Buttate pure via
ogni opera in versi o in prosa.
Nessuno è mai riuscito a dire
cos’è, nella sua essenza, una rosa.
Conoscevo appena Giorgio Caproni e
le sue poesie quando mi capitò di leggere per la prima volta questi
versi, ma poco bastò perché le sue parole riuscissero ad oltrepassare i
limiti delle consuete parafrasi e a suscitare in me emozione e
curiosità, ammirazione e stupore per un'affermazione che, sebbene
racchiusa nelle rime di una poesia, non ti aspetteresti mai proprio da
un poeta. È stata questa forte sincerità a permettere subito una sorta
di comunicazione empatica tra Caproni e me: per la prima volta non mi
era necessario decifrare ciascuna poesia parola per parola perché subito
riuscivo a viverle una di seguito all'altra.
Caproni costruisce infatti le sue raccolte come un complesso di variazioni intorno a un nucleo centrale,
magari talvolta sottinteso e perfino contraddetto, ma pur sempre
dominante: è difficile, forse impossibile, frantumare le raccolte ed
estrapolarne singole poesie senza correre il rischio di fraintenderle e
di perderne l’intima e complessa correlazione. È importante rileggere l’aspetto della solitudine,
come destinazione ultima del viaggio-vita di Caproni, dall'inizio di
tutte le sue raccolte; ripercorrere ogni singola tappa, scandita
mediante l'incontro-scontro con ambienti e persone, il percorso che
porterà Giorgio Caproni dalla percezione sensoriale del mondo esterno
all’estrema solitudine interiore, in un progressivo e doloroso viaggio
verso il Nulla.
Caproni incomincia il suo cammino di conoscenza dal di fuori, dal mondo esterno: il Caproni delle prime raccolte (Come un'allegoria del 1936; Ballo a Fontanigorda del 1938; Finzioni del
1941) è un poeta espressionista, la sua è una poesia descrittiva che
ritrae la natura con immagini talmente eloquenti da renderla viva.
Il tempo è quello della giovinezza
(Caproni nel 1936 ha appena ventiquattro anni) in cui si esce per
andare incontro al mondo ed indagarlo con i propri sensi, malgrado in
questo susseguirsi di odori, sapori, colori e suoni, si insinui già il
sentimento della precarietà di ogni cosa umana ed il continuo
avvertimento della presenza, in tutto, della morte. Caproni sa bene che
l'istintuale felicità della percezione del mondo esterno è
indissolubilmente legata alla fuggevolezza dell'emozione e che, in tutte
le gioiose mattine, sere, albe e tramonti, l'uomo è comunque, alla
fine, irrimediabilmente solo. Vediamo, dunque, come il tema della
solitudine sia già presente nel Caproni giovane, attraverso le sue
poesie vediamo il progressivo distacco dalla natura e dagli uomini per
accettare con stoicismo il suo (il nostro) destino di solitudine e
morte.
«I poeti non hanno biografia, la loro opera è
la loro biografia» ha scritto Octavio Paz: possiamo conoscere le
esperienze più significative della vita di Caproni proprio attraverso la
lettura progressiva delle sue poesie. Le sue reazioni nei confronti del
mondo esterno si configurano come una serie di 'incontri e scontri' in
cui l’io del poeta entra in conflitto con una realtà inaccettabile che
lo aggredisce.
È in poesie come Ad Olga Franzoni che possiamo leggere il primo grande dolore-scontro di Caproni per la prematura morte della fidanzata Olga,
nostalgicamente rievocata in versi che sembrano poter conservare e
proteggere le emozioni dall’usura del tempo. C’è poi l'incontro con
il nuovo amore per Rina, carico di speranze e promesse, ma ormai
si sta andando verso «anni veramente neri, che a rotta di collo corrono
verso la guerra e la catastrofe». Nelle poesie di Cronistoria (1943)
si delineano già la spaccatura e la ferita non più rimarginabile che la
guerra ha prodotto in Caproni e in quanti ne presero parte, la guerra che domina nelle Stanze e nei Lamenti,
dove Caproni non racconta esplicitamente episodi della guerra, ma
ricostruisce, piuttosto, l'atmosfera cupa e pesante caratteristica di
quel tempo: le solari percezioni sensoriali delle prime raccolte
diventano, in questi versi, un assommarsi di impressioni fredde, di
luoghi bui, spettrali, immobili, quasi pietrificati. Poesia del cuore, possiamo dire, poesia dello sgomento dell'uomo di fronte al doloroso scontro con la guerra.
La solitudine e la morte
continuano lentamente, anche in una dimensione più intima e privata, ad
invadere gli spazi di vita di Caproni, che nel 1950 subisce l'ulteriore
e profonda offesa della morte della madre, fatta rivivere nei Versi livornesi del Seme del piangere
(1959) che costituiscono la biografia caproniana della madre giovane.
C'è, inoltre, il rapporto di Caproni con Livorno, la città della sua
infanzia, e Genova, la città in cui si è formato, la città dell'anima:
incontri rinnovati in luoghi ancora una volta ripercorsi grazie
all’atemporalità della poesia che non elimina, però, l'intimo distacco
che in ogni caso avverrà anche da queste città tanto amate.
I viaggi che
mettono in relazione tra loro i luoghi della vita si cristallizzano in
una serie di mezzi di trasporto, che presto diventano anche metafore di
stati esistenziali diversi. Livorno e Genova sono associate nella
memoria del poeta con particolari modalità di movimento, con mezzi e
traiettorie precise: è per la funicolare, ad esempio, che Genova
diventa per Caproni «la mia città dagli amori in salita». Caproni e 'le
città verticali': «[...] Quando mi sarò deciso / d'andarci, in paradiso /
ci andrò con l'ascensore / di Castelletto, nelle ore notturne / rubando
un poco / di tempo al mio riposo [...]».
Con il Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee (1965) Caproni è ormai passato dalla poesia descrittiva - espressionista della sua prima stagione poetica, ad una poesia esistenziale imperniata sull'esigenza metafisica, dove gli elementi naturali diventano fattori determinanti per un'interrogazione altra.
D'ora in avanti il protagonista principale dei versi di Caproni sarà il viaggiatore, l'uomo solo che proseguendo il suo viaggio-vita si interrogherà di
volta in volta su temi quali la morte, l'esistenza di Dio, l'oltremorte,
prestando voce anche ad altri personaggi immaginari, come si vede nelle
prosopopee del Congedo (il guardacaccia, il preticello, etc.)
L'uomo solo è ormai giunto alla «disperazione / calma, senza sgomento»,
accetta coraggiosamente l'inconsistenza della realtà e l'ineluttabilità
del suo destino di solitudine e morte. Muore l’esistenza percepita
soprattutto a livello sensoriale, ci si distacca dal mondo fisico e si nasce in una dimensione che ha come uniche certezze la vita, la
solitudine e la morte.
È ormai una solitudine profonda,
endogena, quella che si legge nella successiva raccolta Il muro della
terra (1975): una solitudine resa ancor più tragica dal pensiero del dopo, dall’angoscia per l'irrimediabilità degli eventi e, soprattutto,
dalla certezza dell'umana impotenza e dalla definitiva sconfitta della
ragione che non potrà mai perforare il muro della terra. Il
viaggiatore è solo con il suo io, anzi, con i suoi molteplici io (sarà
di volta in volta il murato, lo stravolto, il cercatore):
assistiamo ad una sorta di sdoppiamento io-Dio, dove non si ha certezza
né dell'uno, né dell'altro, ma dove entrambi vengono affannosamente
cercati ed inseguiti. Nei versi di queste poesie le parole io e Dio sono
ossessivamente ripetute ed accostate, quasi che a furia di ripeterle si
possa dimostrare la loro esistenza.
Anche il linguaggio è ormai mutato: le parole adoperate da Caproni sono quasi tutte di poche sillabe, sono scarne, lo stile è essenziale,
crudo, perfettamente aderente allo stato d'animo del viaggiatore non
più cerimonioso, ma disperatamente impotente dinanzi all'insuperabile
muro.
Non per questo il viaggio è terminato: è proprio
questo continuo espandersi, anche dove potrebbe essere già avvenuto
l'arresto, una delle caratteristiche della poesia di Caproni, che sembra
a tutti i costi volersi spingere oltre i limiti consentiti, oltre i
'luoghi non giurisdizionali'. Addirittura ne Il franco cacciatore
(1982), che riprende gli ormai consueti temi del viaggio, della
solitudine, della morte, di Dio, l'affannosa ricerca di un oltre il muro
prosegue e diventa caccia, insistente tentativo di prendere la mira e
di puntare un Lui che potrebbe essere addirittura Dio.
Caproni è ora giunto alla realtà irreale,
oramai divenuta l'unica realtà possibile: d'ora in avanti i versi delle
poesie saranno caratterizzati da un assommarsi di percorsi compiuti,
personaggi incontrati, oggetti apparsi, luoghi visitati, parole
pronunciate, ma solo illusoriamente: 'l'uomo solo' non può più
aggrapparsi alle sue percezioni sensoriali falsate e irreali che
sottolineano crudamente la sua non appartenenza a nessun luogo e a
nessun tempo ed è certo che in questo nessun dove e nessun quando si
è proprio irrimediabilmente, impotentemente soli nel Nulla.
La caccia prosegue anche ne Il Conte di Kevenhüller
(1986), raccolta le cui poesie maggiormente contribuiscono ad
evidenziare l'ormai sopravvenuta mancanza di consequenzialità logica,
spaziale e temporale: la realtà che leggiamo in questi versi è un
confuso susseguirsi di incerte asparizioni, di ombre che confondono la
vita con la morte e che non permettono alcun punto reale di
riferimento. Si porta avanti un viaggio in piena disperanza,
totalmente frantumati in una realtà-irrealtà anch'essa frantumata,
lacerati dall'intima consapevolezza che tutto è illusione.
In Res amissa,
l’ultima e incompiuta raccolta di Caproni, l'uomo solo non
s'incontra-scontra più con la solitudine, Dio, la morte, la parola, il
Nulla, ma semplicemente porta a termine il suo allontanamento, il suo esilio totale e si congeda dalla vita stessa.
Se
nelle precedenti raccolte si poteva identificare nella realtà
ossimorica, nell'irrealtà, l'unica realtà possibile, dove il Tutto
ruotava intorno al Nulla, adesso l'unica realtà possibile è la non-realtà,
e la sola categoria è quella del non-essere. L'uomo solo, già
congedatosi dalla sapienza, dall'amore e dalla religione poiché giunto
alla «disperazione / calma, senza sgomento», diventa adesso 'non-io', e
in quanto tale si congeda dal congedo stesso. È in questa ottica, credo,
con questo nuovo 'bagaglietto' pieno di 'non essere' che vanno lette le
poesie-riflessioni di Res amissa che, com'è nella consuetudine di Caproni, costituiscono un ideale ampliamento di temi già trattati. E qui superati: si è oltre il viaggio
(compiuto? non compiuto? mai iniziato?) e quindi oltre Dio, oltre la
morte, persino oltre l'oltre dell'estrema solitudine interiore.
Resta solo, sempre, la vera poesia che, «come la vera favola, aiuta a scoprire la realtà - e - non a mascherarla».
Giorgio Caproni è morto il 22 gennaio 1990, lasciandoci tutti un po' più soli...