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Mediterranea: James Fergusson a Palazzo Ducale con 'Taliban'. L'intervista

 
L'inviato in Afghanistan per il 'Times' e le sue posizioni che fanno discutere. Ci ha spiegato dove la politica della Nato ha fallito. E perché i soldati britannici non devono morire per le donne afghane
 
eventi
Martedì 24 gennaio 2012, alle ore 17.45, la Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale ospita Taliban - Il nemico sconosciuto, conferenza del giornalista britannico James Fergusson.

L'evento è inserito all'interno della rassegna Mediterranea, di cui mentelocale.it è media partner.
L'ingresso è gratuito.
 
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Genova, 21 gennaio 2012
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mentelocale di
Matteo
Paoletti
   
 
Taliban
Ammettere i capi talebani al tavolo delle trattative per la pace come condizione indispensabile per il ritiro dal paese: ecco la tesi – scorretta, forse impopolare ma largamente argomentata – proposta da James Fergusson.
Profondo conoscitore di cose afghane, reporter da quell'area per quattordici anni, Fergusson offre al lettore una rappresentazione spregiudicata, interna e sfaccettata del movimento talebano nel suo dinamismo storico. Ed è innanzitutto da una considerazione dello stato del paese precedentemente all'avvento dei talebani nel 1996, e da una comprensione più sensibile degli intenti originari del movimento, che prende l'abbrivio la sua inchiesta; inchiesta che è anche il racconto delle differenze ideologiche, etniche, religiose e politiche tra talebani e Al Qaeda, della loro convergenza occasionale, forzosa e imperfetta, della profonda estraneità dei talebani stessi alle logiche del ter-rorismo internazionale e del desiderio originario di un riconoscimento americano e internazionale del loro regime.

James Fergusson
Nato a Londra nel 1966 è giornalista freelance e corrispondente dall'estero per numerose testate (Indipendent, The Times, Daily Telegraph, Daily Mail, The Economist).
È corrispondente dall’Afghanistan dal 1996. Il suo terzo libro, A Million Bullets, è stato eletto «British Army's Military Book of the Year.
Taliban è il primo suo libro tradotto in italiano.

«Talebani? Sono persone, non demoni. E per portare la pace in Afghanistan dobbiamo trattare con loro, come in Irlanda del Nord» Posizioni di buon senso, ma scomode e controcorrente quelle di James Fergusson, inviato di guerra dall'Afghanistan e da quasi vent'anni corrispondente per alcune delle più prestigiose testate d'Oltremanica. Martedì 24 gennaio il giornalista è a Genova, ospite di Palazzo Ducale per la rassegna Mediterranea.

Firma abituata a dividere e a scatenare dibattiti - di questa estate la polemica lanciata dal suo articolo «Perché i soldati britannici non devono morire per le donne afghane» - Fergusson presenta nella Sala del Maggior Consiglio Taliban - Il nemico sconosciuto (Il Canneto, 2012, pp. 300, 18 Eu), il suo primo libro tradotto in italiano. Solido e documentato, costruito essenzialmente intorno a una domanda (Cosa sappiamo davvero dei talebani?), Taliban procede su due piani: quello storiografico - con la narrazione dei rivolgimenti politici dal 1994 a oggi - e quello antropologico, con la descrizione dello scontro tra due culture agli antipodi come la nostra e quella talebana. Della quale, sostanzialmente, non sappiamo nulla. Taliban uscirà nelle librerie il prossimo 17 febbraio.

Quello di Fergusson è un contributo prezioso - benché piuttosto isolato - per comprendere attraverso la voce di chi ci ha vissuto un paese complesso come l'Afghanistan, uno degli scenari più problematici e imbarazzanti per l'Occidente: a partire dall'11 settembre e dall'amministrazione Bush i Talebani sono improvvisamente diventati gli alfieri dell'Axis of evil, l'asse del male. Una definizione coniata e accettata acriticamente, sull'onda dell'emozione per l'attentato spartiacque della nostra memoria recente, e diventata presto guerra della Nato per l'esportazione della democrazia. O missione di pace - questione di definizioni e igiene semantica - che dopo dieci anni continua a tenere in scacco un'amministrazione progressista come quella del premio Nobel per la Pace Barack Obama.

Dopo aver affrontato la crisi greca e le primavere arabe, Mediterranea affronta la guerra afghana. Che nessi vedi tra talebani, Egitto e rivolte nel Nord Africa?
«Non sono sicuro riguardo alla Grecia, ma la causa principale dei problemi dell'Afghanistan è la stessa che ha sostenuto la primavera araba: un numero sempre crescente di giovani frustrati da governi corrotti che non li rappresentano. Storicamente, questa è sempre stata una ricetta per rivoluzioni e violenza. La lotta, in generale, è prerogativa dei giovani: l'età media in Afghanistan è 18 anni, in Egitto 24. Compariamola con l'Occidente: nel Regno Unito è 40 anni, in Italia 43! Lo sviluppo demografico è una delle più grandi sfide del nostro tempo, un problema veramente globale».

Rispetto all'entusiasmo per la primavera araba, però, l'Afghanistan genera apprensione: è dall'11 settembre che lo identifichiamo con  «l'asse del male». Cosa conosciamo veramente dei talebani?
«Veramente poco, considerando da quanto tempo la Nato è in Afghanistan. A mio parere non è utile definire nessuna nazione, persona o organizzazione come male, perché è una caratterizzazione che quasi sempre nasce dalla paura e dall'ignoranza. La verità è che i talebani sono esseri umani come tutti gli altri - o, come si dice in Afghanistan: in ogni villaggio ci sono buoni e persone - e dobbiamo iniziare a trattarli come persone piuttosto che come demoni se vogliamo avere successo nel negoziare un accordo di pace con loro».
 
James, tu hai vissuto di persona in mezzo ai talebani, immerso nella loro cultura. C'è qualcosa che possiamo imparare da loro?
«Molto, credo. I talebani sono un movimento di etnia pashtun, e incorpora molti dei costumi di quel popolo, tratto da un complesso codice tribale, non scritto, conosciuto come pashtunwali, i valori fondamentali che ogni occidentale dovrebbe riconoscere e rispettare. Pashtunwali si basa sul concetto di onore, che rende i talebani straordinariamente affidabili. Quando dicono che faranno qualcosa, tendono a farlo - a differenza di noi occidentali, forse. Ad esempio, Obama non aveva promesso di chiudere Guantanamo?»

Inizi Taliban con una citazione dell'arte della guerra di Sun Tzu: trattare col nemico è meglio che combatterlo. Ci puoi spiegare perché?
«Le controinsurrezioni alla fine finiscono sempre con il dialogo, il compromesso, una soluzione negoziata. Noi inglesi abbiamo riscoperto questa verità storica in tempi relativamente recenti, in Irlanda del Nord. Il punto è che essere talebani è allo stesso tempo una ideologia e una milizia. Per sconfiggerli, quindi, devi vincere sul piano del ragionamento, non solo sul campo di battaglia: alla fine, è un discorso che può essere fatto solamente parlando con loro».

Ma com'è possibile trattare con i talebani? Chi è il referente in uno stato tribale?
«Si dice spesso che i talebani sono troppo divisi per negoziare, ma c'è sempre stato solo un leader supremo: il Mullah Mohammed Omar. A metà degli anni Novanta è stato nominato Amir al-Mu'minin, o Comandante dei Fedeli: da quel momento nessuna fazione talebana gli ha mai seriamente disobbedito. Il Mullah Omar deve essere il primo porto di chiamata per i negoziati occidentali.

Non credi sia difficile? Il Mullah Omar è un guerriero con un codice militare opposto al nostro: secondo te siederebbe al tavolo di pace con chi lo combatte ricorrendo a un uso massiccio di droni telecomandati?
«C'è stato un periodo, alla fine degli anni Novanta, nel quale il Mullah Omar cercò nei paesi occidentali un formale riconoscimento dei talebani. Basti pensare che ha anche discusso un accordo per un gasdotto trans-afghano con un'industria americana, la Unocal. Se si è interessato allora a trattare con l'Occidente, perché non dovrebbe esserlo ancora oggi? Certamento il programma di droni portato avanti dagli Usa non aiuta: è una strategia che a lungo termine rischia di creare molti più nemici di quanti ne distrugga».

In questo scenario, la presidenza Karzai è credibile?
«Pochi afghani lo pensano dopo che ha rubato le elezioni presidenziali del 2009, che in conclusione hanno dimostrato che Karzai non è un democratico, bensì un cleptocratico. Sono d'accordo con la valutazione che nel 2010 fece l'ambasciatore americano Karl Eikenberry: Karzai non è un partner strategico adeguato».

Quest'estate lei ha risposto «No» alla domanda se i soldati britannici dovessero morire per i diritti delle donne afghane. Perché?
«Perché i maltrattamenti delle donne afghane non minacciano la sicurezza della Gran Bretagna: questa è l'unica giustificazione per chiedere a giovani uomini e donne di rischiare la propria vita. Per di più, per cambiare il modo nel quale sono trattate le donne bisogna passare attraverso dibattito e paziente argomentazione, non puntando pistole alla tempia. Se la cultura deve davvero essere cambiata, il cambiamento deve venire dall'interno della società afghana: non lo si può imporre dall'esterno!»

 
 
 
 
 
 
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