Gioco, stupore, curiosità tra musica, parole e, ancora, musica e canto. Oz on the road è un'allegra riivisitazione della bellissima storia di L. Frank Baum The Wonderful Wizard of Oz che Emanuele Conte (idea e regia), Bruno Coli (musica e direzione orchestra) e Fabrizio Gambineri (libretto) hanno portato sul palcoscenico del Teatro Carlo Felice insieme all'Orchestra del teatro d'opera genovese e agli interpreti dell'Ensemble Opera Studio, all'attore Alberto Bergamini (voce narrante e Mago Oz) e al Coro di Voci Bianche (diretto da Gino Tanasini) in una prima coproduzione tra Teatro della Tosse e Carlo Felice appunto.
Fin dall'ouverture, che si allinea su sonorità classiche, salvo poi scartare su pezzi di musica pop e progressive, quest'opera di confine (e non solo un'opera) come recita il sottotitolo è un invito all'ascolto e un'educazione al teatro d'opera e musicale. Senza pedanterie, ma a partire da un reale coinvolgimento, viene costruito - rispettando la traccia che ha Dorothy come protagonista - un graduale percorso musicale verso l'entusiasmante e complesso mondo della lirica (tra assoli, duetti, arie, e qualche variante lirica delle canzonette).
A sipario chiuso il narratore (Alberto Bergamini abile in-cantattore pieno di verve) entra in scena armato di genuina sorpresa di fronte al teatro stesso e all'orchestra e da lì parte un piccolo ma geniale gioco (quasi circense) tra lui e l'orchestra: ogni strumento, viene invitato a presentarsi-suonare (con un tocco di bastone, come fosse una bacchetta magica) e così vanno in scena brevi assolo, a cui lui risponde inscenando corrispondenti stati d'animo. Per primo parte il fagotto - sì, un po' come nell'introduzione di voci e personaggi nella celebre opera per l'infanzia Pierino e il lupo di Sergej Prokof'ev - poi tocca alle percussioni, quindi all'arpa e al violino (che intraprende una traccia di Romeo e Giulietta, opera di cui Bruno Coli ha riscritto recentemente le musiche per una nuova produzione di teatro musicale in 3D Live che debutterà a Ferrara il 17 febbraio).
Da un classico c'era una volta... non troppo convinto ("C'era una volta una bambina... no, c'era una volta una ragazza... anzi no, c'era una volta una casetta... no no no. C'era... c'era..."), alla fine si parte con l'apertura del sipario e lo svelamento di Dorothy (la soprano Costanza Gallo) con la sua casetta nel deserto del Kansas negli Stati Uniti. E mentre il narratore-in-cantattore della storia gioca un po' con il racconto (in modo clownesco, ma convincente), per esempio soffermandosi sulla definizione di tornado "sono due venti che incontrandosi fanno quaranta, ma no dai scherzavo...", Dorothy finisce catapultata in proscenio con la sua casetta finita proprio sulla strega dell'Est e una gran festa in cui la coinvolge la strega dell'Ovest (la mezzosoprano Francesca Sartorato).
A grandi linee si ritrovano i punti principali della trama di Oz, compresi lo Spaventapasseri (il baritono Biagio Pizzuti), l'Omino di Latta Tin (il tenore Manuel Pierattelli) e il Leone (il baritono Valdis Jansons), salvo che questi ultimi sono prodotti di un tempo molto più contemporaneo: un barbone vestito di residui di latta il primo e un bullo anni '60 il secondo. Tutti come in Oz sono alla ricerca di qualcosa: Dorothy di tornare a casa, lo Spaventapasseri di un cervello per ragionare e ideare; un cuore per l'omino di latta, ormai disincantato e solo; e il coraggio per il leone con pick-up rosso ma troppa paura per affrontare qualsiasi difficoltà. Scene (coloratissime di Paola Ratto), costumi (come sempre molto originali per tessuti, forme e colori di Guido Fiorato) e testo raccontano del viaggio nel tempo di Dorothy proiettata negli anni '60, anche se poi della Route 66, della Beat Generation e di tutto quello che ha significato l'on the road non resta poi molto, anzi si perde l'occasione per indagare potenziali punti di contatto tra la storia di Baum e il movimento Beat, tra emancipazione e spirito rivoluzionario e poetico.
Gli interpreti lirici dell'Ensemble Opera Studio del Teatro Carlo Felice danno bella prova delle loro doti nello stare in scena oltreché canore (peccato per i tanti, troppi, imprevisti tecnici che hanno impoverito qua e là proprio l'aspetto sonoro, a discapito dell'impegno degli interpreti). Il lavoro registico di Emanuele Conte regge bene i diversi piani dello spettacolo, e nell'organizzazione di uscite, entrate e spazi per il movimento nelle scene di gruppo che si affollano con un tenerissimo e preparato Coro di Voci Bianche.
Un esperimento ben riuscito che senz'altro ha il merito di coniugare le arti e rompere le tante barriere e snobberie, sposando un teatro musicale che aspira a un meticciato alto e artisticamente ricco, in Europa già popolare da tempo, qui da noi meno praticato. Certo, date le premesse e i risultati incoraggianti, si potrebbe osare di più volendo, no? Il pubblico dai -2 agli anta era entusiasta - qualcosa vorrà dire.