Andare a teatro qualche volta è scomodo. Qualche volta è come aprire una porta ed essere travolti da una cascata non di oggetti ma di tutta la complessità di una vicenda così terribilmente umana da restare lì impietriti e muti, interdetti ed incapaci di discernere tra il bene e il male, il vero e il falso, il morale dall'immorale. Blackbird dello scozzese David Harrower (scritto su commissione di Edinburgh International Festival nel 2005 per la regia di Peter Stein) è proprio una di quelle occasioni. Ispirato ad una storia di cronaca sulla relazione tra Toby Studebaker, un ex-soldato americano di 31 anni e una 12enne inglese via internet, il testo ci mette di fronte a un amore impossibile e illegale: i due nella realtà si danno appuntamento in Germania, perciò lei scappa di casa e trascorre con lui 5 giorni, fino al momento dell'arresto. Il testo è la terza regia di Lluis Pasqual per il Piccolo di Milano ed è in scena al Teatro della Corte fino al 5 febbraio 2012, con Massimo Popolizio (Ray), Anna Della Rosa (Una) e la piccola Silvia Altrui (ragazzina).
Un uomo e una donna soli in una stanza si confrontano con intensità, rancore misto a passione, paura e struggimento. Lei - Anna Della Rosa - è più giovane, ma lui non sembra poi così vecchio. Inizialmente lei sembra forte, sfidante a tratti strafottente. Lo punzecchia, lo tormenta, evita di rispondere alle domande di lui e affonda o divaga a seconda della tensione che cresce. Lui - Massimo Popolizio - inizialmente è rigido, goffo quasi macchiettistico, intrappolato in una sorta di disagio ossessivo, subisce gli attacchi di lei, è sorpreso e incapace quasi di articolare il suo pensiero, l'unica cosa che riesce a ripetere in modo quasi automatico è: «Cos'è che vuoi? Ti dispiace dirmi perché sei venuta?» oppure «Sei venuta da sola?».
Proprio come due bestie in gabbia (Pinter ha fatto scuola in questo) o due pugili su un ring, tenendosi a distanza o avvicinandosi pericolosamente l'uno all'altra, i due personaggi si feriscono cavalcando la forza delle loro affermazioni, domande, insinuazioni, calibrate come armi micidiali che dell'obiettivo conoscono ogni punto debole. La conversazione (siamo all'interno di una stanza-spogliatoio di una fabbrica di prodotti medici, fredda e squallida piena di resti di cibo) è un confronto spietato sulla storia che i due hanno condiviso e che riemerge a frammenti a partire da due diverse memorie. Raccolta da due diversi punti di vista e, soprattutto, in questo caso, in funzione di due diversi epiloghi, la vicenda dell'amore e della relazione sessuale che ha coinvolto una ragazzina di 12anni e il suo vicino di casa Ray, mette due perfetti sconosciuti che non si sono più visti per anni, l'uno di fronte all'altra mostrandoli in identità profondamente ferite, un coacervo di paure, fragilità, disperazione. Vittima e carnefice a turno, "Una" e Ray ripercorrono un preciso momento del passato, quello in cui lui era profondamente attirato da lei e lei, avrebbe fatto qualsiasi cosa per piacergli. Ray ha cambiato nome per ricostruirsi una nuova vita, oggi è Peter, ha un lavoro, una compagna e ne va fiero. "Una" invece è bloccata a 15 anni prima, quando tutto improvvisamente le sfuggì di mano. Lasciata sola troppo a lungo in una camera d'albergo, a 12 anni, "Una" andò alla ricerca di Ray, nel cuore della notte in un villaggio sconosciuto. Non lo trovò. Una coppia la raccolse infreddolita da una panchina e chiamò i genitori e la polizia. Ray fu condannato a 7 anni di carcere.
Anna Della Rosa calca il palcoscenico dapprima con fare deciso, poi mentre il ritmo incalza e la storia man mano si dipana, ricade in quella che era a 12anni, prima che tutto accadesse, poi si lascia andare al dolore, all'umiliazione subita, alla tortura di psicologi, genitori e vicini di casa, per poi riemergere e lottare di nuovo come una fiera, mantenendo un ritmo altissimo e convincente. È una donna in cerca di risposte, persino nel timbro della voce, ma è anche una bambina venuta a riprendersi il sogno andato in pezzi. E quel tono nasale, con il labbro che sporge la fa ripiombare nei tratti di quella dodicenne interrotta, altrimenti sa essere procace e sensuale in modo irresistibile. Massimo Popolizio è ancora una volta diverso dal solito, in quella sua magistrale
costruzione del personaggio, che non fa mai trapelare l'attore, è un uomo devastato che ha ricostruito a stento un suo personaggio. È fragile e mutevole, ha toni da psicotico o da perseguitato ossessivo, si lascia andare alla tenerezza, a un affetto mai sopito.Però è cambiato: questa volta riesce a non cedere all'attrazione sessuale, si lascia andare ma al momento decisivo si tira indietro (scusandosi) come fosse castrato. Lui pedofilo e lei bimba innocente? O è lei bimba troppo adulta e procace, che si è spinta in un territorio pieno di insidie? Il drammaturgo non dà risposte precise. Non si schiera neanche la regia - puntuale e incisiva specie nella scelta di creare monologhi che escludono l'altro personaggio (seppure sia in scena) con un gioco di luci che veicola una volta di più l'attenzione degli spettatori.
Resta la contraddizione umana, le leggi, la violenza di un processo sia per chi è definito vittima che per chi è condannato carnefice. Il risultato sono due vite frantumate, due umani tramortiti che hanno trascinato nel marcio tanti altri e restano trafitti da un passato che bussa alla loro porta ogni giorno in varie forme.
Feroce, animalesco e duro (anche se per lo più a parole), un testo interessantissimo agito in uno spettacolo di forte impatto, da due interpreti d'eccezione. Da non perdere.