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Felice Gimondi e Eddy Merckx
Felice Gimondi e Eddy Merckx
 

Giro d'Italia. Quando il ciclismo scoprì lo sponsor

 
La corsa rosa torna in Liguria per le tappe del 9 e del 10 maggio. Fu proprio a Genova che negli anni Cinquanta i corridori sfilarono con i marchi industriali sulle magliette
 
   

     
Genova, 11 maggio 2011
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di Federico Buffoni
   
 
Pubblichiamo un articolo tratto dal numero 22 (maggio/giugno 2011) della rivista Blue Liguria, l'unico magazine bilingue dedicato alla nostra regione (www.blue.sagep.it), in edicola da venerdì con una cover story dedicata al mondo delle crociere. Un settore dove la Liguria, già leader nel Mediterraneo del traffico crocieristico, punta con investimenti infrastrutturali a Genova e a Savona a tagliare presto il traguardo dei 2 milioni e mezzo di passeggeri. Blue analizza tutti gli aspetti del business e propone servizi sulla grande arte custodita a bordo dei transatlantici e sui primati di Fincantieri, che nel 1998 ha varato la nave passeggeri più grande del mondo e che ora si appresta a far scendere in mare Favolosa, la nuova ammiraglia della flotta Costa.

Per liguri e turisti anche una serie di itinerari gastronomici, per il tempo libero e lo sport: dal canyon della Valgargassa, dove volano aquile e farfalle, all'altipiano delle Manie, a Finale, dove si può praticare freeclimbing, alla tonnara di Camogli alla quale, unica in Italia, si può assistere immergendosi.

Ci sono poi servizi sulla Festa della Marineria della Spezia e sul Festival Artemarescienza di Santa Margherita Ligure. E infine interviste a Folco Quilici che parla del mare come un libro di storia da sfogliare, a Andrea De Carlo e la sua Liguria terra dei sensi, e a Emilia Marasco con il suo ultimo libro Famiglia: femminile, plurale.

Se non fu il debutto assoluto, fu certamente il primo vero banco di prova. E la risposta fu talmente positiva da far imboccare con decisione al ciclismo la via che, unica, avrebbe potuto salvarlo. Siamo ai primi Anni Cinquanta, l’Italia, anche quella delle corse in bicicletta, ritrova la voglia di fare e di progredire. Ma per lo sport dei pedali è una ripartenza difficile, tutta in salita, perché organizzare competizioni e parteciparvi costa sempre di più, e - trattandosi di spettacolo gratuito per il pur enorme pubblico che richiama lungo le strade – non ci sono ritorni in termini di quattrini.

L’uovo di Colombo lo trovano presto, gli addetti ai lavori: sfruttare la grande valenza pubblicitaria che una carovana di corridori può rappresentare su e giù per l’Italia e per l’Europa. I caroselli televisivi non esistono ancora, la réclame (allora si chiamava così) la si fa solo sulla carta stampata o, ancora in piccole dosi, attraverso la radio. Un serpentone colorato, con tanto di ammiraglie al seguito, può rappresentare una novità vincente. E allora il ciclismo ci prova. Dopo decenni di squadre che si chiamano soltanto col nome dei costruttori di biciclette (Bianchi e Legnano le più note, ma anche la ligure e gloriosa Olmo) qualcuno tenta l’alternativa e comincia a scrivere sulle maglie degli atleti il marchio di produttori di altre cose, diverse dai velocipedi. Un’incognita, come si è detto, tutta da verificare: funzionerà?

La prima risposta convincente giunse proprio da Genova, in occasione di una tappa a cronometro disputata in corso Italia. L’occasione era ideale, i concorrenti potevano fare passerella uno alla volta, gli altoparlanti e i megafoni dalle auto della carovana rosa ne scandivano il nome ma anche quel benedetto marchio pubblicizzato sulle loro schiene. E il tracciato a circuito dava l’opportunità di reiterare il messaggio. Nascevano gli sponsor: nel sole del Lido di Albaro, con lo sfondo del mare, ecco le maglie grigio-blu che reclamizzavano la crema Nivea, quelle col colore dell’aranciata San Pellegrino, altre di aziende oggi scomparse.

Accanto alle scritte sulle divise di gara, esordiva anche l’operazione-gadgets, con lanci di berrettini e magliette omaggio: un’abbinata destinata ad offrire il primo, decisivo salvagente al ciclismo. Un salvagente che avrebbe raddoppiato la propria efficacia nel decennio successivo, quando l’arrivo della televisione potenziò l’efficacia del messaggio pubblicitario. E gli abbinamenti tra industria e squadre ciclistiche vissero la loro età dell’oro quando il ciclismo italiano ebbe la fortuna di sfornare una decina di grandi campioni, protagonisti di un’epoca di successi. Furono, quelli, gli anni in cui in grande contemporanea trionfavano, alternandosi sul podio, Gimondi, Motta, Adorni, Dancelli, Zilioli, Bitossi, Basso, Zandegù, tanto per citare i più famosi. E furono anche gli anni nei quali il campione si identificava con il marchio che campeggiava sulla sua maglia.

Fecero vendere più cucine alla Salvarani Felice Gimondi e Vittorio Adorni che mille caroselli alla tivù. Lo stesso fu per i salumi Molteni grazie a Gianni Motta e Michele Dancelli; per le macchine da caffè Faema grazie a Charlie Gaul; per le auto Peugeot indossate dalla superstar Eddy Merckx.
Per la verità, come in quel probante test genovese, altri precursori c’erano stati. Persino il grande Fausto Coppi, dopo gli anni leggendari della maglia biancoceleste della Bianchi (che costruiva biciclette), portò sulla schiena il vermouth Carpano e la brillantina Tricofilina. Così come Gino Bartali fu il nome simbolo della già citata aranciata.

Il gioco continua. E, sia pure tra mille altre forme concorrenziali di pubblicità, portare in giro un marchio sfruttando il fascino di una maglia rosa, dà ancora un tornaconto. Oggi, semmai, a mettere in pericolo il ciclismo, è la sua credibilità, infestato com’è dal virus del doping, che rischia di trasformare in un boomerang persino il messaggio commerciale. Ma questa è un’altra storia, una gran brutta storia. 
 

 
 
 
 
 
 
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