Spesso i pannelli luminosi della città riportano la scritta «Elevato rischio inquinamento, limitare uso auto» con l’intento di sensibilizzare i cittadini in merito alla qualità dell’aria. Certo per qualcuno non è altro che l’occasione per fare spallucce come di fronte a uno dei tanti messaggi in cui è facile imbattersi lungo il tragitto casa-lavoro. Ma per altri il consiglio non cade nel vuoto.
Proviamo dunque a immaginare un’utopica Genova senza macchine e a riappropriarci di tutti quegli spazi solitamente ammorbati dai gas di scarico. I mezzi pubblici sono una valida alternativa per muoversi in città, ma non certo l’unica. Laddove si riesce a superare la pigrizia, si può montare in sella a una bicicletta e scorazzare su di essa in qua e in la per le vie della Superba.
Tante, troppe volte ho sentito dire che Genova non è una città adatta alle biciclette perché disseminata di continui sali scendi. Ma sinceramente mi è parso più un alibi che una ragione reale per non cominciare a pedalare. Vero è che la città presenta alcune asperità, ma con una pianificazione attenta degli itinerari si può tentare di aggirarle.
Dopo un rapido controllo al mezzo e una gonfiata alle gomme siamo pronti per partire. La via Aurelia attraversa la città da levante a ponente e corre per lo più lungo la costa. Decidiamo dunque di dare il via alla nostra pedalata da Nervi e seguire il lungomare in direzione centro. La strada scorre sotto di noi quasi mai pianeggiante, ma raramente ripida al punto da dover rallentare l’andatura. Il paesaggio allieta la gita e uno dopo l’altro ci lasciamo alle spalle i quartieri di Quinto, Quarto e Priaruggia. Giunti in piazza Sturla ci imbattiamo nella pendenza di via Caprera; gli ultimi metri li affrontiamo in piedi sui pedali accompagnati da un po’ di fiatone, ma pregustando la successiva planata verso Boccadasse.
Corso Italia ci accoglie con un manto stradale in buone condizioni rispetto alla media cittadina. Incontriamo altri ciclisti e ci scambiamo un cenno di saluto. Una breve discesa e siamo alla Foce. Prima di proseguire verso Voltri riprendiamo il fiato in vista dell’unica vera salita che ci separa dalla nostra meta. Corso Aurelio Saffi non presenta una pendenza eccessiva, ma è comunque l’unico vero dislivello che dobbiamo affrontare. Lo facciamo con rispetto senza dare strattoni all’andatura che potrebbero ripercuotersi negativamente sulle gambe non troppo allenate.
Tra un puff puff e l’altro riusciamo a scollinare e ci gettiamo in picchiata verso Caricamento. Pedalare in discesa aiuta a sciogliere la muscolatura e, fieri dello sforzo appena concluso, siamo confortati anche dal fatto che il peggio è passato. Il paesaggio fra Di Negro, Sampierdarena e Sestri Ponente non è di quelli che s’imprimono di diritto nella memoria, ma perlomeno è tutto pianeggiante.
Giunti a Pegli la situazione cambia e torniamo a vedere frangersi le onde a pochi metri da noi. Le gambe sono calde e ne approfittiamo per aumentare un po’ l’andatura. In fondo non è stato poi così faticoso arrivare fino qua e sul nostro volto si stampa un’espressione soddisfatta per aver attraversato quasi tutta la città senza svenimenti di sorta. Una volta a Prà optiamo per una piccola deviazione all’interno della fascia di rispetto. Qui si trova uno dei pochissimi percorsi ciclopedonali di cui dispone la città. Sono solo 3 chilometri ma l’ambientazione è piacevole con le barche ormeggiate li accanto.
Tornati sull’Aurelia diamo un’occhiata al contachilometri e vediamo che segna già una discreta distanza: ci avviciniamo a trenta chilometri percorsi. Di buona lena, favoriti dalla strada pianeggiante, proseguiamo in direzione Voltri. La voglia di raggiungere il confine ponentino di Genova ci spinge fino alla fine della passeggiata dove decidiamo di fermarci per una breve sosta. Abbiamo percorso quasi 35 chilometri e decidiamo di non strafare per evitare di trovarci nei giorni a venire con le gambe doloranti.
Raggiungiamo così la stazione di Voltri e pazientemente attendiamo un treno che preveda il trasporto delle biciclette per tornare a casa. Carichiamo la nostra compagna di viaggio e dal finestrino vediamo scorrere i luoghi da poco attraversati insieme. È stata una bella giornata e affrontiamo il viaggio di ritorno in treno accompagnati da un piacevole senso di compiacimento.
Oggi ho avuto la conferma: a Genova esistono percorsi da fare in bici che non mettono troppo a dura prova le gambe. Purtroppo il problema è un altro. Nel descrivere la nostra gita abbiamo volontariamente omesso alcuni elementi del racconto; abbiamo immaginato una città a misura di ciclista, priva di traffico e automobilisti distratti. Sono proprio questi ultimi che scoraggiano l’uso della bici.
In realtà abbiamo pedalato per tutto il tragitto con lo sguardo non rivolto al paesaggio circostante, ma alla moltitudine di macchine intorno a noi che, incuranti della nostra presenza, cambiavano corsia, si accostavano e ripartivano tagliandoci ripetutamente la strada. Per non parlare degli automobilisti distratti che hanno aperto la portiera senza badare a chi sopraggiungeva. E ancora i pedoni che, rassicurati dal non sentire nessun rombo di motore, attraversavano la strada senza accorgersi della nostra presenza.
In conclusione, usare la bicicletta a Genova non è così impossibile, è solo molto pericoloso in assenza di percorsi ciclabili idonei, di una viabilità che non tiene conto dei ciclisti e li espone a tutti i rischi connessi con il traffico e di un’educazione stradale incurante di chi conduce mezzi privi di motore. Il comune di Genova ha in cantiere diversi progetti volti a rilanciare il bike sharing e a incentivare l’uso della bicicletta in città. Nell’attesa che dalle parole si passi ai fatti, il consiglio è quello di non demordere e di fare fronte comune con tutti quei movimenti e gruppi che si battono per una maggiore attenzione nei confronti di quelli che hanno fatto della bici non solo un mezzo di trasporto, ma uno stile di vita.