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Mario Kaiser
© foto: Linda Kaiser  -  Mario Kaiser
 

Un architetto genovese alle Olimpiadi di Londra

 
Mario Kaiser presenta le best practices per l'appuntamento sportivo del 2012. Un progetto per il futuro. Un esempio anche per Genova
 
   

     
Genova, 07 giugno 2010
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di Linda Kaiser
   

Sede dell'Ordine degli Architetti di Genova, ore 17 di venerdì 4 giugno. Attraversiamo il chiostro della chiesa di San Matteo. Mario Kaiser, che porta un cognome che lo dichiara mio fratello – anche negli interessi per il contemporaneo –, sorride amabilmente a tutti.
Quando si spengono le luci nella Sala Conferenze lui, forse, preferirebbe esprimersi in inglese. Ha intitolato la sua presentazione Londra 2012: un progetto per le Olimpiadi del futuro. Attraverso le slide sintetizza con lucido entusiasmo le potenzialità di un lavoro concepito dal governo inglese più per la comunità che per l’autorappresentazione del Paese.

Mario, finalmente hai l'occasione di esprimerti nella città in cui ti sei laureato in architettura.
Sì, grazie all'invito che mi ha rivolto il presidente dell'Ordine degli Architetti di Genova, Giorgio Parodi, a presentare il progetto per le Olimpiadi di Londra 2012, che ho già esposto in Italia sia a Roma che a Milano.

Emozionato?
Beh, provo una sensazione particolare nell'illustrare un progetto del genere a colleghi, amici e gente interessata della mia stessa città.

Qual è il tuo incarico relativamente alle prossime Olimpiadi?
Sono Principal Design Advisor dell'ODA (Olympic Delivery Authority), cioè supervisiono e coordino i progetti del parco olimpico per conto del governo inglese. In particolare, mi curo degli edifici come gli impianti sportivi, gli uffici, i media center, i centri di accoglienza, ecc.

L'aspetto più interessante, che hai sottolineato nella tua esposizione, è l'attuazione positiva della sinergia pubblico/privato.
Indubbiamente, anche perché si può traslare questo paradigma dal progetto di un singolo edificio ai ben più complessi progetti infrastrutturali.

Pensi che ciò sarebbe applicabile anche nella nostra città?
Sì, lo stereotipo di gestione messo in atto da Londra e reso chiaro sin dal 2005, quando vinse la gara per l’assegnazione delle Olimpiadi, si basa sulla rigenerazione di un’area. Ovvero: il denaro pubblico viene speso per creare una piattaforma allettante – ad esempio: il verde, le infrastrutture di trasporto, lo shopping –, sulla quale il privato sia portato naturalmente a investire. Genova, in particolare, necessita proprio di infrastrutture.

E il concetto di delivery partner è la prima volta che viene adottato nel Regno Unito?
No. Il partner che ti accompagna fino alla fine del progetto è già stato positivamente testato nel 2009, in occasione della costruzione del Terminal Five di Heathrow. In quest’ambito, il committente pubblico si riserva un ruolo strategico ma leggero e si appoggia pesantemente, invece, all’esperienza tecnica e gestionale di partner privati. Questi ultimi suddividono con il pubblico gli onori e gli oneri – e soprattutto i rischi – dell’intera operazione, fino alla sua completa realizzazione.

Ma anche Londra, dieci anni fa, ha commesso i suoi errori, ben noti internazionalmente.
Sì, basti pensare allo Stadio di Wembley, costato il doppio del budget previsto; al Millennium Bridge – che collega la Tate Modern con Saint Paul – e al Dome di Greenwich, che nel 2000 hanno aperto con mesi di ritardo rispetto alla scadenza di inizio anno.

Londra, dunque, ha fatto tesoro di una precedente esperienza negativa?
Assolutamente sì. La città e il governo hanno proposto una nuova forma di gestione del progetto, quella basata appunto sulla sinergia pubblico/privato, e hanno colto l’occasione dei Giochi Olimpici per rigenerare l’area con il più alto tasso di criminalità e disoccupazione dell’intero Regno Unito, la Lower Lea Valley a est di Londra, dove scorre un affluente del Tamigi.

Che dimensioni hanno l’area di cui parli e gli investimenti?
Il nuovo parco urbano – non se ne era creato uno così sin dai tempi della Regina Vittoria – occupa circa 300 ettari, grazie a un investimento totale di 9,3 miliardi di Sterline, che corrispondono oggi a circa 10,5 miliardi di Euro. L’area sarà servita prevalentemente da mezzi pubblici.

Sono molto interessanti anche i concetti di ridimensionamento, 'riciclaggio' e ridestinazione delle strutture sportive dopo la fine delle Olimpiadi.
Certamente. Il Centro Acquatico di Zaha Hadid, lo Stadio Olimpico a progetto HOK, il Velodromo a opera di Hopkins Architects e il Palazzetto per la Pallamano saranno ridotti nei posti per gli spettatori e in taluni casi anche in elevazione, mentre l’edificio riservato alla pallacanestro, ad esempio, sarà addirittura smontato, come fosse un Meccano, e rivenduto a pezzi.

A proposito, come vengono gestiti i cambiamenti politici e le crisi economiche?
L’impegno politico e il supporto all’organizzazione del progetto per Londra 2012 sinora non sono mai venuti a mancare, malgrado la forte crisi economica e l’avvicendamento al vertice – dai Labour ai Conservatori – sia del paese che della sua capitale. Anche da questo dovremmo prendere esempio: la continuità nel conseguire l’obiettivo nel Regno Unito prevale sugli interessi degli individui e, molto pragmaticamente, rende i prossimi Giochi Olimpici l’occasione giusta per garantire un miglioramento delle condizioni di vita del cittadino del futuro.

 
 
 
 
 
 
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