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L'allestimento originale di Svoboda allo Sferisterio di Macerata
 

La Traviata di Josef Svoboda al Carlo Felice, le critiche del web alla recensione

 
Molte le segnalazioni giunte in redazione dopo l'uscita del nostro articolo. L'e-mail di protesta di un lettore e la risposta di Matteo Paoletti
 
eventi
La recensione a firma Matteo Paoletti di Traviata, andata in scena al Teatro Carlo Felice dal 4 al 16 dicembre, ha acceso un dibattito tra sostenitori e detrattori del suo punto di vista, con telefonate ed e-mail inviate alla redazione.

La discussione si è fatta particolarmente animata anche nel frequentatissimo forum operaclick.

Pubblichiamo la lettera di un lettore e la risposta di Matteo Paoletti.
 
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Genova, 21 dicembre 2010
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Buonasera,
ho letto l'articolo che avete pubblicato in merito alla Traviata del 3 dicembre al Carlo Felice, cui ero presente, e vorrei fare alcune osservazioni che spero potranno avere un riscontro. Le elenco in ordine, scorrendo la recensione che ho letto e che mi ha lasciato molto perplesso (eufemismo).

1) L'articolo parte da premesse del tutto arbitrarie e non dimostrate: comincia affermando che «i protagonisti sono interpreti di livello, scelti con cura e a proprio agio nel ruolo, pur con risultati discontinui»; a cosa si riferisce? A quali risultati e di chi? Dei cantanti del 3 dicembre? Alla loro performance del 3 dicembre? O a quelle del passato? Quali? E come fa a dire che sono stati scelti con cura? È davvero un inizio pessimo per una recensione che dovrebbe raccontare ciò che si è udito, e ben poco professionale.

2) Nel periodo successivo leggo che Traviata ha «aperto la ministagione», quando invece questo è il finale della stagione 2010 che si era interrotta.

3) Come si può affermare che non si è ripetuto il successo di Mehta? Naturalmente è vero, ma trattavasi di un evento (come scritto) pompato dai mezzi di informazione e dall’esposizione mediatica di un uomo come Mehta;  e poi, tutti conoscono i prezzi delle prime del Carlo Felice e la crisi che stiamo attraversando; se uno deve fare una scelta, va a una replica. O no? Almeno riflettere prima di scrivere. Sui dati di riempimento della sala, posso affermare che la platea era sostanzialmente esaurita così come la galleria; solo i due ordini di balconate erano completamente deserti. Per inciso quindi, le gallerie di cui si parla non esistono, al Carlo Felice esiste una sola galleria e due balconate; ma prima di scrivere non potreste informarvi?

4) Sulle scene: si parla di «copiatissima scenografia»: potete indicare almeno, nell’accingervi a un’affermazione così forte (copiare significa anche plagiare), qualche copiatura? Aiuterebbe a capire anzichè gettare il sasso e nascondere la mano: ribadisco il concetto che se uno scrive una cosa e magari possiede delle informazioni dovrebbe renderne partecipe il lettore.

5) Veniamo ai cantanti e agli appunti che l’articolo muove loro, partendo da non si sa bene quali nozioni di tecnica del canto: affermare ad esempio che Francesco Meli «si conferma uno dei migliori tenori italiani in attività, di bel timbro e grande volume, ma attento ad adattare l'emissione smorzando quando necessario in accordo con la drammaturgia» significa tacere del tutto che Meli ha palesemente sforzato le note del registro più acuto, e che la voce, come si dice in gergo, gli è andata tutta in testa anzichè fuori; sarebbe anche il caso di specificare che Meli viene dal belcanto e da un repertorio più leggero che l’ha reso celebre (Rossini, e soprattutto Donizetti), e che negli ultimi anni si sta spingendo (lui e la voce) più verso il repertorio pesante: debutterà Trovatore l’anno prossimo, e Dio solo sa cosa succederà. Non pretendo che si sappia tutto ciò, ma chi non sa dovrebbe tacere anzichè azzardare giudizi privi di fondamento. Poi c’è il capitolo dedicato alla Ansellem che trovo risibile: «peccato il physique non sia propriamente credibile per una giovane tisica, ma questa è solo l'ulteriore conferma di come in questa apertura di stagione la direzione artistica abbia preferito la resa vocale alla coerenza registica». Vorrei ricordare che se vogliamo essere rigorosi dovremmo trovare una cantante di 23 anni (l’età cui morì la vera Violetta: ed è quasi impossibile), ma a parte questo la Ansellem non è certo inadatta alla parte (e sinceramente, per fare polemiche, il luogo è un altro, non certo all’interno dello spazio dedicato a una recensione); sui palcoscenici di tutto il mondo (anche in queli citati del Regio e della Scala) i cantanti vengono scelti in base alle virtù vocali e talvolta sceniche, non altro. Aggiungo che, come forse saprete, era stato chiesto a Mariella Devia di vestire i panni di Violetta: avreste scritto la stessa cosa? E cioè che una signora di 60 anni suonati, ma con una voce intatta e meravigliosa come la sua, era da bocciare? Io mi sarei leccato i baffi! Poi nell’articolo si insiste sull’apertura di stagione (ripeto: è un finale della stagione 2010) e si parla di scelte della direzione artistica, che attualmente non esiste, visto che non c’è un direttore artistico, e pazienza. Aggiungo che sulla Ansellem non ci sono giudizi di tipo musicale ma sono attoriale: perchè quest’arbitrio e questa incongruenza dopo aver giudicato Salsi e Meli?

6) Resto allibito su quanto si afferma di Carminati, il direttore d’orchestra; parlare di passione, quindi promuoverlo a pieni voti e addurre a giustificazione ciò che invece per la regia si adduce come colpa (lo scarso periodo di prove) è profondamente disonesto, ma c’è di più: come riferiscono tutte le altre recensioni uscite oggi in merito a questa Traviata, il vero punto debole dello spettacolo è stata proprio la concertazione, debole, pesante, incurante dei solisti; una sorta di pachiderma che ha schiacciato tutto. Domanda senza malizia: ma il vostro recensore sa leggere uno spartito di musica?

7) Infine, dall’alto non si sa bene di che cosa, si accusa il Sovrintendente Pacor di essere un codardo: «forse, però, al sovrintendente Pacor è mancato il coraggio». A parte il fatto che questa Traviata era programmata da un anno, ed è stata solo spostata di date, mi chiedo perchè? In che cosa poteva essere più coraggioso? Chiamando altri cantanti? Scegliendo un altro allestimento? E soprattutto, a che pro in una recensione permettersi simili affermazioni che non sono neppure consentite ad affermati editorialisti sui giornali? E perchè affermare che il Carlo Felice è un teatro provinciale? Il Carlo Felice, negli anni della gestione artistica Arcà-Triola, ha prodotto alcuni tra i migliori spettacoli d’opera italiani, ora è in crisi ma credo che ci vorrebbe un po’ più di autocontrollo da parte di chi scrive.

Grazie per l’attenzione, distinti saluti,
Fernando Terminelli


Gentile Fernando Terminelli,
la ringrazio molto per l'attenzione con cui mi ha letto: le sue osservazioni mi danno la possibilità di chiarire molti concetti che ho evidentemente dato per scontati. Di questo mi scuso.
Prima di risponderle punto per punto, però, credo sia necessaria una premessa su cosa intendiamo oggi per teatro d'opera: se una performance teatrale tout court, in cui la drammaturgia musicale risulta essere una delle tante componenti di uno spettacolo complesso, fatto sì di note in partitura ma anche di gesto, carne e azione, o una forma di rappresentazione dove la scena deve ridursi a una scatola ottica, a un corretto addobbo implicitamente subordinato al belcanto. Personalmente ritengo che l'unico modo per salvare dalla museificazione una forma spettacolare il cui repertorio abitualmente rappresentato si riduce a una cinquantina di titoli, sia quello di rinnovarne il linguaggio attraverso la regia, cominciando a considerare la lirica, nel momento in cui si realizza in un teatro, uno spettacolo teatrale. Non un concerto con cantanti-decorazione.
Mi rendo conto che tali argomentazioni in Italia sono tradizionalmente tabù: la storia della regia lirica è stata condotta in massima parte da musicologi senza una specifica preparazione teatrologica, relegando spesso la ricostruzione degli spettacoli all'aneddotica e alla celebrazione.
Come sottolinea Gerardo Guccini, accademico tra i pochi in Italia attenti all'argomento, la regia lirica va oggi intesa come il livello contemporaneo della regia teatrale. Senza scadere negli eccessi di certo Regietheater tedesco, in stile Komische Oper, una realtà di cui sarebbe il momento di prendere atto, con buona pace dei melomani da figurine Liebig.
Il dibattito ci porterebbe molto lontano e non è certo questa la sede per affrontarlo, ma rientra nelle discussioni teatrologiche più aggiornate, soprattutto tedesche. Mi sembrava giusto spiegare il mio punto di partenza.
Ma veniamo a noi e alla mia recensione, che lei reputa indegna.

1) Nel mio pessimo inizio affermo che «i protagonisti sono interpreti di livello, scelti con cura e a proprio agio nel ruolo, pur con risultati discontinui»: mi riferivo alla Amsellem, a Meli e a Salsi, che possono vantare curricula eccellenti. Le recenti prove vocali della Amsellem e di Salsi nella Traviata al Petruzzelli lo confermano, sebbene l'allestimento barese li rendesse più idonei sotto l'aspetto registico (ci torneremo). Meli arriva da un altro repertorio, ma personalmente ho trovato la sua un'ottima prestazione vocale (osservazione opinabile, ma condivisa anche da altri giornalisti), purtroppo fallata da un'attorialità marionettistica. Per questa discrepanza tra quello che ho ascoltato e quello che ho visto ho parlato di risultati discontinui. Inoltre, nel primo atto ho trovato la Amsellem un po' sottotono, mi è piaciuta negli altri due. 

2) Traviata ha concluso la stagione 2010 o ha aperto la ministagione 2010-2011? Questione di punti di vista. Il titolo era già previsto, ma con altra data: vero. Ma in un teatro che durante l'estate non sapeva se avrebbe trovato i fondi per uscire dalla crisi, questa Traviata ha assunto il valore di un debutto per un nuovo inizio. Parola d'ordine: rinascita. Così il Cda ha presentato la mini-stagione, grazie alla quale è tra l'altro riuscita ad accedere alle quote del Fus (che, per inciso, per legge dovrebbero essere erogati a fronte di una programmazione triennale). Considerarla semplicemente un residuo della gestione precedente mi pareva riduttivo. 

3) Se le osservazioni sulle interpretazioni di cantanti, direttore e orchestra rispondono alla più o meno raffinata sensibilità dell'ascoltatore, esistono dei dati oggettivi sui quali c'è poco da discutere. L'affluenza di pubblico è uno di questi. Io sedevo in platea, piuttosto defilato, e intorno a me c'erano parecchi posti liberi. Lo stesso più o meno in tutte le file. Inoltre due ordini di balconate (non gallerie, mi scuso per l'approssimazione) deserte non mi sembrano poco. E sul costo dei biglietti non sono d'accordo: evidentemente anche per una prima sono state applicate delle politiche promozionali. Come si spiegherebbe altrimenti la massiccia adesione di gruppi di studenti, che occupavano una sezione non trascurabile della platea?
Considerate la vicinanza di date e la prepotente risposta della città, poi, il paragone col concerto-evento di Zubin Metha mi sembrava adeguato: l'attaccamento al proprio teatro passa anche dalla partecipazione alle prime. Indipendentemente dalla promozione. E se c'è bisogno dell'evento per andare a teatro, parlare di provincia non mi pare un'eresia (ci torneremo).

4) Le scenografie di Svoboda, da me definite copiatissime. Qui ho peccato di un'evidente mancanza di chiarezza, anche in relazione allo spazio a disposizione per la recensione, e ho dato per acquisita la conoscenza dell'allestimento. La Traviata di Josef Svoboda vista a Genova (recentemente anche al San Carlo di Napoli), fin dal debutto allo Sferisterio di Macerata nel 1992 è diventata un classico che ha dato vita a una serie infinita di epigoni, un caposaldo dei manuali di scenotecnica, un allestimento -caso non così frequente- che si ricorda per il nome dello scenografo e non per quello del regista. E se il discrimine tra plagio e citazione è nelle arti performative da sempre incerto, è pur vero che la soluzione a specchi è presto diventata maniera. Due esempi clamorosi, solo negli ultimi mesi: il finale del Simon Boccanegra di Federico Tiezzi alla Scala e la Valchiria di Günther Krämer alla Bastille. E anche Il Ballo in maschera messo in scena da Martone al Carlo Felice nel 2006 sfruttava questa soluzione (se lo ricorda? Qui la recensione di Andrea Ottonello). Se ho dato tutto ciò per scontato le porgo ulteriori scuse.

5) Un punto con molta carne al fuoco. Partiamo dal canto: non sono un tecnico, non so cantare, ma so leggere una partitura, così come so leggere un quaderno di regia senza essere un attore. Qualche studio l'ho condotto anch'io: se dalla recensione non è trapelato mi spiace, ma il chi non sa taccia lo trovo offensivo. È poi così pessimo il mio giudizio sugli interpreti? Non l'ho trovato così distante da quello degli editorialisti noti (me ne cita qualcuno, per cortesia?) cui qualunque osservazione pare lecita. È vero, non ho specificato il curriculum di Meli, ma l'ho comunque trovato ottimo e credibile, sul palco il migliore nonostante arrivasse da un altro repertorio.
Sulla Amsellem torniamo al discorso generale sul senso - nell'anno domini 2010 - di un'incoerenza lampante tra l'idea registica e gli interpreti che la mettono in atto. Senza scadere in un'anacronistica pretesa filologica sull'età dell'interprete, è chiaro che se Brockhaus ha impostato una lettura vicina alla tradizione del dramma borghese, in cui il feuilleton di Dumas e la riduzione di Piave si inscrivono, il rispetto di canoni particolari diventa necessario. Il physique du role è uno di questi. In una lettura come quella del Petruzzelli, calata nell'ambiente borghese del Novecento, la Amsellem diventava credibile: e se la tisi si aggiornasse in depressione, cancro o Aids?
Non mi sarei espresso diversamente se sul palco ci fosse stata Mariella Devia, senza dubbio -vocalmente - una Violetta straordinaria. A dispetto dell'anagrafe ne ha recentemente dato un'interpretazione credibile al Comunale di Bologna, grazie alla intelligente lettura registica di Alfonso Antoniozzi. Tuttavia, in un'impostazione come quella di Brockhaus, a livello scenico sarebbe stata ridicola. Anch'io in concerto mi sarei leccato i baffi, ma un allestimento teatrale dovrebbe tener conto anche di altre componenti. Per motivi analoghi Zeffirelli, non certo un innovatore iconoclasta, ha bocciato la Violetta della Dessì con infiniti strascichi di polemiche. Non amo Zeffirelli, ma se a livello fisico non trovava la cantante in sintonia con la propria lettura registica, ha fatto bene a escluderla.
Il fatto che, come giustamente afferma, nei teatri italiani «i cantanti vengono scelti in base alle virtù vocali e talvolta sceniche, non altro», evidenzia l'arretratezza storica del nostro Paese, dove si persevera a considerare la regia une quantité négligeable. Grandi registi, come Giorgio Strehler, hanno dovuto convivere per tutta la carriera con lo status quo dello star system e con le pretese di certo pubblico: il che ha consegnato alla storia regie memorabili (limitandosi a Strehler, le prove con Abbado: il Macbeth con Shirley Verrett, o il Simone con Cappuccilli e Ghiaurov), ma che i registi abbiano convissuto con quel modello produttivo senza disagio né polemiche è semplicemente un falso storico. Nel caso di Strehler basta osservare il suo estremo tentativo di creare un nuovo teatro lirico di stampo europeo col Così fan tutte postumo (1998), prodotto in polemica e dopo una rottura quasi decennale con lo star system. Un grande tentativo, costruito su una compagnia in buona parte giovane (in cui compare anche Jonas Kaufmann) e rispondente a una prassi produttiva stabile e ispirata al teatro di prosa (molte prove, primo e secondo cast intercambiabili, lettura registica in sintonia col direttore d'orchestra).
Riguardo al direttore artistico: è vero, a Genova non è stato ancora nominato, ma secondo lo statuto delle fondazioni lirico-sinfoniche in assenza di tale figura è il sovrintendente a ricoprirne le funzioni. Il caso Lissner alla Scala, contemporaneamente sovrintendente e direttore artistico, mi pare un buon esempio.

6) Carminati. Mi sfugge il nesso, che lei vede, tra passione e promozione a pieni voti della sua prestazione. Per me Carminati ha diretto con passione e, a tratti, anche con foga, dando una lettura che non mi ha convinto. Un alibi può essere la mancanza di prove. La ristrettezza dei tempi ha giocato sia contro il direttore d'orchestra sia contro il regista, ma mentre il primo durante le repliche è fisicamente presente e può assestare l'impasto sonoro in corso d'opera, il secondo dopo le prove (nel caso vi abbia preso parte) sparisce. E i cambi di cast di certo pesano più su una seconda/terza compagnia che il regista, quando va bene, lo incontra mezza giornata. Da qui la diversità di trattamento.

7) Pacor. Ho molto apprezzato le sue dichiarazioni programmatiche al momento dell'insediamento, trovandole in sintonia con le tendenze europee del teatro lirico contemporaneo (creazione di un opera studio per la formazione di giovani cantanti-attori, rifiuto del grande nome di richiamo, importanza della coerenza attoriale e registica degli interpreti, formazione di una compagnia stabile sull'esempio del teatro drammatico). Di tutte queste idee nella mini-stagione di ripartenza cosa resta? Poco o nulla. Tuttavia, in questa prima prova Pacor ha avuto a che fare con un residuo di una gestione precedente e la vera cifra della sua sovrintendenza inizierà a vedersi solo l'anno prossimo. Vedremo. Le difficoltà finanziarie sono innegabili e partire con una produzione di Traviata collaudatissima, spettacolare e molto vista è comprensibile per il ritorno economico. Lo stesso dicasi dei Pagliacci di Zeffirelli, anche se l'effettiva efficacia di tali scelte andrà verificata coi dati delle biglietterie.
Forse però oggi il pubblico del teatro lirico chiede qualcosa di diverso. La Fenice e il Regio di Torino stanno fidelizzando platee attente alle innovazioni registiche e a un repertorio più ampio, la Scala prova ad alternare soluzioni al passo coi tempi -non sempre riuscite- (Emma Dante, Fura Dels Baus, Guy Cassiers) e allestimenti tradizionali (Ponnelle, Zeffirelli). L'Arena di Verona punta sul kitsch disneyano di certo Zeffirelli, con riscontri di pubblico clamorosi.
Il Carlo Felice come vuole caratterizzarsi? Puntare sul già visto mi pare una scelta non proprio eroica, adatta più a un teatro di provincia che a un ente che ambisce a tornare grande. L'ho forse espresso con durezza, ma nell'averlo sottolineato all'interno di una recensione non trovo niente di male. L'avesse scritto una penna di grido l'avrebbe gradito di più?

Spero di aver soddisfatto le sue richieste. In caso contrario, si senta libero di scrivermi con altrettanta durezza. Trovo il confronto utile, stimolante e costruttivo. In un periodo in cui la recensione è vista come superflua, accendere un dibattito non mi pare cosa da poco.

Molto cordialmente,
Matteo Paoletti

 
 
 
 
 
 
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