Questa settimana ci facciamo un bel giro fuori dall’Italia e recuperiamo un doppio Cd. Uno di quei fermo immagine sonori che solo un appassionato discografico (Leonardo Pavkovic della Moonjune) è capace di trasformare in qualcosa di duraturo, ergo riascoltabile.
Tutto nasce intorno al 2006, quando il pianista americano Alan Pasqua e il chitarrista britannico Allan Holdsworth decidono di chiamare il bassista degli Yellow Jackets Jimmy Haslip e il batterista on demand Chad Wackerman (storica la sua militanza nella band di Zappa dal 1981 al 1988). Il progetto è un tributo live al jazzista Tony Willimas (1945-1997) con cui Pasqua e Holdsworth suonarono nei New Lifetime.
Nel 2007 il quartetto Holdsworth, Pasqua, Haslip, Wackerman organizza una poderosa tournée europea, oggi condensata in Blues for Tony (Moonjune, 2009), preziosissima testimonianza di un ensemble che, al di là dell’omaggio all’amico e maestro, ripropone composizioni tratte dal carniere solista dei singoli.
Il chitarrismo atmosferico di Holdsworth si dipana attraverso i deja-vu di Fred, Looking Glass e le sfumature improvvisate di una lunare Guitar Intro, anticipazione all’indolenza sorniona del funk blues Pud Wud (qui, oltre alla sei corde, giocano un ruolo fondamentale i soli di Haslip al basso e di Pasqua alle prese con un piano elettrico distorto di zawinuliana memoria).
Rilassante lo swing sornione di The Fifth scritto da Wackerman; convincenti la composizione collettiva It Must Be Jazz dall’inconfondibile profilo improvvisativo e la sintesi espressiva di generi nella title track. Tastiere al centro nei tre brani di Pasqua: il pianismo acustico di To Jacki, George and Thad e quello elettrico di Protocosmos inframezzati dalle veloci scale di synth di San Michele. Tra Keith Jarrett, Chick Corea e Weather Report.
Finale con il botto sulle note di Red Alert, un classico dei New Lifetime di Williams. Interpretazione sopraffina corroborata da un contagioso groove: la ritmica fa crescere il piano di Pasqua e la chitarra di Holdsworth. Sempre più in alto.
Che aggiungere? Ma niente: questi sono mostri di bravura, musicisti piovuti sulla terra da altri sistemi planetari e così via, aggiungendo banalità critiche a banalità critiche. Perché quando si scrive di fusion diventa quasi inevitabile (e superficiale) sparare a salve. Ma qui non c’è la gratuità virtuosistica fine a se stessa: la playlist concertistica racconta una storia che passa – sì – attraverso la tecnica esecutiva ma in simbiosi con quella metamorfosi di suoni in bilico tra jazz e rock. Una scia che da Miles Davis attraversa i decenni e che trova in Tony Williams il crocevia ideale presso cui si sono dati appuntamento questi fantastici quattro.