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La maschera di cera
 

La maschera di cera

 
Il nuovo album del gruppo è 'Petali di fuoco'. Piacevole e fresco. Per niente retrò. L'evoluzione della band continua inesorabilmente
 
   

     
21 giugno 2010
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di Riccardo Storti
   

Quando Fabio Zuffanti e i suoi, circa nel 2001, dettero vita a questa creatura, lo scopo era quello di creare una band che fosse soprattutto un omaggio al sound più cupo del progressive rock italiano anni Settanta. Ricreare e recuperare quella tradizione di sound che aveva contraddistinto complessi come Il Cervello, Museo Rosenbach, Balletto di Bronzo, Biglietto per l'Inferno, Semiramis et alia.

Ora, anno dopo anno, o meglio, disco dopo disco, la Maschera di Cera si è sempre più distanziata da questo assunto quasi programmatico, anzi potremmo tranquillamente asserire che con il recente Petali di fuoco (Immaginifica, 2010) l'affrancamento da quei particolari modelli è pressoché totale.
E non è un male, soprattutto perché il complesso sta assumendo una fisionomia più netta, quasi sulla scorta di una normalizzazione neoprogressive che lascia i musicisti con le mani più libere, una volta chiuse le etichette nel cassetto dei ricordi.
Dalla prima uscita del 2002, quindi poi attraverso l'entrata nella scuderia di Franz Di Cioccio con il penultimo Luxade, La Maschera di Cera ha dimostrato un'evoluzione, anche nella line-up con un notevole cambiamento di prospettive. Inoltre la recente entrata del chitarrista Matteo Nahum ha mischiato parecchio le carte in tavola.

In questi Petali di fuoco c'è solo la nuance esornativa degli anni Settanta, mimetizzata tra tappeti di mellotron e passaggi di moog, ma l'esito è fresco, piacevole, per nulla retro. Si ascolta un rock italiano consapevole delle proprie radici nobili: si recupera l'abc della PFM (D-Sigma), del Banco dai ritmi serrati di R.I.P. (Discesa e Il declino) e delle Orme (Phoenix). Si guarda anche altrove, ai Kansas (le accelerazioni di Fino all’aurora) e ai Genesis (L’inganno). Quasi per paradosso, talvolta, pare che il cerchio si faccia spirale e si stringa intorno agli anni Novanta, ai bordi dell’opus dei Finisterre (pensiamo ad album come In limine e di In ogni luogo).

Fissati questi ineludibili paletti intertestuali, la barca solca i mari a gonfie vele: produzione rifinita in maniera meticolosa (quindi suoni da incorniciare), la voce di Corvaglia – ormai – ha raggiunto livelli di una comunicatività lirico-espressiva degna dei grandi nomi, la ritmica Di Tollo-Zuffanti si mostra affiatatissima e poi largo ai solisti intelligenti di Nahum alla chitarra, Macor alle tastiere e Monetti al flauto. Tra i vertici dell'album, Tra due petali di fuoco (per la rara sintesi di “ieri” ed “oggi”), le suggestive Agli uomini che sanno già volare e La notte trasparente, segnali di un percorso autonomo (che passa anche attraverso i testi), ben al di là dell’esercizio calligrafico. Qui, i ragazzi, finalmente hanno tolto gli scuri e c'è più luce. E la luce fa sempre bene.
In Petali di fuoco, probabilmente, non ci sentirete (più) il Museo Rosenbach o il Balletto di Bronzo, ma La Maschera di Cera sì.

 
 
 
 
 
 
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