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Play: il libro di Stefano Cecchi

 
Tra moda e musica, l'imprenditore racconta la sua storia. Ne pubblichiamo un estratto
 
eventi
Giovedì 19 gennaio, alle ore 19, presso I Saloni delle Feste di Palazzo Imperiale (piazza Campetto 8, Genova), è in programma la presentazione del libro Play (2011, 332 pp, 17 Eu) di Stafano Cecchi.
Nel corso dell'evento, Sandra Garau (responsabile della Delegazione di Genova della Fondazione per la Ricerca sulla Fibrosi Cistica Onlus), conferisce a Stefano Cecchi un riconoscimento per il suo impegno nel sociale, in particolare relativo ai progetti dei ricercatori liguri.
 
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Genova, 17 gennaio 2012
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di Stefano Cecchi
   
 
Dall'introduzione di Play (2011, 332 pp, 17 Eu): «Dovunque mi trovi, la gente mi fa sempre le stesse domande: Com'è nato quel marchio? Qual è il segreto per farcela nel mondo della musica? Come hai conosciuto quella donna? Non sempre ho tempo di rispondere e di solito prometto: Un giorno scriverò la mia storia e lo scoprirete. Ho ripetuto così spesso questa frase che ho finito col prendermi in parola e non aver altra scelta che mettermi a scrivere questo libro; non si tratta di un'autobiografia, ma di una raccolta di aneddoti che mi riguardano».

Imprenditore e creativo, Stefano Cecchi (Torino, 1971) cresce fra Stati Uniti e Gran Bretagna, dove si laurea nel 1993. Negli anni Novanta apre e sviluppa agenzie di moda a Londra (Wild, Next London); nel 2000 crea un'etichetta discografica (Cecchi Records – 60 dischi all'attivo) importando Buddha Bar in Italia e lanciando progetti di architettura musicale per i grandi brand della moda e del lusso. Contribuisce alla nascita di marchi di abbigliamento (Hydrogen, Bikinifuxia, MelodyMaker) e si occupa dell'apertura di concept store (San Carlo Uomo). Dal 2000 a questa parte, collabora con oltre 150 multinazionali sviluppando progetti a trecentosessanta gradi: campagne stampa, operazioni di co-marketing, co-branding, immagine e corporate identity.

Il libro Play al momento è uscito in edizione limitata (1000 copie) e a Genova si può acquistare presso la libreria Bozzi in via Cairoli 2/a r.

WILD WILD LONDON

Tutto è cominciato nel 1993 a Londra.
Dopo qualche anno alla University California of San Diego, mi trasferisco per gli ultimi esami e la tesi di laurea alla American Intercontinental University of London. A metà anni Novanta la City è il centro del mondo. Sto con Denise B., la modella olandese protagonista di una delle storiche campagne stampa del marchio di lingerie La Perla.
No, scusate, mi sto confondendo: Denise è venuta dopo.

Ricominciamo: è il 1993 e sto con April, un’americana. Vive a Parigi ed è una modella di Metropolitan, l’agenzia di Michel Levaton che tra le altre rappresenta anche Claudia Schiffer. Appena può lasciare la capitale francese, April vola a Londra per passare del tempo con me: sto preparando la tesi e non posso muovermi come vorrei. Chiedo allora al mio amico Pucci Albanese di presentarmi qualcuno che a Londra lavori nella moda, ho intenzione di trovare un’agenzia per la mia fidanzata e farla trasferire qui con me.
Il mitico proprietario di Pucci Pizza – c’è un capitolo dedicato a lui – mi mette in contatto con un certo Antonio Vinciguerra, ex parrucchiere di Napoli che ha appena fondato l’agenzia di moda Wild. Anche Antonio meriterebbe un capitolo dedicato, è uno dei personaggi più divertenti che mi sia capitato di incontrare!

Ecco cosa succede. April arriva da Parigi per incontrare quello che le ho descritto come uno degli agenti più cool di Londra. Quando il tassista ci lascia in una zona semisconosciuta della città, la mia fidanzata ha un’espressione piuttosto scettica. Come darle torto, un’agenzia di livello non può stare qui. A Londra si fa una battuta per questo genere di periferia: «È in zona 6 perché la 7 non l’hanno ancora costruita».
Suono il campanello e un tizio taglia XXL con un’inguardabile camicia a quadri mi viene ad aprire.
«Scusi, devo aver sbagliato» dico.
«Chi cerca?»
«L’agenzia Wild».
«Antonio Vinciguerra?» replica il ciccione in un italiano stentato. «Terzo piano».

Salendo le scale di questa palazzina decisamente poco londinese, April e io incrociamo prima una casalinga disperata che ramazza il pianerottolo, poi uno che ha tutta l’aria di essere un pusher a caccia di clienti. Su una delle porte del terzo piano è attaccato un foglio giallo con scritto a pennarello Wild-Model Agency: il foglio è fissato con dello scotch da imballaggio.
Busso. «C’mon» si sente urlare con un accento a metà fra Oxford e Posillipo.
L’interior design della Wild Model Agency è un esempio inconsapevole della corrente minimalista: un fax sul divano, quattro o cinque composit di modelle sparsi sul pavimento e un poster gigante di Phil Collins alla parete. Tutto qui.

Antonio Vinciguerra ci racconta la sua storia: è nato a Napoli nel 1966 e si è trasferito a Londra nel famigerato 1980, a soli quattordici anni. Ha sempre fatto il parrucchiere e nel suo slang bizzarro spiega «I cut my way true», qualcosa tipo «Ho tagliato la mia strada».
Lavorando come hair stylist ha conosciuto molte modelle e un bel giorno ha deciso di fondare un’agenzia per rappresentarle. Wild è nata così. La storia non convince April.

La mia fidanzata si sforza di fare un paio di sorrisi, poi mi stringe il braccio che nella sua comunicazione metalinguistica significa «Andiamocene». E infatti ce ne andiamo.
April non lascerebbe mai una delle agenzie più importanti di Parigi per Wild e non posso certo darle torto.
La settimana seguente Antonio Vinciguerra chiede di incontrarmi, questa volta a Chelsea, il quartiere dove vivo. Vuole il book fotografico della mia fidanzata.
«Non importa che lei lo sappia» spiega e aggiunge: «Dammi fiducia. Per lei a Londra ci sono ottime possibilità di lavoro».
Accetto e sette giorni dopo Antonio mi comunica che April è la nuova testimonial di una campagna Pantene Procter&Gamble. Il suo primo contratto londinese è un lavoro da 10mila sterline, niente male per il 1993.

Il segreto di Antonio è questo: è un ottimo p.r. ma allo stesso tempo è molto umile ed educato. È una persona che sa farsi volere bene, insomma. Inoltre, grazie ai suoi trascorsi da parrucchiere, mantiene contatti col mondo dell’industria cosmetica e sa come farli fruttare.
Un difetto, Antonio ce l’ha ed è il motivo per cui ancora oggi lo prendo in giro. Si accredita come parrucchiere ufficiale di Phil Collins. Peccato che Phil Collins sia praticamente calvo!
Dopo il lavoro per Pantene, April viene sempre più spesso a lavorare a Londra. Le cose vanno avanti così per un po’ di tempo. Poi, poco prima di discutere la tesi di laurea – i miei anni di formazione fra Stati Uniti e Inghilterra stanno per finire e voglio trovare una scusa per rimanere nella City – propongo ad Antonio di metterci in società. Voglio lavorare con Wild e farla crescere.

Il mio programma è semplice: trovare un nuovo ufficio in una zona giusta di Londra, ampliare la clientela e gestire in esclusiva nuove modelle.
Antonio è d’accordo e il giorno dopo la festa di laurea chiedo a mia madre un regalo: 60 milioni di lire, i soldi che mi servono per il mio progetto. Mia madre viene a Londra, incontra Antonio e dice sì.
Per il primo lavoro in proprio rinuncio all’auto dei miei sogni (con 60 milioni nel 1993 ci si compra una Porsche Carrera usata) e divento socio dell’agenzia al 50 per cento.
Il progetto della nuova Wild parte dalla ricerca della sede. La scelta cade su un piccolo spazio in Sloane Square, proprio sopra la Barclays Bank. L’ufficio è piccolo ma super curato, ho sempre avuto una vera e propria mania per il design e i dettagli d’arredamento. Con una sede all’altezza occorre incrementare il giro d’affari e per questo faccio fruttare i miei contatti. Qui torna in gioco Pucci Albanese: il mio padrino nella City mi presenta il suo caro amico Riccardo Gay, fondatore di quella che a metà anni Novanta è la più importante agenzia di moda italiana.

[...]

 
 
 
 
 
 
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