Utilizzare l'arte (nelle sue varie forme) come utensile fondamentale per aprire al dialogo tra culture diverse. Ecco com'è nato nel 2005 il progetto internazionale Dialogue Inévitables all'interno di un proficuo scambio tra l'artista italiana Francesca Pedullà e l'artista del Benin Eric Acakpo, in collaborazione con altre associazioni (CQB, Italia; Création Entrlacées, Francia; Sonagnon, Benin), tutti impegnati in una riflessione sulle relazioni tra Africa e Occidente. Arrivato alla sua settima edizione, il progetto si è fatto ancora più ambizioso e nel percorso ha coinvolto altre realtà per Scali Atipici (direzione artistica di Francesca Pedullà), una serie di appuntamenti artistici (a Cotonou, Berlino e Napoli) tra spettacoli, incontri, laboratori e mostre. Lo scalo di partenza è Genova che ha inserito l'iniziativa, dal titolo Il mito del Dio Denaro, nel cartellone della terza edizione di Mediterranea. Voci tra le sponde (rassegna del Comune di Genova in collaborazione con la Fondazione Palazzo Ducale), in quelli del Goethe Institut e di due teatri genovesi, il Teatro della Tosse e il Modena - si svolgerà tra l'1 e l'11 febbraio 2012.
«Da sempre Genova - afferma Andrea Ranieri, assessore alla cultura del Comune di Genova - è il luogo dove il dialogo è davvero inevitabile fra mondi, culture ed esperienze diverse. Oggi poi rivolgere lo sguardo all'Africa è diventata una necessità, perché né Genova né l'Italia hanno futuro altrimenti. L'incremento di movimento di merci e persone da e verso l'Africa lo rendono quasi obbligatorio. Mi piace quindi accogliere questa iniziativa e mi piace che si parli di questioni tanto urgenti - il denaro che diventa padrone e demone, valore fine a se stesso, invece che strumento al servizio di tutti - attraverso le arti e l'ambito espressivo che invidio sempre per la capacità di essere in presa diretta con quello che avviene e di farlo in totale libertà».
«Ispiratore dell'intero progetto - spiega Francesca Pedullà, danzatrice genovese, direttrice artistica del progetto - è il filosofo anglo-ghaniano Kwame Anthony Appiah, autore del saggio Cosmopolitismo - l'etica in un mondo di estranei (Laterza, 2007) dove l'uso dell'immaginazione diventa strumento di incontro e scambio, dove se non conosco provo a immaginare e a scoprire territori comuni. Il nostro primo obiettivo è creare appunto un territorio di scambio, favorire la mobilità degli artisti (di qualsiasi provenienza) e mettere insieme, far dialogare, organizzazioni culturali e istituzioni, alla ricerca di un dialetto comune tra artisti ma anche tra operatori, dove aspetti culturali più tradizionali possano parlarsi nella loro specificità ma in un linguaggio e con strumenti della contemporaneità». La rassegna di appuntamenti è già partita all'inizio della settimana con un atelièr di composizione musicale ospitata all'interno del Conservatorio Paganini dove «giovani allievi e musicisti venuti da fuori si sono confrontati con artisti del Benin insieme al Maestro Riccardo Dapelo e al compositore Matteo Manzitti e il primo obiettivo è già stato raggiunto perché dall'atelièr sono nate nuove collaborazioni».
L'apertura ufficiale con tutti gli artisti è fissata per domenica 5 febbraio, a partire dalle ore 18, a La Claque dove sarà ospite anche il film-documentario del regista francese Antoine Renouard, dal titolo passeports (anti)diplomatiques: un'indagine con interviste a sociologi, antropologi e politologi sul ruolo del denaro e i suoi disequilibri. Sempre a La Claque, mercoledì 8 (ore 22.30), il programma prevede due soli di danza del Benin e un concerto musicale a cui partecipano anche danzatori - (per il programma completo dell'iniziativa vedi box a sinistra).
La parte centrale dell'iniziativa è dedicata all'artista senegalese (da vent'anni residente a Berlino), Mansour Ciss “Kanakassy”. L'artista che crea principalmente azioni performative e lavora sulla manipolazione dell'immagine, indaga nelle sue opere la situazione attuale dell'Africa in relazione con il resto del mondo. Per questo ha dato vita al laboratorio De-Berlinizzazione: un lavoro d'equipe che parte da un approfondimento intorno alla Conferenza di Berlino del 1884/1885 quando i confini dell'Africa furono decisi a tavolino da 14 potenze europee a cui si aggiunsero gli Stati Uniti, ma senza alcun rappresentante del continente interessato. Secondo Mansour il processo di colonizzazione dell'Africa che trova in quel momento il suo apice storico, è ancora in corso. Perciò, come risposta utopica e propositiva, Ciss ha inventato l'Afro, la moneta degli Stati Uniti d'Africa. «Sono Senegalese e guardo all'Africa dall'Europa, ovvero assisto alla sua balcanizzazione, separazione del paese. Il termine de-berlinizzazione è un termine poetico e politico che mira a smantellare la colonizzazione, ma non come è accaduto storicamente pagando un caro prezzo in termini di vite umane, ma senza armi. Nonostante i processi di indipendenza, molte delle colonie francesi hanno ottenuto un'indipendenza politica, ma a livello economico sono ancora tali per via della moneta imposta dalla banca francese, il franco delle colonie francesi d'africa. E allora io propongo l'Afro, per far uscire gli africani dalla loro dipendenza, simbolo e stimolo per un possibile sviluppo endogeno dell'Africa».
Per la prima volta in Italia, Ciss interverrà a Palazzo Ducale in diversi momenti - una sua opera, che è dedicata alla pratica di controllare di più gli stranieri che i cittadini europei alle frontiere - è già visibile (sulla facciata del Ducale su piazza De Ferrari). Dal 5 all'11 febbraio agirà sia con l'installazione itinerante Banca dell'Afro, distribuendo/cambiando la moneta degli Stati Uniti d'Africa con l'Euro; sia con l'azione performativa Global Pass: un documento altrettanto utopico che dovrebbe permettere a tutti di attraversare i confini degli stati allo stesso modo, proprio come fanno le merci oggi più libere di viaggiare delle persone - come ama ripetere Mansour Ciss. Martedì 7 (ore 17.45) sarà protagonista all'interno di un incontro sull'Arte e la globalizzazione a cui parteciperà anche la politologa Judith Strohm.
A proposito della primavera araba e della morte di Gheddafi, Mansour Ciss ha una lettura piuttosto fuori dalle righe: «Gheddafi, che ha finanziato decine di politici europei, è morto per affondare il progetto degli Stati Uniti d'Africa. Lui era l'unico in grado di portare avanti quel progetto a partire da una moneta unica. Era molto ricco. Ma la politica è pericolosa, è l'arte della furbizia e dell'ipocrisia, bisogna essere molto talentuosi, un po' come Berlusconi. Ormai i politici sono le marionette dell'economia e quando gli interessi economici vengono sfiorati, le coalizioni si sfaldano, nell'interesse delle multinazionali e così Gheddafi è rimasto solo, gli europei l'hanno abbandonato al suo destino, sostenendo la cosiddetta 'primavera araba' che è stato un altra via alla definitiva archiviazione del processo di unificazione del continente».
Momento conclusivo al Teatro Modena, venerdì 10 e sabato 11 (ore 21), con lo spettacolo di danza e teatro Il mito del dio denaro: dove attraverso l'universo immaginario, diversi artisti di diversa provenienza (Benin, Canada, Francia, Germania, Italia) e formazione si incontrano e confrontano guardando all'umanità come potenzialmente geniale e sensibile quanto meschina e volgare, indipendentemente dalle latitudini e da questioni di ricchezza o povertà.