Non è un ristorante come tutti gli altri A Lanterna, è un’utopia. Fondato da don Gallo e dalla Comunità di san Benedetto più di trent’anni fa, è gestito da persone che hanno vissuto storie difficili e che, incontrando il mitico don, sono riusciti a dare una svolta alla loro vita. Lui non si ricorda neanche quanti ragazzi siano passati da lì, forse duecento. Il punto fermo è Ina la cuoca, dietro ai fornelli dal primo giorno: «Andrà in pensione alla fine dell’anno», ci racconta don Gallo un po’ preoccupato, «Il progetto è partito con trenta milioni che ci ha dato la Comunità Europea insieme al Gruppo Abele di don Ciotti. Era il 1979».
Ne sono passati tanti di anni ed è una bella soddisfazione avere aiutato così tante persone. Qualcuno l’ha combinata grossa: «Eh, sì. Un paio di volte i ragazzi sono scappati con la cassa», racconta il don, «ma è da cinque anni che non succede più». D’altra parte non c’è un padrone che esige il suo profitto. Il ricavato va direttamente alla comunità e per pagare gli stipendi. Ed è un miracolo che il ristorante sia sopravissuto per tutti questi anni, sfornando piatti di così alta qualità. Tra i miei preferiti della serata, la torta di asparagi, le cozze con un sughetto delizioso, lo spada tenero tenero, e la coppa fantasia, con una crema da leccarsi i baffi. Non sono esperta di cucina, ma mangiar bene mi piace proprio. In più, tutti i piatti mi sono parsi leggeri e poco grassi. Ho un metodo che ora vi confesso per verificare quanto sia pesante il cibo di un ristorante. Mi peso la mattina prima e quella dopo. Ebbene, avendo mangiato sei assaggi di antipasti, due primi, tre secondi (vedi menu nella foto gallery), tre assaggi di dolci, la mattina dopo non avevo preso neanche un etto. Un metodo poco scientifico forse, ma ve lo dico così per farvi un’idea.
Quindi un ristorante dove bisogna andarci, anche perché i vostri soldini non vanno ad un ristoratore come tanti, ma servono per aiutare una comunità che ha tolto centinaia di ragazzi e ragazze dalla strada. E che continua a farlo.
Bene, noi abbiamo avuto un privilegio che non capita certo agli avventori comuni, il mitico don ha accompagnato la nostra cena, mangiando a quattro palmenti e bevendo pure lui vino rosso. Perché in qualunque modo la pensiate, è un privilegio starlo a sentire. È un uomo buono, generoso, magari un po’ egocentrico, ma se non fosse così non sarebbe don Gallo. Ci ha intrattenuto per più di quattro indimenticabili ore, e a mezzanotte e mezza noi di mentelocale eravamo stremati, lui era fresco come una rosa. Dove la prende tutta questa energia quest’uomo che ragazzino certo non lo è più e che ha già compiuto ottant’anni? Allora c’è da crederci che Dio c’è, e che sta dalla parte degli umili, come dice sempre lui.
Lo so, volete sapere cosa ci ha detto don Gallo in queste quattro memorabili ore. Ebbene volete leggere un articolo o un romanzo? Per ora, posso scrivere un articolo, per il romanzo mi ci vuole un po’ più di tempo. Sollecitato da Francesca Baroncelli, intervistatrice di punta di mentelocale, ha cominciato a parlare di donne prete, di celibato dei preti e di maternità: «Non è possibile che ogni volta che una donna fa l’amore, debba fare un figlio. Gesù mica la pensava così». Poi passa al testamento biologico ed eutanasia, a Peppino Englaro, suo amico, a Welby: «Mia mamma mica ha voluto nessun tubo o tubicino, nessuna tortura, solo un bicchiere di moscato e se n’è andata via felice, come una candela che si spegne. Ha detto, ciao ora me ne vado in paradiso».
Ora racconta di quando era bambino, di quanto facesse disperare sua mamma, a scuola non sopportava il grembiule e la cravattina: «Mio fratello invece lo chiamavo precisini, per mia mamma era lui che doveva fare il prete, mica io». La Resistenza e la dottrina di Don Bosco gli hanno poi fatto scegliere la strada della Chiesa.
«Però non ho fatto una gran carriera come prete». «Ma come? - un po’ gli dico e un po’ penso - dopo il papa sei l’ecclesiastico più conosciuto in Italia, rompi sempre le scatole, vai in prima pagina, ti invitano in tante trasmissioni. E nessuno è mai riuscito a farti stare zitto una buona volta. Vasco e Piero Pelù pendono dalle tue labbra. Sei stato amico di De Andrè. Non avrai fatto carriera, ma famoso lo sei», mi guarda sornione, con il suo colbacco nero ben calcato sulla testa. Se l’è tenuto per tutta la cena.
La cosa che più lo preoccupa è la privatizzazione dell’acqua: «Ragazzi dovete firmare contro, in cima a via Venti raccolgono le firme. È la battaglia più importante per la democrazia. L’acqua è un bene di Dio, quindi di tutti».
Non naviga in rete, ma gli interessa lo strumento. Domenico stampa quello che il don vuole leggere: «La libertà di pensiero ormai la trovi lì, in internèt (con l’accento sulla seconda e). Ci trovi tutto», mi dice. Mi chiede di mentelocale, gli racconto che sì, che gli editori ogni tanto rompono come tutti i proprietari, ma che non condizionano noi giornalisti sui contenuti, che siamo liberi di scrivere quello che vogliamo: «Un bene raro di questi tempi. Laura, tieni duro con sta specie di papiro». «Sono dieci anni che tengo duro», penso. E con questa immagine in testa che paragona le nostre pagine web ai geroglifici, ce ne andiamo a casa sazi di cibo, vino, ma soprattutto di parole e pensieri. Le parole la notte, tanto per ricordare il titolo di un libro del caro amico Francesco Biamonti.
Laura Guglielmi
Può il racconto di una morte trasformarsi in una romantica poesia? Può. È successo una serata in osteria, di fronte a un piatto di linguine al pesto.
«Un giorno mia mamma ha chiamato a sé me e mio fratello. “Parto”, ha detto. Ma dove voleva andare con i suoi novantanove anni? Lei ha risposto puntando il dito indice verso il cielo. Il paradiso non era più così lontano e la mamma aveva deciso di prepararsi al meglio al grande passo, l’ultimo. Ogni giorno, dopo il solito caffè, si sdraiava supina sul letto, chiudeva gli occhi e aspettava. E noi figli lì con lei, a guardarla dormire. “Mamma, vuoi un bicchiere d’acqua?”, le ho chiesto un giorno io, che ero sempre stato il più vivace. Lei, senza mai aprire gli occhi, ha preferito rispondere con una smorfia. “Mamma”, ho insistito, “forse preferisci un bicchiere di bianco?”. La smorfia si è piegata verso l’alto e lei ha aperto un occhio e chinato la testa. “Perché no?”, sembrava dire. Poi ha richiuso gli occhi, questa volta per sempre».
Quel figlio disordinato e burlone oggi è uno dei preti più amati e discussi in Italia. Quella sera in osteria Don Gallo era seduto di fronte a me e, mentre raccontava questa storia intima e commovente, cercava il mio sguardo. Del suo mi ha colpita l’intensità. E la bontà.
Il prete che ha scelto di vivere per gli ultimi aveva invitato noi della redazione di mentelocale.it nel suo ristorante. E quando dico suo intendo dire della Comunità di San Benedetto al Porto. I ragazzi che lavorano all’Ostaria Marinara A’Lanterna nella comunità hanno trovato l’affetto e la sicurezza di cui avevano bisogno: ex tossicodipendenti, ex alcolisti, ragazzi e ragazze che hanno lasciato la strada. «Certo, a volte capita che qualcuno fugga dal ristorante con la cassa», scherza Don Andrea, con il tono di chi certe cose le aveva già messe in conto.
L’osteria di via Milano, a pochi passi dalla Lanterna, è aperta da 31 anni. E da ventinove Pellegrina, detta Ina, ne è la cuoca ufficiale. Le sue specialità marinare ci hanno deliziati: dalle acciughe marinate (8 Eu) al carpaccio di spada affumicato con rucola e grana (8 Eu), fino al salmone marinato (6 Eu), la torta di asparagi (5 Eu), i bocconcini di spada in agrodolce (8 Eu) e il misto della casa (15 Eu).
Ina ci ha proposto due primi piatti: taglierini al pesto (9 Eu) e linguine misto mare (9 Eu). Poi via con i secondi - e già io, Luca e la capa Laura boccheggiavamo, ma da bravi giornalisti curiosi abbiamo assaggiato proprio tutto - dalla tagliata di spada con rucola (16 Eu) alle cozze al pomodoro (12 Eu), fino al fritto misto (15 Eu).
La cena si è conclusa con i dolci della casa, davvero da non perdere: la coppetta fantasia (4 Eu) ha tra gli ingredienti il pan di spagna, la crema pasticcera e la frutta fresca; e ancora il semifreddo all’amaretto e cioccolato (5 Eu) e la panna cotta con caramello (4 Eu), «cucinata seguendo una ricetta segreta, che non conosco nemmeno io», commenta Don Gallo.
«Don Andrea, quali sono i tuoi piatti preferiti?», gli ho domandato incuriosita.
«Se non ami le acciughe sotto sale, con olio e origano, non sei genovese», ha esordito lui con il solito piglio deciso, «questo era il piatto preferito dai marinai durante la navigazione. Ma mi piacciono anche i ravioli a o tocco, le trenette al pesto, patate e fagiolini. A proposito, a Mignanego noi della Comunità coltiviamo il pesto Dop».
Don Gallo preferisce i piatti poveri della tradizione genovese: «non posso fare a meno del minestrone, dei gianchetti e della frittura di pesce. E il venerdì si mangia lo stocche, bollito o accomodou».
Francesca Baroncelli
Tra un boccone e l'altro sorseggia un po' di vino rosso e parla. Parla tanto e di tutto. Passa da un argomento all'altro, e di cose da dire ne ha eccome. Don Andrea Gallo ci accoglie nel suo ristorante, quell'osteria marinara 'A Lanterna che ha messo su nel 1979 per dare una nuova opportunità alle persone della Comunità di San Benedetto al Porto. Lui, agli emarginati, vuole un bene dell'anima. E loro ricambiano con un affetto paterno. Lo si vede da come si guardano: la cuoca Ina, l'aiuto cuoca Eleonora e il cameriere Fabio lo salutano gridando un semplice Ciao Gallo, ma è nei loro occhi che si vede la gratitudine per averli salvati da un futuro che poteva essere terribile.
In pochi minuti Don Gallo diventa Andrea. Ci sediamo a tavola e gli diamo del tu, come fossimo vecchi amici. Quando arrivano gli spaghetti al pesto lui li taglia fini fini e li mangia lentamente, e fa lunghe soste che si trasformano in pozzi di memoria. Racconta come tutto l'arredamento dell'osteria sia stato recuperato da materiale di scarto. Mi guardo intorno e vedo oggetti che provengono probabilmente da qualche nave dismessa: appesi alle pareti ci sono assi di legno con scritte di chiara impronta marinara e piatti di ceramica. C'è pure uno stendardo con la croce di San Giorgio e, nell'angolo, una credenza che contiene una decina di bottiglie di vino di chissà quanti anni fa. 'A Lanterna è un posto che sa di storia. I muri di pietra, racconta don Andrea, sono vecchi di duecento anni almeno, e sono riemersi raschiando via diversi strati di intonaco.
Cenare con Andrea è un'esperienza che non si dimentica. Snocciola un aneddoto dopo l'altro. Parla di sua madre, classe 1895, che ha visto con i suoi occhi la storia del Novecento: quando lui era un bambino la faceva tribolare e lei lo chiamava birbante. E così lo ha chiamato fino alla fine, quando si è spenta serenamente all'età di 99 anni. Cita Don Bosco come suo maestro spirituale e pochi minuti dopo gli amici Vasco Rossi e Piero Pelù. Rivela che la mostra sul suo amico Fabrizio De Andrè a Palazzo Ducale non è neppure andato a vederla.
Quando smette di mangiare, il don tira fuori un sigaro dal taschino. Lo tiene tra le dita, tra poco lo accenderà. Finito il vino, si fa portare una tazza di té. E mentre sorseggia mi fa una tenerezza immensa.
Luca Giarola