Unità d'Italia: il Risorgimento E I partiti politici secondo Dino Cofrancesco

Unità d'Italia: il Risorgimento E I partiti politici secondo Dino Cofrancesco

«Da qualche tempo si assiste a sinistra a una rivendicazione appassionata dei valori del Risorgimento». In occasione delle celebrazioni di giovedì 17 marzo, la riflessione del docente di Filosofia teoretica all'Università di Genova

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Dino Cofrancesco (Arce, 1942) si è laureato a Genova in Filosofia nel 1966. È stato assistente ordinario di Storia della Filosofia e di Storia delle dottrine politiche. Tre anni or sono, ha fatto ritorno nell'Ateneo genovese dopo aver insegnato Storia delle dottrine politiche nelle Facoltà di Scienze Politiche di Trieste e di Pisa.
Amico di Anna Maria Battista, Norberto Bobbio, Guido Calogero, Renzo De Felice, Augusto Del Noce, Luigi Firpo, Mario Stoppino, ha svolto ricerche sul pensiero liberale europeo dell'Ottocento, sulla teorica federalista, sui miti politici, sulla destra totalitaria, sul pensiero conservatore, sulla funzione degli intellettuali nella società contemporanea.
Nel 1997,è stato eletto Presidente Nazionale del Centro per la Filosofia Italiana e, nello stesso anno, ha assunto la direzione del Centro Internazionale di Studi Italiani dell'Ateneo genovese. Dal 1998 è Direttore del Dipartimento di Filosofia.
All'attività accademic ha alternato un'intensa collaborazione con il Corriere della Sera il Secolo XIX e a riviste d'area come Liberal, Ideazione, Democrazia e Diritto.
È stato segretario della Federazione giovanile ligure del Partito Socialista Italiano.

In occasione dei festeggiamenti di giovedì 17 marzo, giorno che è stato proclamato di festa nazionale, mentelocale.it avvia una riflessione sulle celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia.

Si sta creando un inaspettato interesse degli italiani per questo anniversario, sdoganato anche dall'esegesi dell'Inno di Mameli fatta da Roberto Benigni durante il Festival di Sanremo.

Nei prossimi giorni proporremo alcune riflessioni di personaggi della cultura genovese e nazionale. Iniziamo con Dino Cofrancesco, che giovedì 10 marzo a Palazzo Ducale, ore 11.00, nell'ambito delle Giornate mazziniane, interverrà alla cerimonia di consegna del Premio Mazzini a Jean-Yves-Frétigné, presidente del Gruppo francese di storici del Risorgimento.

Genova - Giovedi 10 marzo 2011

Da qualche tempo, anche per reazione al revisionismo della Lega , alleata fedele di Berlusconi, si assiste, a sinistra, a una rivendicazione appassionata dei valori del Risorgimento e dell'Unità d'Italia. Fa un effetto strano vedere tanti post-comunisti esaltare Mazzini, Cattaneo, Garibaldi e persino Cavour - di Vittorio Emanuele II si tace, dimenticando che senza la sua spada, messa al servizio della liberazione dallo straniero e dai tirannelli della penisola, saremmo ancora un paese balcanico unito, tutt'al più, da fragili vincoli confederali.

L'aria che si respirava nelle scuole italiane, almeno fino a qualche tempo fa, era tutt'altro che favorevole al mito risorgimentale. Quando mi capita di leggere che la storia delle guerre d'indipendenza non è quella che ci hanno fatto studiare sui banchi, mi viene da sorridere. Ma quando mai s'è fatta della retorica sulla vicenda che pure ci ha ricongiunto all'Europa vivente, per dirla con Cattaneo?

Nel 1972 il film Bronte di Florestano Vancini, che rievocava il massacro dei contadini da parte dei garibaldini di Nino Bixio, ci sembrò la riconferma proprio di quanto avevamo appreso sui libri, almeno su quelli letti e studiati nelle facoltà umanistiche. Se c'era una retorica allora dominante era quella del Risorgimento (come la Resistenza) tradito, incompiuto, interrotto e balle del genere.

Dico balle giacché, con una visione antistorica che non è mai venuta meno, si attribuivano ai protagonisti della lotta di indipendenza manchevolezze che avrebbero dovuto colmare (e in parte lo fecero) i loro successori. Una questione politica abbinata a una questione sociale avrebbe avuto come conseguenza, da un lato, il ritiro del sostegno alla causa italiana da parte delle classi alto-borghesi e dei ceti medi, dall'altro, l'intervento delle potenze europee che difficilmente avrebbero tollerato il socialismo in un solo paese che avevano in mente Carlo Pisacane e gli esponenti della democrazia radicale.

È un approccio realistico, questo, di cui, a partire dagli anni Sessanta, non si conservava quasi traccia nei grandi dibattiti storiografici e culturali- ove si eccettuino alcuni grandi esponenti della vecchia scuola, a cominciare da Rosario Romeo, il principe della storiografia risorgimentale della seconda metà del Novecento, autore di ricerche, in primis quella su Cavour, nelle scuole medie secondarie pressoché ignorate.

Allora Mazzini e Garibaldi erano riguardati quasi come il braccio armato della controrivoluzione preventiva dell'arretrata borghesia italiana: patrioti gretti, provinciali - come provinciale fu il processo di compimento dell'unità italiana - pronti a ripetere, in modo ossessivo, con Alessandro Manzoni liberi non sarem se non siam uni.
Quanti nutrivano quei pregiudizi, ora indossano la camicia rossa dell'eroe dei Due Mondi o esaltano (ammesso che l'abbiano letto) i Doveri dell'uomo dell'agitatore genovese.

La vera sorpresa, per gli studiosi della mia generazione, è stata la constatazione che il Risorgimento, lungi dall'essere un episodio mediterraneo, assunse agli occhi dell'opinione pubblica europea un significato epocale. Basti leggere gli scritti del radicale Edgar Quinet o del conservatore Heinrich von Treitschke, per rendersi conto del prestigio intellettuale, prima ancor che politico, riservato a Mazzini e a Cavour, veri e propri individui cosmico-storici di hegeliana memoria.

L'appropriazione indebita del Risorgimento, però, riguarda pure la cultura di destra. Avendo per molti anni letto le terze pagine del Secolo d'Italia, posso dire che, a parte le rituali esaltazioni di Giovanni Gentile e di Gioacchino Volpe - il filosofo e lo storico che furono tra i più eminenti intellettuali del fascismo -, negli articoli e nelle rievocazioni storiche, venivano esaltati i nemici più irriducibili dell'unità nazionale, liberali e democratici.

Giustamente se ne metteva in luce la matrice illuministico-francese o la simpatia per le istituzioni anglo-americane ma, con cieco fanatismo, se ne deduceva poi, in virtù di quella loro formazione, l'estraneità all'Italia profonda - quella delle insorgenze e del sanfedismo. Di qui le disquisizioni dei Carlo Alianello, dei Gabriele Fergola, dei Piero Vassallo contro il preteso risorgimento massonico, nonché le denunce - parallele a quelle della sinistra - della conquista del Sud, della guerra regia, dei massacri delle inermi popolazioni meridionali, ree di proteggere i briganti. A dare manforte a questa pseudo-storiografia intervenivano, spesso e volentieri, storici come Franco Cardini o studiosi, per molti aspetti geniali, come Gianni Baget-Bozzo.

Nessuna censura, per carità! Ognuno è libero di venerare i simboli che crede. Solo che quando vedo gente che fino a ieri stava con Marx contro Mazzini e con Julius Evola (il filosofo dell'imperialismo razzista e antinazionale) contro la Destra Storica, mi prende quello che a Genova si chiama uno sciuppun de futta.

Dino Cofrancesco

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