Regista, drammaturgo, light designer, ma soprattutto guida e in qualche modo sciamano, Gary Bracket anima un numeroso gruppo di attori e attrici in questa nuova produzione del Living Theatre Europa dal titolo Green terror, presentata martedì 12 aprile in prima nazionale (un progetto che ha debuttato nell'aprile del 2010 e si è arricchito attraverso seminari e laboratori) all'interno della rassegna Testimonianze ricerca azioni al Teatro Akropolis.
Al lavoro c'è il nucleo di New York, quello italiano raccolto nelle tante residenze che il Living nel suo essere itinerante e nomade ha raccolto nel tempo e il nuovo gruppo di lavoro creato in questi giorni (7-12 aprile) a Genova nel corso del laboratorio tenutosi all'Akropolis.
Seguendo una struttura a quadri, Green terror è un'aspra, a tratti ironica, a tratti tragica e truce riflessione sul tempo attuale che parte dalla figura di un uomo nudo (al centro del semicerchio creato dalla disposizione del pubblico), coperto solo di un telo nero e incappucciato, in piedi su un piccolo piedistallo nero: Abu Ghraib? le torture ai prigionieri di guerra in Iraq da parte di soldati americani? Sulle note di una canzone americana, l'incappucciato balla scendendo dal piedistallo. Da questa riconoscibile immagine Gary Bracket e il suo gruppo ci conducono in un percorso di presa di coscienza, di atteggiamento critico verso ciò che accade e il suo senso: catastrofi naturali, guerre, crisi economiche e finanziarie, sfruttamento delle risorse prime, rapimenti, torture, conflitto tra progresso e ambiente, tra natura e tecnologia, tra vecchi concetti calpestati: civiltà, società, democrazia.
La via crucis non ci esime da nessuno dei dolori che si provano vivendo dal vivo la tortura, la deprivazione della libertà, lo stupro ripetuto, l'aggressione ai nostri cari. Tutto va in scena in parole e quadri corporei evocativi. Ma alla fine la guida spirituale sveste i panni del teatro documento e lasciandoci alla merce di un leader che giura di soddisfare tutti, ci chiede di esprimere i nostri desideri e tutto si conclude in un tentativo di dare forma ai desideri in un grumo umano. Ma poi è tempo di catarsi, di spogliarsi di tutto il dolore, della frustrazione finale di questo leader che ha tanto l'aria di un promoter commerciale o di tante figure politiche di ultima generazione. E allora attraverso il training autogeno siamo chiamati a muoverci, a creare forme, animali, a ballare su ritmi diversi, a cantare in una soluzione che fa entrare la discoteca nel teatro e lascia che siano i corpi a ricreare una riconciliazione tra il male e il bene, tra la disperazione e la speranza in un recupero collettivo di energia positiva, di condivisione, di nuova socialità. Peccato solo temporanea.
A lungo e diverse volte rimaniamo al buio nel corso dello spettacolo, mentre in voice over parte ora un racconto pseudo documentaristico sulle origini della terra in origine una grande pianura con un grumo di creature; ora una lunga riflessione critica sul presente: sulla definitiva sconfitta del concetto stesso di società, sull'impossibilità per il nostro futuro di avere un avvenire, sulla certezza che non ci sarà una soluzione sociale alla situazione presente dove socializzare si indica solo con il fare rete, tra contatti, colleghi, amici in un mondo esclusivamente cyber. Dopo le parentesi degli anni '80 e '90, si sono esaurite tutte le riserve di illusioni possibili... ora non è l'economia ad essere in crisi, perché l'economia è la crisi, e il lavoro non manca è semplicemente troppo, mentre l'ecologia è la scoperta dell'anno, ma è l'ambiente la catastrofe e non c'è catastrofe ambientale.
Alla parola si associa il corpo che va in scena in modo coreografico trasformando in immagini di moltitudini alcuni aspetti di quello che viene detto. E allora per la genesi della terra, sul palco ci si presenta un vero grumo di esseri nudi piegati su se stessi a terra che muovendo gli arti proprio come esseri primordiali, cominciano a compiere i primi movimenti, poi all'alba della vita, alle creature viene una gran voglia di nascere.
Tra il pubblico in platea, la moltitudine si presta a generare varie forme, come si trattasse di statue umane che pronunciano frammenti di parole in un quotidiano caotico e incomprensibile.
In un'alternanza non scontata parole e corpi denunciano: c'è un sociologo rapito da terroristi verdi; c'è il tragico monologo di una ragazza del Congo che racconta la sua vicenda personale: stupri continui da parte delle milizie che le rubano la possibilità di condurre una vita normale, la giovinezza, l'autonomia oltre ad averla resa testimone di torture e assassini del suo nucleo familiare. Non c'è pietà, non c'è alcuna richiesta d'aiuto, c'è l'oggettiva della più bruta realtà. E la moltitudine dei corpi crea immagini di stupri a uomini e donna gettati a terra e reiterati per tutto il tempo necessario alla ragazza di raccontare la sua storia. Una sola storia per narrare di un olocausto nel cuore dell'Africa tutto contemporaneo, nato per interessi economici e commerciali intorno a quei minerali che sono materia prima per le nuove tecnologie.
E c'è Katrina e i poveri neri, abbandonati a morire oppure strappati a forza mentre un cronista percorre una New Orleans fatta di corpi agonizzati come percorresse una strada in pieno centro.
Quando il bambino era bambino non aveva un opinione ... non mangiava gli spinaci... Ma non c'è un'unica lezione da apprendere, non c'è un unico messaggio da assorbire, ma piuttosto tante suggestioni profonde per uscire dall'apatia, dalla rassegnazione, dalla stasi e dall'accettazione dello stato delle cose o da i modi in cui qualcuno ce le presenta. E il finale, come sempre nella tradizione del Living, ci si chiede di partecipare, di cercare dentro di noi la forza per non restare passivi spettatori, proprio oggi che il mondo offre tanti spettacoli di serie B.