«Se non sei in grado di andare oltre la tua musica, amico, vuol dire che c'è qualche problema da risolvere nella tua testa». Così si esprimeva, durante un'intervista del 1968, Noel Redding, bassista del Jimi Hendrix Experience. Affermazione sintomatica con il pregio di congelare – in poche righe – la storia di un'esperienza risolutiva nell'evoluzione della popular music.
E, se vogliamo, questa è anche la chiave per addentrarci nell'agile guida, pubblicata recentemente da Auditorium Edizioni, e scritta da Maurice James, con l'indicativo titolo Jimi Hendrix. The guitar experience.
Lo scrittore racconta la vita di Hendrix intervallando la sintetica biografia con interviste tratte dai giornali dell'epoca. Poche, a dire il vero, ma puntuali come mai, utili per comprendere quale fosse il mondo che ruotasse intorno a Jimi e ai suoi sodali, spesso compressi in una difficile convivenza con il genio. Completano il volume un capitolo sulla strumentazione (meritevole di ampliamenti) e analitiche recensioni di tutti i dischi pubblicati da Hendrix.
James non si dilunga ma va subito al dunque e, una volta finita la lettura, siamo abbandonati a noi stessi, persi a formulare ipotesi sul cosa sarebbe potuto accadere se Hendrix fosse sopravvissuto a quella notte del 17 settembre 1970.
Pensare che – proprio in quel periodo – avrebbe dovuto incontrare Miles Davis e Tony Williams per organizzare un concerto alla Carnegie Hall di New York. Non solo: il 21 settembre Gil Evans lo aspettava in studio per discutere sulla fattibilità di un album che si sarebbe chiamato The woodoo child plays blues. Si sa di un Hendrix entusiasta che si lasciò andare: «Come Miles – avrebbe annunciato - voglio inventare un nuovo tipo di musica, un nuovo tipo di jazz».
Ma Jimi non fece nessuna scelta, se non quella di addormentarsi intrippato di sonniferi e alcolici per spiccare il volo definitivo. D'altra parte era convinto che «avere paura della morte è una forma di insicurezza. Ecco perché il mondo è incasinato, perché la gente basa troppo le cose su ciò che vede e non su ciò che sente». A quanto pare – dal 1970 – si può ancora parlare al 2010.