Festival (novembre 2009) e al Bifest international film & tv Festival (Bari, gennaio 2010) .
È in competizione ufficiale in: Visions du Réel  Film Festival, Nyon (Svizzera, aprile 2010), Mediawave International Film Festival, Györ (Ungheria, maggio 2010).

Abbiamo fatto due chiacchiere con Sergio Basso, che ha vissuto in Cina, parla la lingua dei cinesi protagonisti del film e conosce la loro cultura.


Hai vissuto in Cina per alcuni anni. Cosa ti è rimasto maggiormente impresso del Paese e dei suoi abitanti?
«La semplicità, disarmante, dei contadini dell'interno. E la solidarietà».

Spesso i cinesi che hanno scelto di vivere in Italia non sono accettati dagli italiani. Questo film vuole essere il tuo contributo per avviare un dialogo nuovo?
«Beh, speriamo. In altre parole, i cinesi non vengono da Vega e non hanno tre polmoni. E ti dirò di più, non c'è alcuna comunità: c'è una somma di persone che cercano con maggiore o minore successo di conquistare un equilibrio, una dignità, una felicità, formando una famiglia, credendo nel futuro. Allora la posta in gioco è: ce ne frega qualcosa di queste persone? Perché è molto facile continuare a tenerli a una certa distanza etichettandoli come una comunità, che suona un po' come una massa indistinta, compatta, impenetrabile. Invece sono il vicino di casa. Persone. Sentimenti».

Come ha scelto i protagonisti del film?
«Lavoro così: piano piano metto a fuoco dei temi, che giacciono un po' sopra le nostre teste; e poi capisco quali persone saranno le antenne migliori per incarnare questi temi. Solo allora giro, aspettando che il tema sfrigoli, esploda nella scena. Per Giallo a Milano ho potuto contare su una troupe di amici, molto affiatata e preparata. Perché quando il tema sfrigola, devi essere veloce a girare. È un po' come cucinare, no?
Dato che parlavo cinese, destavo l'interesse dei cinesi. E poi il loro rispetto: amo la loro cultura, loro non si sentono attaccati, si aprono con gioia. Diciamo che gli anni che ho dedicato alla loro cultura sono un po' il pegno, la garanzia che mettevo sul piatto della bilancia.
Poi, lavorando giorno dopo giorno nel quartiere, ci siamo conquistati il coinvolgimento della comunità. Alla fine ci cercavano per strada per raccontarci le loro storie, o ci telefonavano per avvisarci di alcuni sviluppi che saremmo potuti essere interessati a seguire.
Quando abbiamo avuto l'idea di girare questo film - era il febbraio 2008 - la distorsione mediatica cui la comunità era sottoposta era evidente; la morsa della polizia sui negozianti, pesante; gli Italiani non avevano proprio voglia di confrontarsi con i Cinesi. Certo non è che i cinesi brillino di interventismo nella società civile italiana. Però mi son detto: ma c'è un sacco da raccontare. Un sacco di sentimenti in gioco, che la gente non arriva a toccare. La gente non si immagina cosa passa per la testa di questi qua. E forse allora posso trovare la chiave per aprire questa cassettiera».

Quanto tempo sono durate le riprese? 
«Tre mesi, per 150 ore di girato. Poi quattro mesi di montaggio, con il montatore Davide Vizzini».

È stato semplice convincere i protagonisti ad essere intervistati?
«No, non è mai semplice, nemmeno con gli italiani. La preparazione nella mia ottica richiede più tempo delle riprese. La macchina da presa è un'arma, ed è l'ultima cosa che estraggo. Prima va costruita un'intimità e una fiducia con i protagonisti del film. Si sta insieme, si parla, si esce, ci si confronta.
Forse può essere significativo il caso di uno dei protagonisti: avevo detto ad Alessandro Barelli, il produttore: tutti si aspettano che parliamo di mafia cinese. Allora ci siamo messi in contatto con la polizia di Milano, che ci ha presentato un collaboratore di giustizia, insomma uno che ha commesso dei reati ma che ha spifferato molte informazioni alla polizia, e ne ha avuto la fedina penale pulita. Ne abbiamo raccolto la testimonianza. Al che ci siamo posti la domanda: come facciamo a proteggerne l'identità? E mi è venuta l'idea dell'animazione. Anche perché l'arrivo in Italia di molti immigrati è un'odissea fantasmagorica, picaresca, mi pare una storia alla barone di Munchausen. Il produttore mi ha subito supportato, e questo mi ha dato grande energia. Mi ha messo in contatto con Lorenzo Latrofa, un ex allievo del Centro Sperimentale di Cinematografia, Dipartimento di Animazione, a Chieri.
Con Lorenzo abbiamo disegnato uno storyboard, scena per scena. Abbiamo fatto insieme una ricerca iconografica. Occupandomi di arte cinese avevo centinaia di immagini, che compongono ogni dettaglio delle scene. In più abbiamo ricreato la Cina usando le foto-ricordo degli immigrati. In questo mi ha dato una mano pazzesca Daniele Cologna, sinologo che da una decina di anni aiuta i cinesi di Milano.
Dallo storyboard si passa al videoboard, una versione un po' abbozzata del cartoon, e finalmente si rifinisce per l'animazione definitiva».

Sono passati quasi due anni dal tragico episodio di guerriglia metropolitana che a Milano ha coinvolto 300 immigrati cinesi e la polizia. Cosa ha scatenato tanto odio?
«Ai lumbard stavano antipatici i terroni perché erano troppo pigri, adesso stanno antipatici i cinesi perché lavorano troppo e puzzano. A nessuno viene il dubbio che il problema siamo noi? È vero che l'afflusso di cinesi nella zona è aumentato esponenzialmente negli ultimi dieci anni, e la gente ha bisogno di tempo per abituarsi all'Altro; però è anche vero che prima i cinesi di Paolo Sarpi si sono presi i negozi, e poi il Comune ha cercato di spostarli e ha trasformato una zona di esercizi commerciali in una ZTL, spaccando le gambe ai negozianti, non solo quelli orientali. Come se non bastasse, speculazioni edilizie vorrebbero i cinesi fuori dai piedi, per far lievitare i costi delle case. Insomma, diciamo che non mancano gli ingredienti per un bel po' di attrito.
Credo che sotto sotto ci sia un gran misoneismo da parte italiana, cioè siamo terrorizzati dal fatto che il volto dei quartieri ci cambia attorno. Ma è il normale destino di una qualunque città che pulsi, che viva. Le culture si avvicendano».

E come vanno ora le cose a Milano?
«Ora finalmente tutto è bello, stupendo, e la giunta Moratti ha saputo risolvere ogni problema. Ogni giorno in via Sarpi le anziane del quartiere intrecciano ghirlande con i nuovi cinesi appena arrivati, a mo' di benvenuto. E poi la sera si danza per strada. La verità? Una cinquantina di cinesi che non sanno più che pesci pigliare e per campare dormono alla stazione Garibaldi, con pressoché nessuno che si prenda cura di loro, tranne Lidia Casti e Daniele Cologna due sinologi che da un decennio si occupano seriamente di immigrazione. Il film deve molto a loro, alla loro guida».

 
 
 
 
 
 
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