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© foto: Grazia Grasso
 

Genova. Gian Piero Alloisio racconta 'Ogni vita è grande'. L'intervista

 
Dal lavoro con Gaber e Guccini all'incontro con Bindi. «Mi rimetto in gioco come cantautore». E le canzoni dei suoi spettacoli raccontano l'attualità con amara ironia
 
eventi
Mercoledì primo febbraio, alle ore 21, il Salone del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale ospita il concerto-presentazione di Ogni vita è grande, il nuovo album di Gian Piero Alloisio.

Durante la serata verrà presentato il videoclip de L'eco di Umberto, titolo dello spettacolo che ha vinto il Bando del Comune Genova Città dei Cantautori per ricordare Umberto Bindi.

Biglietto unico: 5 Eu.
Info: 010 5574065
 
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Genova, 30 gennaio 2012
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Matteo
Paoletti
   
 
Gian Piero Alloisio
Nato ad Ovada (AL) nel '56, genovese d'adozione, dall'età di 17 anni scrive e interpreta un Teatro-Canzone spesso legato all’'sperienza di gruppo. L'ideale che sintetizza il suo trentennale lavoro con il Teatro Quartiere di Oregina, l'Assemblea Musicale Teatrale, il Teatro della Tosse, la Compagnia dei Misteri, il Carnevale di Viareggio, è una Democrazia Artistica in cui musicisti e attori professionisti realizzano grandi eventi con centinaia di artisti amatoriali.
Autore di commedie (premiato con quattro biglietti d'oro dall'Agis per il maggior incasso novità italiana), autore di canzoni (con e per Guccini, Gaber, Finardi, Fossati, Jannacci), sceneggiatore di films, varietà televisivi e radiofonici, Alloisio recentemente ha scoperto e digitalizzato l'opera inedita di Umberto Bindi.

Ha scritto canzoni per Guccini, Fossati, Jannacci, spettacoli insieme a Giorgio Gaber e Maurizio Maggiani, portato in giro per l'Italia la musica di Umberto Bindi dopo averne curato, su incarico della Regione Liguria, la collocazione della corposa mole di inediti. Ora Gian Piero Alloisio pubblica un disco, Ogni vita è grande (Universal, 2012, 15,90 Eu), che in 14 tracce riassume buona parte della sua carriera.
«È un album che serve a fare il punto sulla mia attività di autore - conferma il cantante - ci sono le colonne sonore che ho scritto per tanti spettacoli, gli inediti e brani già noti, ma lo scopo del disco è dare alle canzoni una loro autonomia».

Dopo i grandi spettacoli corali, come Genova dei mille che l'anno scorso ha celebrato il 150° dell'Unità d'Italia, per Alloisio Ogni vita è grande è un ritorno al passato. «Lavorerò a questo progetto per i prossimi due anni: mi rimetto in gioco come cantautore, una scelta che mi costringerà ad abbandonare per un po' gli eventi di massa».

Nel disco spiccano le canzoni composte sulle musiche ereditate da Bindi, frutto di un lungo lavoro di scavo sulle sue partiture inedite. Un lavoro legittimato da una collaborazione rimasta finora taciuta.
«Io e Umberto abbiamo seguito percorsi artistici molto diversi, ma le nostre storie si sono incontrate negli anni Ottanta» racconta Alloisio, rivelando un episodio poco noto della sua carriera «È la prima volta che lo racconto. Quello era un periodo difficile per Umberto: subiva l'ostracismo del mercato per la sua omosessualità. L'hanno ucciso, massacrato. Così si era avvicinato a persone fuori dal sistema, che riuscivano però a trovare, come Gaber, un grande successo di pubblico. Mi consultò per un ipotetico album che non vide mai la luce. In parte ho ripreso quel progetto per questo disco. Mi piace parlare di Bindi perché con la sua musica e la sua vicenda umana è diventato un simbolo emblematico di un'epoca per molti versi ancora attuale. C'è una canzone, L'eco di Umberto, che ho scritto per incuriosire anche i più giovani sulla sua storia».

Come sei intervenuto sulle sue composizioni? «Ho cercato di mettere in luce le sue diverse anime, quella commerciale e impegnata, senza dimenticare che Umberto è stato anche un grande autore leggero e umoristico, ad esempio per la Baistrocchi».
È proprio questo lo stile che Alloisio ha utilizzato per Passa, uno dei brani più divertenti dell'album, tutto giocato su allitterazioni e giochi di parole. Nei tre minuti scarsi di divertissement ce n'è per tutti, dalla «bella mossa» del libro «molto porno di Melissa (P)» a tirate d'orecchio al «Grillo tramortito», passando per gustose citazioni di brani storici della musica leggera italiana, dal Vecchio frac di Modugno - ora indossato da un cameriere dell'Iraq - al Cielo in una stanza di Paoli, dove celarsi con l'amante sotto un «cielo ridipinto di blu».

Non si tratta di un esperimento estemporaneo: in tutto il disco Alloisio si diverte a riproporre - aggiornandolo al 2012 - quanto scritto in passato nei suoi spettacoli di teatro-canzone. Dimostrando che, in trent'anni, l'Italia passi avanti non ne ha fatti troppi.
«Vivevamo questi nuovi anni Sessanta senza boom, finché non abbiamo preso coscienza della crisi» ride amaro Alloisio, che non risparmia stoccate alla sua stessa categoria. «In questi anni c'è stato un colpevole silenzio dei cantautori: non esistono canzoni politiche sull'oggi, a parte quelle di qualche rapper. È mancato un filone culturale. Per anni ha dominato l'evasione, la semplificazione della quale sono stato vittima anch'io. Non temo Berlusconi in sè, ma il Berlusconi dentro di me, cantavamo con Gaber: una battuta che resta ancora attualissima».

Da qui, la scelta di Alloisio di riprendere in mano le canzoni scritte col signor G., come l'esilarante La strana famiglia, una critica al consumismo televisivo e alla società dell'apparenza: al cantautore genovese è bastato sostituire qualche nome di conduttore e trasmissione tv per accorgersi che il ritratto dell'Italia non è cambiato di una virgola, tra il sempiterno Maurizio Costanzo e chi «fatica a usare il cervello ma ha spopolato al Grande Fratello».
«Non è cambiato molto da quando la scrivemmo con Gaber nel camerino del Teatro Giulio Cesare di Roma - conferma Alloisio - Era l'87 o l'88, ora non ricordo, ma quel ritratto devastante è ancora valido: da noi la tv domina ancora molto più che in altri paesi».

Ad ascoltare la chiusura del brano, sembra tutta colpa di Berlusconi. Ora però non è più al governo, no? «Già, però resta la pancia degli italiani - spiega il cantautore - Per fortuna un po' di pancetta sta iniziando a disgregarsi: è un periodo di trasformazione, da prendere in maniera positiva. Occorre rendersi conto che mettersi in gioco è urgente: il pericolo è che nell'attuale mercato discografico non ci sia più spazio per gli artisti».
Perché? «L'industria ti mette dei paletti: ti chiedono una musica che possa diventare la suoneria di un telefonino. Questo è un mercato che sta stretto all'espressione artistica. Allora occorre pensare come Gaber e come avrebbe voluto Bindi: non volere vendere a ogni costo, ma conquistarsi un proprio spazio, un proprio pubblico. Magari a teatro».  

 
 
 
 
 
 
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