Confesso. Era da molto tempo che non salivo su una bicicletta. Non tanto per un prepotente desiderio di automobile (che nel sottoscritto non ha mai attecchito), quanto per la disgrazia di nascere e vivere in una città tutta sali-scendi che fa a pugni con l'idea stessa di due ruote (non motorizzate). Salvo ricevere in dono le gambe della buonanima di Marco Pantani. E siccome mi mancano sia le gambe che il fiato di un vero ciclista, ho lasciato perdere per molti anni.
Un bel giorno spuntano in città le biciclette bianco / arancio / amaranto della Mobike, l'esperimento di bike sharing co-finanziato dall'Unione Europea. Come molti genovesi, le ho guardate con aria indifferente, a volte divertita, altre volte venata da un pizzico di cinismo: ma chi mai le userà, chissà quanti soldi hanno speso ecco dell'altro spazio tolto a robe più utili. E così via con la solita litanìa di mugugni cui noi genovesi siamo affezionatissimi.
Ma la tentazione è forte. Così nel maggio 2009 raccolgo informazioni sul web e mi presento al desertico ufficio MoBì di Palazzo Ducale per chiedere l'attivazione del servizio. Mi guardano un po' come un marziano. A denti stretti mi dicono che l'esperimento è ancora in corso e che gli abbonati sono pochini. Non demordo. Una firma veloce al contratto, la consegna del tesserino elettronico e del lucchetto numerato, e dopo qualche giorno le prime prove.
Sì, dopo qualche giorno. E perché non subito, direte voi? Semplice. Perché quando esco dal MoBì con tutto il necessaire, non vi è traccia alcuna di una Mobike. Nessuno ha pensato di installare un'isola di biciclette a Palazzo Ducale, centro della vita culturale cittadina. Verrebbe proprio da chiedersi il perché. Si saranno forse opposte le Belle Arti? (non credo, le bici zeneizi non rappresentano un pugno nell'occhio ed anzi sono fin simpatiche da vedere). Avranno forse pensato che qui non le usa nessuno? (non credo, siamo in uno dei punti di maggior passaggio della city). Mah. Le domande restano a ronzare nella mia testa di neo-abbonato. Senza risposta.
Passano alcuni giorni – dicevo – e la prima domenica libera raggiungo lo stallo di via XX Settembre (sotto il Ponte Monumentale). Qualche secondo per impratichirmi con la procedura di sblocco della bici, e via per una bella pedalata. Sì, veramente bella la pedalata, se non fosse che devi rispettare le regole del Codice della Strada al pari di un’autovettura (e non al pari di un pedone, come sarebbe logico pensare). Dunque, niente circolazione sui marciapiedi ma solo sull'asfalto, dove la bicicletta non consente scatti di velocità: servono mille occhi per non rimanere spiaccicati da veicoli, taxi, autobus, eccetera. Torno a casa con due blocchi di legno al posto dei quadricipiti, ma soddisfatto per la nuova esperienza che mi ha fatto tornare bambino per un'oretta.
Maggio 2010. È passato un anno. L'uso della Mobike è stato ondivago. Raro d'inverno, perché quando soffia la nostra mitica tramontana vorresti essere in qualunque posto caldo del mondo, ma non ad ansimare su una bici in mezzo alle raffiche di vento. Con la primavera sboccia anche la voglia di pedalare, approfittando del clima mediterraneo che dovrebbe favorire l'uso intenso di questo servizio.
Facciamo un bilancio, seppur col limite fisiologico di una voce unica (ma attenta). Vediamo le cose che non vanno in questa benedetta Mobike. Il tutto accompagnato, però, da proposte di soluzione semplici e pratiche. Perché noi amiamo la nostra Genova e vogliamo essere costruttivi. Solo quattro punti, quelli più importanti.
L'abbonamento. È incredibile che nel Terzo Millennio si debba stipulare un contratto annuale con la spettabile amministrazione del Comune di Genova per usare ogni tanto una banalissima bicicletta. Il meccanismo taglia le gambe (mai metafora fu più azzeccata) al 90% dei potenziali fruitori: i turisti. I quali non possono certo sobbarcarsi un abbonamento annuale per un uso sporadico di mezza giornata, spesso anche meno. La soluzione è stata trovata dai soliti volponi di milanesi (BikeMi, di cui il centro meneghino è letteralmente tappezzato): un collegamento Wap col telefono cellulare, un abbonamento giornaliero addebitato su carta di credito, una password di accesso al servizio, et voilà, il gioco è fatto. Semplice e democratico.
Le tariffe. Trovo giusto che il servizio si paghi, meno giusto come lo si paga. È gratuita solo la prima mezz’ora. Un puro assaggio, visto che dentro i fatidici trenta minuti di franchigia si riesce a malapena a raggiungere il più vicino stallo del centro cittadino (di arrivare a Principe e Matitone, proprio ve lo scordate). E qui inizia l'escalation degna dei tassi di inflazione da quarto mondo: seconda mezz'ora, un euro; terza mezz'ora, due euro; dalla quarta mezz'ora, tre euro, e così via. Qualche tempo fa, trovando occupate le colonnine di Caricamento cui mi ero felicemente diretto, ho dovuto prolungare il percorso quanto basta per poter finalmente restituire alla collettività il prezioso marchingegno: il giochino mi è costato nove – diconsi nove – ricchi euri. Se questa è la promozione dell'ecologico bike sharing, sembra una sottile presa in giro, soprattutto considerando che alla tariffa bisogna aggiungere il costo dell'abbonamento annuale (non nel 2010, però, omaggio della ditta). Anche con AMT pago un abbonamento, ma poi salgo e scendo quando e quanto voglio, nessuno sta lì col cronometro a tenermi i tempi di percorrenza. Con la Mobike, sì. La soluzione è togliere la tariffazione punitiva in favore di una flat semplice semplice: un euro all'ora (si spera anche meno).
Le biciclette. È inutile girare con una fiammante bici a pedalata assistita se poi il cambio è solo a tre marce, di cui una inesistente (la batteria viene bellamente staccata). L'ausilio della spinta elettrica è annullato dal peso maggiore della bicicletta. E quando bisogna affrontare una salita (basta anche l’apparentemente innocua Via San Lorenzo) il peso si sente, eccome. Il giocattolo tecnologico è figo a livello teorico, ma controproducente per l’uso consentito in concreto. La soluzione è passare ad una bicicletta normale, ma dotata di un robusto cambio tipo Shimano (ne esistono sul mercato di ogni tipo a prezzi oramai stracciati).
I Cicloposteggi. Capisco che il progetto Mobike sia nato come ausilio alla mobilità urbana. Ma non si può pretendere che l'utente debba inseguire le agognate biciclette in pochi punti della città. In piazza De Ferrari l'area è sempre vuota. A Stazione Brignole è sempre (inutilmente) piena. A Principe è lontana dalla stazione ferroviaria. Il Matitone, no comment, please. La soluzione (anche in chiave turistica) è spostare il baricentro del servizio sulle zone pianeggianti: raddoppiare l’offerta a Caricamento / Expo, introdurre nuove colonnine alla Fiera del Mare, attrezzare un'ampia area a Boccadasse per sfruttare quella grandiosa pista ciclabile naturale che prende il nome di corso Italia.
Fine delle critiche (costruttive, però). Ed ora immagino la risposta della pubblica amministrazione: il progetto è sperimentale ed estenderlo costa. Verissimo. Ma anche il car sharing costa (ed inquina certamente più di una bicicletta). Eppure le aree dedicate al car sharing alla zeneize spuntano come funghi anche nei quartieri più periferici, e sono forti le promozioni sugli abbonamenti. Segno palese di un interesse, di una spinta verso questo servizio che non si riscontra per la cugina povera a due ruote.
Ma adesso basta con i mugugni e vediamo il lato poetico della Mobike. Chi di voi ha mai percorso le vie del centro o l'Expo in sella ad una bicicletta? Che belle sensazioni. Si vede il mondo da un'altra angolazione, da una diversa velocità. Non sembra nemmeno lo stesso. E alla sera (perché il servizio Mobike funziona fino alle 24, fattore molto positivo) ci si sente padroni della città, di una Genova deserta. Padroni a misura d'uomo.