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Ci sono molti motivi per andare alla Lepre. È un locale con personalità. Già l'arredamento ti spiazza, perché non rientra in nessuna delle categorie in cui si dividono miseramente i pub genovesi (medievalista, fintobritish e intellettualoide, in vari incroci e incesti) e quindi non riesci a categorizzare il luogo, il che è un'ottima cosa, dato che cominciare a categorizzare è l'inizio della morte sociale.
Poi l'occhio ti cade sulla selva di sgabelli intorno al lungo bancone: ah, belin, un pub da "gomito sul bancone", rara e pregevole categoria che chissà perché non incontra le dovute fortune in questa città di musoni. C'è anche un delizioso tavolone alla giapponese, altezza ginocchio, un po' scomodo a esser sinceri. Non manca lo spazio per stare in piedi, anche fuori, magari attirando le ire di una qualche vecchina completamente sorda che potrebbe sentire "le vibrazioni".
Paolo, il barman, è restio a dirmi la ricetta delle aringhe miste, "però se vuoi ti racconto la storia di quel necrologio". Il necrologio suddetto piange la scomparsa di tal Rina della Lepre, alias il bordello che sorgeva di fronte al locale, il più noto e rinomato della città vecchia che fu chiuso all'indomani della legge Merlin gettando per l'appunto nello sconforto decine di "vedovi". "Ti lascio immaginare il casino che è successo quando al Secolo hanno scoperto che il necrologio era una goliardata" sghignazza Paolo mentre mi serve degli incendiari "tomini elettrici". Ah, già, mi stavo dimenticando di dire che gli stuzzichini della Lepre sono veramente degni di nota. Dimenticate i classici patatine e popcorn: qui avete aringhe miste, lardo di Colonnata, spiedini indonesiani, tomini piccantissimi. Con prezzi che vanno dalle 2 mila alle 6 mila lire e una buona dose di pane, rsultano buoni, sostanziosi ed economici.
Le birre sono quelle belghe della Interbrew - Leffe, Hoegaarden, Stella e Murphy - e la media varia dalle 6 alle 8mila lire.
Note a margine: non c'è servizio ai tavoli, e il bagno è il più magniloquente e postmodern di tutta Genova.
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