L’ultima
Se mi impegnassi a fondo, anche se i capelli in testa sono ormai bianchi, potrei forse fare una specie di ordine nella mia vita, sistemare le mie vecchie foto, dal bianco e nero alle diapositive, ai file da rinominare tutti. E anche certi oggetti che mi hanno segnato, che si accompagnano a tracce, ad amori passati, a profumi, a cicatrici. Ma sistemare le mie biciclette, dalla prima fino a quella che voglio comprarmi, prima che mi venga la prostata, non dovrebbe costarmi né troppa fatica, né eccessi di malinconia. Ripescarle, metterle in fila in un’immaginaria esposizione, qualche riferimento storico, qualche nota tecnica, qui sì che ci potrei arrivare, nonostante la mia potente capacità di dimenticarmi di tutto, nonostante la mia pigrizia e nonostante la mia stanchezza.
La prima bici, d’argento, manopole rosse e freni appuntiti, all’altezza dei lividi sulle cosce lasciate scoperte dai calzoncini; passata ai fratelli più piccoli, con qualche resistenza, rimontandoci le rotelle. Una vecchia bici già appartenuta a mia madre, tenuta in solaio, tenuta da conto per anni, pesante com’era, sella in cuoio, portapacchi a molla anche sul manubrio, finita poi arrugginita, svilita, demolita da figli ingrati. Una bici pieghevole, lasciata incautamente incustodita sul ciglio di un prato, e da lì sparita, volatilizzata, assunta in cielo. Una bici per girare sotto i portici di Padova, pagata due lire, giri clandestini di studenti senza quattrini. Un Rampichino, Dio l’abbia in gloria, per tuffarsi nel Trebbia, per fare gli stupidi. Una bici normalissima, con un carrellino per l’ultima figlia, lungo un Danubio color caffelatte. L’ultima, ancora da comprare - non so - me la figuro appena; ma di certo - si sa - non c’è nulla. Tranne qualcosa: che io in cielo voglio andarci con quella.