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paolo rossi
 

Paolo Rossi, giullare pop

 
Il comico racconta il suo Teatro Popolare. Un'intervista doppia con Carolina de la Calle Casanova, regista dei suoi ultimi spettacoli. Insieme hanno scritto il libro 'La commedia č finita'
 

 
   

     
Genova, 04 giugno 2010
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di
Valentina
Tubino
   
 
La commedia è finita!
di Rossi, de la Calle Casanova
prefazione di Oliviero Ponte Di Pino
2010/ill./152 pp./12 Eu
Edito da Eleuthera

Attraverso una stralunata conversazione notturna, ricca di racconti e pensieri, di visioni e sogni, di parole e riflessioni, Paolo Rossi e Carolina de la Calle Casanova incrociano il loro punto di vista su un teatro possibile oggi. Tra un camerino, un primo e un secondo a cena, e quattro passi fuori dal solito hotel, gli autori immaginano e costruiscono un metodo, lo smontano e rimontano in esercizi sempre più audaci. E si divertono a inventare nuovi trucchi, mettendo per una volta il loro mestiere non al servizio del pubblico, ma di chiunque stia là fuori. Se un tempo era il mondo stesso a essere un palcoscenico, come può oggi quella cosa che sta là sul palco, o tra le quinte, farsi mondo? come può far ridere, far pensare, commuovere? La Nuova epica popolare, come si autodefinisce, è un teatro che affronta questa domanda fondamentale e per farlo, come diceva Brecht, gli autori devono sedersi dalla parte del torto. Convinti però che, se il moribondo scherza della propria malattia, può forse salvarsi, o quanto meno morire ridendo di qualsiasi forma di potere.

Paolo Rossi è un animale da palcoscenico: non lo vediamo da un po' in tv, ma in compenso a teatro la sua attività è instancabile. Non si accontenta di interpretare, apre nuove strade, scava a fondo nel patrimonio culturale e in quello umano: dal 2007 porta in scena laboratori sul teatro popolare insieme alla Babygang, una compagnia di venticinque giovani attori fondata da Carolina de la Calle Casanova, regista dei suoi ultimi spettacoli.

Si tratta di un progetto, una ricerca per rianimare il teatro, tenere il buono e buttare l'obsoleto. Dopo tre anni di collaborazione «è nata l'esigenza di scrivere una sorta di metodo», mi spiega durante il nostro incontro telefonico. Così è stato concepito il libro La commedia è finita (Eleuthera), scritto con Carolina. Per evitare di produrre un manuale da addetti ai lavori, i due autori hanno pensato di partire da quello che succede dietro il sipario, raccontando la loro esperienza in una forma «più godibile, più pop, popolare, come il nostro teatro».

La commedia è finita, quindi gli spettatori se ne vanno a casa, le luci si spengono. E gli attori? Che fanno? «Vanno a cena al ristorante, incontrano gli altri attori, scambiano opinioni, buttano fuori le autocritiche», racconta Paolo, «e spesso è nel dopocena che nascono le idee migliori», aggiunge Carolina. L'idea era parlare di teatro attraverso «un dialogo tra maestro e allieva, tra Paolo e me quindi», continua la regista, «e il dopo teatro mi sembrava un contesto molto mondano, che dà anche la possibilità di introdurre personaggi non meramente teatrali. Ad esempio il cameriere e la signora che chiede un autografo: attraversando il nostro dialogo, permettono di aprire finestre su argomenti che altrimenti sarebbe stato difficile introdurre».

Si parla di Teatro Popolare e mi chiedo se si tratti di un ritorno a qualcosa che si era perso. «No, in realtà si vanno a recuperare quelle cose della tradizione che servono per essere futuribili», mi risponde Paolo Rossi, e poi chiosa: «Il giullare nell'epoca digitale è come lo sciamano in elicottero».

Il concetto me lo chiarisce ancora meglio Carolina: «Dal 2007 io e Paolo abbiamo deciso di indagare il nostro mestiere, dalle radici del teatro, dalla commedia dell'arte in poi, per cercare e individuare tutti i trucchi e i meccanismi esistenti». Una ricerca per capire se ha ancora senso fare teatro oggi, per capire cos'è il teatro, quali strumenti vanno tenuti e quali buttati. «Per Paolo era una sorta di rimessa in discussione».

Così funziona lo Studio per la povera gente, un progetto sviluppato attraverso un tour di spettacoli, che ancora prosegue in giro per l'Italia, alla ricerca di «chi è la povera gente oggi», ispirandosi al testo El nost Milan di Carlo Bertolazzi. «Noi recitiamo con il pubblico e non per il pubblico, lo spettacolo cresce insieme agli spettatori», mi spiega Carolina. «Quando si parla di non arrivare a fine mese e di cassa integrazione, la gente non può rimanere indifferente». E il progetto continua nella prossima stagione: dalla tournée nasce infatti lo Spettacolo per la povera gente.

La sinergia tra Rossi e de la Calle Casanova, in questa stagione, ha prodotto anche Il mistero buffo di Dario Fo (passato dal Politeama Genovese nell'aprile scorso). Un monologo capolavoro che in questa variante - un'umile versione pop, come riporta il sottotitolo - si avvicina al pubblico e si confronta continuamente con esso. Un giullare adattato all'era moderna quindi, perché, come direbbe Fo, «prendere ispirazione è cosa buona, copiare è da imbecilli», cita Paolo.

Mercoledì 30 giugno Rossi torna a Genova per partecipare alla manifestazione per il cinquantesimo anniversario della mobilitazione del 1960 contro il congresso dell'MSI. E lunedì 5 agosto in uno spettacolo al Porto Antico: «Sono spesso qui. Genova è come, beh, non dico una seconda casa... Diciamo la mia terza o quarta casa». Già, perché bisogna ricordare che il comico, milanese d'adozione, è nato a Monfalcone. Quindi due case come minimo ce le ha già. E infatti al mare, mi dice, va a Trieste. 

Attore, comico, cantautore, Paolo Rossi è anche, non da ultimo, gran tifoso nerazzurro (indimenticabile il suo monologo su Evaristo Beccalossi). Così, quando gli chiedo se ha intenzione di seguire i mondiali, mi risponde «sono già sazio per l'Inter».

Molti, come me, hanno conosciuto Paolo Rossi attraverso le sue memorabili apparizioni in tv negli anni '90 (Su la testa! e Scatafascio, tanto per citarne un paio) e poi hanno visto lentamente affievolirsi la sua presenza sul piccolo schermo. Gli chiedo se mai tornerà in televisione: «Bisogna vedere cosa succederà», risponde e aggiunge che «il teatro oggi è più giovane della tv generalista». Ma in teatro esiste la censura, gli chiedo ancora? «La censura in teatro esiste in maniera preventiva: tagliando i fondi alla cultura si impedisce ai giovani persino di immaginare di dire le cose. È una censura micidiale, silente, che non porta allo scandalo perché non è repressiva. E così crea vuoti generazionali».

 
 
 
 
 
 
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