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Emilia Marasco, 'Famiglia, femminile plurale'

 
Il secondo romanzo della critica d'arte. Sono cambiati i modi di essere mamma e papà. Le nuove tribù formate da figli provenienti da diversi matrimoni: si conoscono, si annusano e magari crescono insieme felici. Guarda il nostro video
 
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Di seguito pubblichiamo due estratti di Famiglia: femminile, plurale (Mondadori, 2011, 169 pp, 18 Eu), il nuovo libro di Emilia Marasco..


Sopra, il video Famiglia allargata? Si può fare, che racconta la storia della grande famiglia di Emilia Marasco.
I componenti di questa famiglia, intervistati da Laura Guglielmi, sono il laboratorio umano che è servito da spunto per il libro Famiglia: femminile, plurale.
Il video è stato ideato da Laura Guglielmi e curato da mentelocale.it, con la collaborazione di Genova Città Digitale. Le riprese e il montaggio sono di Serena Gargani.
 
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emilia marasco
 
Emilia Marasco
È nata nel 1959 a Genova, dove vive e lavora. Docente di Storia dell'arte contemporanea all'Accademia Ligustica di Belle Arti, istituzione che ha diretto dal 2002 al 2010. Lavora a progetti per i giovani artisti.
Prima di Famiglia, femminile plurale, ha pubblicato nel 2008 La memoria impossibile. Storia felice di un'adozione (Tea). È autrice di Madri clandestine, testo teatrale che andrà in scena al Teatro Stabile di Genova nel maggio 2011 con la regia di Antonio Zavatteri, interprete Carla Peirolero insieme a un coro multietnico di donne.

La scheda del libro
Genova. Una grande casa da cui si vede il mare, una grande famiglia disordinata ma con un centro di gravità indiscusso: Nina. Tre matrimoni alle spalle, quattro figli più una all'attivo, Nina ha una galleria d'arte specializzata in giovani creativi, una sapiente colf cingalese, una sorella in attesa di due bambini da adottare, una madre lontana. Ha la morbidezza di una ragazzina ma sta per compiere cinquant'anni.
Giacomo, l'ultimo dei tre mariti che hanno dato a Nina quattro figli, è anche il padre di Alice, avuta da una prima moglie. Lorenzo è il piccolo di casa, adora i suoi fratelli e ha un grave problema di dislessia: non c'è verso di fargli capire che la parola famiglia è di genere femminile ma di numero singolare, per lui famiglia è plurale, costitutivamente e felicemente. Giunta all'inevitabile momento di resa dei conti sulla soglia di un compleanno importante, Nina si ripensa e si racconta: per dimostrarci quanto è grande il cuore di una donna e con quanta allegria, nella vita di coppia, si possa naufragare ma poi riprendere ogni volta a gonfie vele, su rotte imprevedibili.

«Raccontami la nostra storia» mi dice. Gliela racconto da quando era molto piccolo.
«Un giorno, ero molto giovane, ho incontrato un ragazzo con i capelli neri, molto simpatico, che parlava francese, mi faceva ridere, eravamo inseparabili, doveva ritornare in Francia e allora cosa ho fatto?»
Lorenzo ride, conosce già la risposta.
«Sono andata in Francia anch’io, là abbiamo avuto un bambino che appena nato parlava già francese: salut maman, salut papà» simulo una vocetta infantile, «e chi era?»
«Marco!» risponde Lorenzo pronto.
«Mais ouì, bravo! La storia va avanti: avevo nostalgia dell’Italia, il padre di Marco voleva restare in Francia, così sono tornata solo io con Marco, e il papà di Marco, per non farsi dimenticare, al suo compleanno gli manda una grande torta.»
«Ah, sì, buona, credi che la manderà anche a te per la tua festa?» chiede.
«No» rido, «non credo proprio, forse non lo sa quand’è il mio compleanno. Tornata in Italia incontro un uomo elegante, molto serio, dopo un po’ che lo conosco ci sposiamo e nascono i gemelli, due bambini in una volta, una fatica! Piangevano insieme, mangiavano insieme, avevano mal di pancia insieme.»
Lorenzo ride, l’immagine dei gemelli piccoli lo diverte sempre.

«Dopo un po’ io e il papà dei gemelli decidiamo che siamo stanchi di vivere insieme, non andiamo molto d’accordo e ci separiamo.»
Lui diventa serio: «Anche i genitori del mio amico Filippo».
«Finalmente incontro tuo padre, anche lui aveva già una figlia, Alice, questa volta è per sempre, mi sono detta, così non me lo sono fatto sfuggire, una doppia fortuna perché ho trovato lui e sei arrivato tu!»
«Comunque papà è il papà anche dei miei fratelli...»
«Non proprio, loro hanno il loro padre così come Alice ha sua madre, però... sì, è una specie di papà... ti ricordi come dice Simone?» Non si ricorda. «Un papastro!»

I padri dei suoi fratelli sono personaggi sconosciuti, non li ha quasi mai visti perciò se li dimentica, per lui è naturale che Giacomo sia il padre di tutti. Una volta, non molto tempo fa, ha detto: «Io sono proprio sfortunato, ho una sola mamma e un solo papà, sono diverso da tutti gli altri: Alice ha due mamme, Marco ha due papà, e anche Viola e Simo hanno due papà!».
Quando gli racconto la nostra storia gli parlo come facevo quando era piccolo. Per ora ride e sta al gioco. Non durerà ancora a lungo.

[...]

Tempo di manifestazioni. La nostra famiglia dà un contributo significativo al nuovo movimento degli studenti: Alice, Simone e Viola sono assorbiti dal loro impegno rivoluzionario. Alice partecipa all’occupazione della sua scuola.
Lucia, che è appena tornata, tempesta Giacomo di telefonate: «Bisogna ricordarle che ha la maturità, se perde così tante lezioni che preparazione avrà alla fine? Che almeno studi, stia a casa a studiare invece di andare alle assemblee».
Giacomo la lascia parlare: «Fa così perché si preoccupa, ma vedrai che alla manifestazione per lo sciopero generale ci sarà anche lei» mi dice.
Alla manifestazione ci siamo tutti. Giacomo in mezzo ai suoi studenti, tranquillo, sorride, lo vedo passare, mi fa dei segni indicando i ragazzi intorno a lui: «Hai visto quanta gente?»
Lo saluto, con Eva e Silvia ci uniamo ai lavoratori della cultura, artisti, gente di teatro, associazioni, dipendenti dei musei. Da lontano riconosco Simone con Valeria e Viola che saltano urlando chissà che. C’è anche Lorenzo, non lo abbiamo mandato a scuola, lo vedo ai lati del corteo sulle spalle di Marco: «Ciao mamma!» si sgola.

Nella piazza De Ferrari gremita, sotto il palco dei sindacati, io e Giacomo incrociamo Lucia: «Ho visto Alice» è emozionata, «piangevo, era davanti al corteo con lo striscione, mi sono sentita piena di speranza».
Giacomo cerca il mio sguardo. «Visto? Cos’avevo detto? Altro che studia, studia e niente assemblee.»
La casa per qualche giorno sembra un centro sociale, arrivano gli amici di Alice, usano il terrazzo per scrivere su un lenzuolo destinato a un’altra manifestazione.
«Ragazzi, se proprio dovete fumare, le cicche nei posaceneri, grazie, anche se siete su un terrazzo, questa è un’abitazione...» intervengo quando mi accorgo che versano la birra avanzata nei vasi delle piante e spengono i mozziconi sul pavimento.
«Scusi, scusi» si affrettano a rimediare.
«Reazionaria, nemica della rivoluzione» mi prende in giro Giacomo.

Vado in camera di Simone, entro senza bussare, non ci penso. «Scusa Simo.» Lo vedo che chiude di scatto un cassetto. M’insospettisco. Aspetto che esca, ritorno nella sua stanza e senza sentirmi in colpa apro il cassetto, sposto un pacchetto di sigarette, un mucchietto
di foglietti, un fazzoletto di carta. Sul fondo trovo un blocchettino di color marrone con la consistenza di un frammento d’argilla.
Sono stata giovane anch’io, i miei figli non riescono a immaginarlo, a volte penso che credano che sia sempre stata più o meno come ora, responsabile, matura, del tutto ignara – loro suppongono – di cose come l’alcool, il fumo, il sesso.

So riconoscere un blocchetto di fumo. Porto l’oggetto incriminato a Giacomo che è immerso nella lettura.
Lo osserva con attenzione poi dice, divertito: «È la rivoluzione, miss».
«Sì» dico io, «ma non la passa liscia.»



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