Esordio live di una nuova (electric) jazz band genovese, venerdì scorso a Sestri Ponente, in occasione della Notte della Poesia. Il nome l'hanno scelto proprio bene: Mistake Five. Potrebbe essere l “errore n. 5” o “lo sbaglio del quintetto”, ma, se si legge frammentando la “Mis(s)” con “Take Five”, ci viene in mente una bella signora imparentata con l'hit di Dave Brubeck.
I Mistake Five, per ora, presentano in pubblico alcuni standard del passato a firma di Miles Davis solo (Four, All Blues) e con Bill Evans (Blue in Green), Dizzy Gillespie (A Night in Tunisia), Thelonius Monk (‘Round Midnight), Wayne Shorter (Footprints) o portati ad alte vette dalle interpretazioni di John Coltrane (My favourite things e la sua Lonnie's Lament) e di Billie Holiday (Lover Man).
Ora, tutto normale, se non fosse che l'ensemble nasce e cresce in situazioni assai particolari, per cui l'amalgama sonoro paga fedeltà al rispetto per l'hit, ma non lesina sconti alla voglia di rendere più variegata la resa.
Fiati e resistenza fisica ai due fratelli Corso in pole position. Massimo fa jazz da una vita, diviso tra flicorno e pianoforte. Davide è la vera sorpresa. Ve lo ricordate quello strano chitarrrista del Great Complotto che costringeva la propria Les Paul ad indossare una sciarpa come capotasto per eseguire Cogs in Cogs dei Gentle Giant? Ebbene: è proprio lui, ma oggi ai sassofoni (contralto e soprano) e ai flauti (contralto e basso). Questo l'anima irrimediabilmente jazz del complesso.
Il resto della compagnia non rientra nella schiera dei gregari. Un giovanissimo chitarrista elettrico, Stefano Morchio, detto l'Allan Holdsworth di via Bobbio. Sarà, ma non usa distorsione, è pulito e, anche quando “sporca”, pulisce subito. E se potesse diventare anche il John McLaughlin di Marassi?
Basso elettrico per Giuseppe Chisalé, autodidatta dai trascorsi rock: un valore aggiunto capace di coniugare precisione e potenza; idem dicasi per Claudio Pittaluga, batterista degli Ines Tremis: lui, con il jazz, ci prova e quanto esce dalle sue bacchette convince.
L'impressione è stata più che buona: la macchina supera il collaudo e ci si augura di poterla ammirare anche su altri circuiti. Non c'è nulla di retrò: la lezione degli standard è stata ben assorbita e comunicata con adeguata gradevolezza. Lo spettro espressivo – volendo – è più britannico che americano, ma lo capiremo solo quando i nostri decideranno a comporre (perché le carte ci sono tutte). Allora sarà un vero piacere avvertirli come degni nipotini dei Nucleus di Ian Carr o dei Just Us di Elton Dean.