Una grande delusione il Flauto magico andato in scena ieri sera, giovedì 20 ottobre, al Teatro Carlo Felice. Una scelta sulla carta felicissima, quella di riproporre lo spettacolo del 2006 firmato Luzzati-Calì-Abbado (la gente si picchiava per trovare un biglietto), ma è appunto solo la parte visiva dello spettacolo a non smettere di entusiasmare e commuovere a distanza di anni.
Invece, gli attori e la musica che hanno animato la serata l'hanno indirizzata su esiti ben diversi rispetto a quelli del passato, lasciando l'amaro in bocca. A cominciare dal fatto che le balconate e la galleria del Carlo Felice vedevano la presenza sparuta di alcuni spettatori e la platea non era neppure piena. Del resto, come si fa a chiedere al pubblico di comprare un biglietto senza annunciare alcun cast fino a due giorni prima? Ma lasciamo perdere le polemiche e torniamo a quanto visto e sentito.
Lo spettacolo firmato da Lele Luzzati, che incornicia i prodigi della sua fantasia d'artista (piante, animali, luci e ombre) in un frame arboreggiante, con al centro il sole sormontato dall'occhio onniveggente massonico, non ha perso nulla della sua forza e della sua purezza originarie. Luzzati di fatto trova nelle pagine del Flauto magico un terreno fertilissimo per la sua arte. Anche Boris Stetka, nel riprendere la regia di Daniele Abbado, si è mantenuto fedele al dettato originario. E i costumi di Santuzza Calì, raggiante in palcoscenico a fine serata, destano meraviglia per la signorilità e la grazia con cui questa schiva signora da decenni svolge il suo lavoro: basterebbero i due costumi del secondo atto disegnati per Pamina: il primo bianchissimo, il secondo con uno splendido scialle blu. Difficile pensare a una Pamina migliore di questa.
Come rilevato però, da un punto di vista strettamente musicale, pareva di assistere a una prova d'assieme e non certo a una prima: clamorosi e continui scollamenti tra buca e palcoscenico, errori di solfeggio, assenza di qualunque colore o intenzione di concertazione, piuttosto l'intenzione di arrivare alla fine senza troppi danni: un livello d'intesa globale ai limiti del teatrino di provincia. In un marasma musicale in cui Johannes Wildner, il direttore, ha pesanti responsabilità (a cominciare dallo stacco dei tempi molto mossi, con conseguente soffocamento e affanno generale, e una gestualità non sempre comprensibile), si salva pienamente e con onore solo Eva Mei, nei panni di Pamina: la grazia in persona, dal punto di vista scenico e vocale; una prova, la sua, sentitissima e di grande nobiltà d'animo.
Ma attorno a lei solo buio: a cominciare dal Tamino di Michael Heim, sofferente, perennemente calante e malfermo. Matthias Ludwig ha riscattato il suo Papageno, musicalmente incerto (specie nella sua aria di sortita io son l'uccellatore), dimostrandosi un buon attore come il ruolo richiede e attirandosi le simpatie del pubblico. Il ruolo improbo della Regina della Notte se l'è assunto Silvia Vázquez, la quale ha certamente dimostrato carattere nell'affrontare con coraggio la seconda aria dopo le difficoltà in cui è incespicata nel primo atto. Non male le Tre Dame, provenienti dal vivaio dell'Ensemble Opera Studio (vivaio di cui però fanno parte, libretto di sala alla mano, inspiegabilmente, diversi cantanti già in carriera da anni!): Sonia Ciani, Paola Santucci, Claudia Bandera; e non male, anche se non impeccabili, anche i tre Geni (Emma Bez, Filippo Bgdanovic, Agnese Caruso) provenienti dal Coro di voci bianche del Teatro. Promossi anche Enrico Salsi - un veemente Monostatos - e Valdis Jansons in quelli dello Sprecher.
In buona sostanza, lo spettacolo, in nome della meraviglia della parte visiva, andrebbe visto senza dubbio; ma per la musica, meglio tapparsi le orecchie, anche se rovinare Mozart è per nostra fortuna difficile, specie nel caso del Flauto magico, che a distanza di secoli resta una macchina teatrale perfetta sotto tutti i punti di vista, in cui c'è davvero qualcosa per tutti: le coloriture della Regina della Notte per i melomani, la comicità di Papageno e Papagena, la nobiltà di Tamino e Pamina, e così via. Il tutto grazie al tanto vituperato libretto di Emanuel Schikaneder, che parla di bellezza, saggezza, amore, etica, e lo fa con parole forse troppo semplici, ma che la musica di Mozart spinge in alto, più in alto dei grandi testi di filosofia: non a caso tra gli estimatori del messaggio del Flauto magico (e del suo libretto) c'erano Goethe e Hegel. Per cui, a fine serata, ecco il miracolo di chi, magari perplesso o scontento per quanto ha ascoltato, torna a casa soddisfatto perché comunque ne valeva la pena. Non c'è altra opera nella storia del melodramma capace di questo.