Era proprio un venerdì. 25 giugno 1965 quando Genova, per la prima ed unica volta, ospitò i Beatles al Palasport. Poi, dal 10 aprile 1970 la storia finì e cominciò un mito che, ancora oggi perdura.
Venerdì 30 aprile 2010, Genova: Teatro della Gioventù. Finalmente The Beatbox. L'avverbio indica un'aspettativa ben precisa. Non chiamatela cover band. Questa è una tribute band. Un tributo ovvero un dono e, nel caso specifico, un atto di generosità musicale. Loro (Cinelli, Gori, Sposito e Vitanza) provengono da lunghe esperienze musicali, amano i Beatles da sempre e sono pronti a regalare al pubblico convenuto due ore di canzoni da Please Please Me a Revolver, con una puntatina tra B Side più o meno note (I'll Get You, This Boy, Thank You Girl).
Sorpresa della serata, la lieta apparizione di un amico, Marcello Giancarlo Dellacasa (Latte e Miele) che ha interpretato alla chitarra classica un medley di song dei Fab Four.
La vera magia ri-creata dai Beatbox, però, non va (solo) rintracciata nella (quasi) assoluta fedeltà riproduttiva e riproduttrice di quelle canzoni. In fondo, tenendo conto della preparazione musicale dei singoli, questo è un aspetto dato per scontato.
Il valore prioritario è insito nel gusto per la semplicità. I Beatbox restituiscono, prima di tutto, quella spontaneità, per cui, una volta saliti sul palco, sostengono il gioco sulle voci, sugli strumenti e sull’amplificazione. Stop.
Non c’è trucco, non c'è inganno. E come potrebbe essere il contrario? La loro forza comunicativa, si sente, va ben oltre le note suonate con precisione filologica. Prima e dopo il necessario studio, vive la genuina naturalezza di chi ha vissuto quegli spartiti sulla propria pelle al punto di possedere – ormai – un DNA musicale geneticamente modificato da She Loves You a Ticket to ride.
Il risultato, certo, è lo spettacolo, anzi, come direbbero gli anglosassoni, il play, fusione di gioco (reciproco - di ricordi - tra platea e palco) e rappresentazione. Ma nulla è artefatto. Nemmeno le voci, calibratissime, forzano la ricerca imitativa. Cantano Help e ci credono. La metamorfosi scenica è totale come quando vediamo Amleto a teatro e non l’attore che lo rappresenta.
Teatro: eccola la parola adatta, che sottende ad ogni allusione e illusione. Le maschere di John, Paul, George e Ringo attraverso i loro copioni dal 1962 al 1966.
Alla fine ci si ritrova sotto il palco, come 45 anni fa. A Genova. Tutti a ballare, dimenarsi, cantare. Le generazioni si azzerano: la nonna, la mamma e la nipote, a cui, ormai, non chiedi più chi erano i Beatles.