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Giorgio Caproni
 

Giorgio Caproni, una tesi di laurea per il centenario della nascita

 
Un cammino dalla percezione sensoriale del mondo all'estrema solitudine. Perché la migliore biografia di un poeta sono le sue opere. Un testo tratto da una tesi di laurea
 
eventi
Pubblichiamo questo testo tratto dalla tesi di laurea di Rosella Schiesaro: Giorgio Caproni. Dalla Percezione sensoriale del mondo all'estrema solitudine interiore (Università di Genova, Relatore prof. Luigi Surdich).

È un omaggio al poeta cittadino onorario di Genova: lo scorso 7 gennaio è stato celebrato il centenario della sua nascita.
 
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Genova, 10 gennaio 2012
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di Rosella Schiesaro
   

Buttate pure via
ogni opera in versi o in prosa.
Nessuno è mai riuscito a dire

cos’è, nella sua essenza, una rosa.

Conoscevo appena Giorgio Caproni
e le sue poesie quando mi capitò di leggere per la prima volta questi versi, ma poco bastò perché le sue parole riuscissero ad oltrepassare i limiti delle consuete parafrasi e a suscitare in me emozione e curiosità, ammirazione e stupore per un'affermazione che, sebbene racchiusa nelle rime di una poesia, non ti aspetteresti mai proprio da un poeta. È stata questa forte sincerità a permettere subito una sorta di comunicazione empatica tra Caproni e me: per la prima volta non mi era necessario decifrare ciascuna poesia parola per parola perché subito riuscivo a viverle una di seguito all'altra.

Caproni costruisce infatti le sue raccolte come un complesso di variazioni intorno a un nucleo centrale, magari talvolta sottinteso e perfino contraddetto, ma pur sempre dominante: è difficile, forse impossibile, frantumare le raccolte ed estrapolarne singole poesie senza correre il rischio di fraintenderle e di perderne l’intima e complessa correlazione. È importante rileggere l’aspetto della solitudine, come destinazione ultima del viaggio-vita di Caproni, dall'inizio di tutte le sue raccolte; ripercorrere ogni singola tappa, scandita mediante l'incontro-scontro con ambienti e persone, il percorso che porterà Giorgio Caproni dalla percezione sensoriale del mondo esterno all’estrema solitudine interiore, in un progressivo e doloroso viaggio verso il Nulla.

Caproni incomincia il suo cammino di conoscenza dal di fuori, dal mondo esterno: il Caproni delle prime raccolte (Come un'allegoria del 1936; Ballo a Fontanigorda del 1938; Finzioni del 1941) è un poeta espressionista, la sua è una poesia descrittiva che ritrae la natura con immagini talmente eloquenti da renderla viva.

Il tempo è quello della giovinezza (Caproni nel 1936 ha appena ventiquattro anni) in cui si esce per andare incontro al mondo ed indagarlo con i propri sensi, malgrado in questo susseguirsi di odori, sapori, colori e suoni, si insinui già il sentimento della precarietà di ogni cosa umana ed il continuo avvertimento della presenza, in tutto, della morte. Caproni sa bene che l'istintuale felicità della percezione del mondo esterno è indissolubilmente legata alla fuggevolezza dell'emozione e che, in tutte le gioiose mattine, sere, albe e tramonti, l'uomo è comunque, alla fine, irrimediabilmente solo. Vediamo, dunque, come il tema della solitudine sia già presente nel Caproni giovane, attraverso le sue poesie vediamo il progressivo distacco dalla natura e dagli uomini per accettare con stoicismo il suo (il nostro) destino di solitudine e morte.

«I poeti non hanno biografia, la loro opera è la loro biografia» ha scritto Octavio Paz: possiamo conoscere le esperienze più significative della vita di Caproni proprio attraverso la lettura progressiva delle sue poesie. Le sue reazioni nei confronti del mondo esterno si configurano come una serie di 'incontri e scontri' in cui l’io del poeta entra in conflitto con una realtà inaccettabile che lo aggredisce.

È in poesie come Ad Olga Franzoni che possiamo leggere il primo grande dolore-scontro di Caproni per la prematura morte della fidanzata Olga, nostalgicamente rievocata in versi che sembrano poter conservare e proteggere le emozioni dall’usura del tempo. C’è poi l'incontro con il nuovo amore per Rina, carico di speranze e promesse, ma ormai si sta andando verso «anni veramente neri, che a rotta di collo corrono verso la guerra e la catastrofe». Nelle poesie di Cronistoria (1943) si delineano già la spaccatura e la ferita non più rimarginabile che la guerra ha prodotto in Caproni e in quanti ne presero parte, la guerra che domina nelle Stanze e nei Lamenti, dove Caproni non racconta esplicitamente episodi della guerra, ma ricostruisce, piuttosto, l'atmosfera cupa e pesante caratteristica di quel tempo: le solari percezioni sensoriali delle prime raccolte diventano, in questi versi, un assommarsi di impressioni fredde, di luoghi bui, spettrali, immobili, quasi pietrificati. Poesia del cuore, possiamo dire, poesia dello sgomento dell'uomo di fronte al doloroso scontro con la guerra.

La solitudine e la morte continuano lentamente, anche in una dimensione più intima e privata, ad invadere gli spazi di vita di Caproni, che nel 1950 subisce l'ulteriore e profonda offesa della morte della madre, fatta rivivere nei Versi livornesi del Seme del piangere (1959) che costituiscono la biografia caproniana della madre giovane. C'è, inoltre, il rapporto di Caproni con Livorno, la città della sua infanzia, e Genova, la città in cui si è formato, la città dell'anima: incontri rinnovati in luoghi ancora una volta ripercorsi grazie all’atemporalità della poesia che non elimina, però, l'intimo distacco che in ogni caso avverrà anche da queste città tanto amate.

I viaggi che mettono in relazione tra loro i luoghi della vita si cristallizzano in una serie di mezzi di trasporto, che presto diventano anche metafore di stati esistenziali diversi. Livorno e Genova sono associate nella memoria del poeta con particolari modalità di movimento, con mezzi e traiettorie precise: è per la funicolare, ad esempio, che Genova diventa per Caproni «la mia città dagli amori in salita». Caproni e 'le città verticali': «[...] Quando mi sarò deciso / d'andarci, in paradiso / ci andrò con l'ascensore / di Castelletto, nelle ore notturne / rubando un poco / di tempo al mio riposo [...]».

Con il Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee (1965) Caproni è ormai passato dalla poesia descrittiva - espressionista della sua prima stagione poetica, ad una poesia esistenziale imperniata sull'esigenza metafisica, dove gli elementi naturali diventano fattori determinanti per un'interrogazione altra.

D'ora in avanti il protagonista principale dei versi di Caproni sarà il viaggiatore, l'uomo solo che proseguendo il suo viaggio-vita si interrogherà di volta in volta su temi quali la morte, l'esistenza di Dio, l'oltremorte, prestando voce anche ad altri personaggi immaginari, come si vede nelle prosopopee del Congedo (il guardacaccia, il preticello, etc.)

L'uomo solo è ormai giunto alla «disperazione / calma, senza sgomento», accetta coraggiosamente l'inconsistenza della realtà e l'ineluttabilità del suo destino di solitudine e morte. Muore l’esistenza percepita soprattutto a livello sensoriale, ci si distacca dal mondo fisico e si nasce in una dimensione che ha come uniche certezze la vita, la solitudine e la morte.

È ormai una solitudine profonda, endogena, quella che si legge nella successiva raccolta Il muro della terra (1975): una solitudine resa ancor più tragica dal pensiero del dopo, dall’angoscia per l'irrimediabilità degli eventi e, soprattutto, dalla certezza dell'umana impotenza e dalla definitiva sconfitta della ragione che non potrà mai perforare il muro della terra. Il viaggiatore è solo con il suo io, anzi, con i suoi molteplici io (sarà di volta in volta il murato, lo stravolto, il cercatore): assistiamo ad una sorta di sdoppiamento io-Dio, dove non si ha certezza né dell'uno, né dell'altro, ma dove entrambi vengono affannosamente cercati ed inseguiti. Nei versi di queste poesie le parole io e Dio sono ossessivamente ripetute ed accostate, quasi che a furia di ripeterle si possa dimostrare la loro esistenza.

Anche il linguaggio è ormai mutato: le parole adoperate da Caproni sono quasi tutte di poche sillabe, sono scarne, lo stile è essenziale, crudo, perfettamente aderente allo stato d'animo del viaggiatore non più cerimonioso, ma disperatamente impotente dinanzi all'insuperabile muro.

Non per questo il viaggio è terminato: è proprio questo continuo espandersi, anche dove potrebbe essere già avvenuto l'arresto, una delle caratteristiche della poesia di Caproni, che sembra a tutti i costi volersi spingere oltre i limiti consentiti, oltre i 'luoghi non giurisdizionali'. Addirittura ne Il franco cacciatore (1982), che riprende gli ormai consueti temi del viaggio, della solitudine, della morte, di Dio, l'affannosa ricerca di un oltre il muro prosegue e diventa caccia, insistente tentativo di prendere la mira e di puntare un Lui che potrebbe essere addirittura Dio.

Caproni è ora giunto alla realtà irreale, oramai divenuta l'unica realtà possibile: d'ora in avanti i versi delle poesie saranno caratterizzati da un assommarsi di percorsi compiuti, personaggi incontrati, oggetti apparsi, luoghi visitati, parole pronunciate, ma solo illusoriamente: 'l'uomo solo' non può più aggrapparsi alle sue percezioni sensoriali falsate e irreali che sottolineano crudamente la sua non appartenenza a nessun luogo e a nessun tempo ed è certo che in questo nessun dove e nessun quando si è proprio irrimediabilmente, impotentemente soli nel Nulla.

La caccia prosegue anche ne Il Conte di Kevenhüller (1986), raccolta le cui poesie maggiormente contribuiscono ad evidenziare l'ormai sopravvenuta mancanza di consequenzialità logica, spaziale e temporale: la realtà che leggiamo in questi versi è un confuso susseguirsi di incerte asparizioni, di ombre che confondono la vita con la morte e che non permettono alcun punto reale di riferimento. Si porta avanti un viaggio in piena disperanza, totalmente frantumati in una realtà-irrealtà anch'essa frantumata, lacerati dall'intima consapevolezza che tutto è illusione.

In Res amissa, l’ultima e incompiuta raccolta di Caproni, l'uomo solo non s'incontra-scontra più con la solitudine, Dio, la morte, la parola, il Nulla, ma semplicemente porta a termine il suo allontanamento, il suo esilio totale e si congeda dalla vita stessa.

Se nelle precedenti raccolte si poteva identificare nella realtà ossimorica, nell'irrealtà, l'unica realtà possibile, dove il Tutto ruotava intorno al Nulla, adesso l'unica realtà possibile è la non-realtà, e la sola categoria è quella del non-essere. L'uomo solo, già congedatosi dalla sapienza, dall'amore e dalla religione poiché giunto alla «disperazione / calma, senza sgomento», diventa adesso 'non-io', e in quanto tale si congeda dal congedo stesso. È in questa ottica, credo, con questo nuovo 'bagaglietto' pieno di 'non essere' che vanno lette le poesie-riflessioni di Res amissa che, com'è nella consuetudine di Caproni, costituiscono un ideale ampliamento di temi già trattati. E qui superati: si è oltre il viaggio (compiuto? non compiuto? mai iniziato?) e quindi oltre Dio, oltre la morte, persino oltre l'oltre dell'estrema solitudine interiore.

Resta solo, sempre, la vera poesia che, «come la vera favola, aiuta a scoprire la realtà - e - non a mascherarla».

Giorgio Caproni è morto il 22 gennaio 1990, lasciandoci tutti un po' più soli...

 

 
 
 
 
 
 
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