Come si legge nel sottotitolo, il testo di David Greig (drammaturgo scozzese, 1969), Midsummer è una commedia con canzoni (a play with songs) e in Inghilterra ha fatto spaccare la testa in quattro a critici e pensatori, perché per loro o era teatro musicale, ovvero musical, oppure era opera, ma allora quale delle due definizioni usare? Insomma la vicenda si è consumata alcune migliaia di caratteri d'inchiostro e paginate di carta e virtuali, perché il fatto è che oltre alla musica il tema è l'amore. Sì, avete capito bene si parla d'amore e gli attori cantano. Ma allora è opera?
Gianpiero Borgia, il regista che l'ha portato in Italia (in scena a Genova, al Teatro Cargo solo venerdì 10 febbraio 2012 - ore 21), scoprendolo per caso al Festival di Edinburgo (200) quando non riuscì a vederlo perché era sold out, la pensa così: «L'aspetto che mi ha interessato maggiormente è l'intreccio di tre linguaggi: la narrazione, l'azione scenica e musica e canto. E poi il fatto che si trattasse di una commedia leggera, in cui si ride moltissimo. Anche se poi approfondendolo, il testo rivela anche tematiche affrontate in modo più profondo. Al fondo direi che c'è il tema tutto umano, che sento molto vicino, di ritrovarsi nel bel mezzo del cammin di nostra vita. Siano i 30 o i 40 anni, è quel momento in cui si sente ancora l'ingombro di un retaggio adolescenziale, da un lato e dall'altro ci si sente abitati dall'uomo maturo che saremo o che siamo già, e lì davanti a noi i personaggi soffrono la nevrosi di questa coabitazione tra due anime. Mi ci sono ritrovato in pieno». A questo sia aggiunge la riflessione tutta contemporanea, ma certo non nuova, del rapporto tra carriera e amore, in un tempo «in cui siamo un po' tutti dei workaholic, si creano comportamenti anomali nella sfera affettiva».
Premiato l'anno scorso (2010) con il Premio Nazionale della Critica Teatrale per la regia dello spettacolo Come spiegare la storia del comunismo ai malati di mente, del rumeno Matei Visniec, Borgia è «uscito dal circuito off - come prosegue lui stesso - grazie a una serie di produzioni con il Teatro Stabile di Catania», ma in origine è un pugliese di Barletta che affonda le sue radici artistiche nella tradizione teatrale dell'Europa dell'Est. «Mi sono formato con Jurij Alschitz - fondatore della metodologia d'arte drammatica nota con il nome di verticale del ruolo - ma da qualche anno sto seguendo la drammaturgia inglese (The author, di Tim Crouch). Lì il sistema produttivo è incentrato ormai dagli anni '50, sui drammaturghi per cui chi scrive per il teatro è una vera e propria star e Greig in questo momento è acclamatissimo. Per formazione metto al centro di tutto l'attore, l'attore sulla scena, la sua partecipazione creativa, tenerlo in posizione di gioco e non interpretativa, per elaborare non solo materiale comportamentale, ma anche concettuale e filosofico. E alla fine il mio intento è cercare un punto d'incontro fra queste due sponde. Non sposo certo realismo, ormai noto, delle commedie inglesi, ma miro alla poetica dell'attore con un lavoro sul testo da cui viene fuori un'alchimia interessante». Ora in ballo c'è proprio un progetto con Greig. Cosa farai un testo nuovo o qualcosa che ha già scritto? «La cosa è ancora in via di definizione e titoli non ne posso fare, però si tratta di due testi: uno ha già debuttato in Scozia, abbastanza recentemente, ma non è ancora arrivato in Italia né è andato all'estero. L'altro invece dovrebbe essere frutto di una residenza di Greig nella nostra compagnia (per il 2014) per la realizzazione di una drammaturgia ad hoc».
Tornando a Midsummer cos'è che lo rende così irresistibile e ne ha fatto un successo assoluto in Inghilterra? «Guardando il pubblico la sera dopo lo spettacolo ritrovo nella festosità e negli applausi la risposta a qualcosa che riscalda il cuore e poi è sempre gettonatissimo parlare d'amore, funziona sempre». L'aspetto profondamente comico in scena nasce da una scollatura fra narrazione e azione scenica e/o personaggi «nell'originale lo scarto era ancora più netto, io ho cercato un equilibrio tra le due modalità, sfumandone un po' i confini. E poi immaginate di ripensare ai vostri convincimenti di quando avevate che ne so 20 anni, immagino che come tutti sareste bravissimi a farne una esilarante parodia» e Manuela Mandracchia (due volte Premio Ubu e Premio Flaiano nel 2008) e Christian Di Domenico (attore della compagnia Teatro dei Borgia insieme a Daniele Nuccetelli, Annalisa Canfora e Giovanni Guardiano e a 4 ex-allievi della scuola fondata contestualmente alla compagnia ITACA, nel 2001) fanno la loro parte narrando, recitando e cantando le canzoni scritte appositamente per Greig da Gordon McIntyre, chitarrista della bad scozzese Ballboy.
David Greig è forse uno dei pochi drammaturghi contemporanei (noi diremmo giovani anche se ha passato i 40) che ha assorbito e riadattato la lezione di Brecht e la tecnica dello straniamento, portando avanti una drammaturgia esplicitamente politica, con una conseguente diffidenza per la 'rappresentazione' e certo realismo dominante, anche se poi non ha potuto esimirsi dal crescere nel contesto teatrale del kitchen drama, di Pinter, Stoppard e forse anche Bennett. In questo Midsummer c'è di nuovo Brecht, ma c'è forse anche, come allude il titolo, Shakespeare, no? «Greig intreccia diversi autori e anche se come Tim Crouch viene definito un innovatore assoluto, sono evidenti certe tracce. Questo lavoro trasuda Shakespeare, citato a piene mani, sia direttamente con versi da A Midsummer's Night Dream, sia rispetto alla tematica del cambiamento dell'essere umano e del ruolo della magia/sogno. E poi tutto avviene nel weekend del solstizio d'estate che ha a che fare con i territori magici del carnevale».
Una battuta sulla scena teatrale attuale. «Lo dico con un certo senso di colpa considerata la situazione, ma da 6 anni in Puglia c'è una grande attenzione al settore in cui opero da parte di Nichi Vendola e della sua amministrazione. Oggi c'è un sistema teatrale che prima non c'era e disponiamo di strumenti legislativi che ci permettono di andare avanti bene e con una logica. Per adesso va benissimo anche se ci rendiamo conto che ne avremo ancora solo per due anni, perché poi non godremo più dei fondi europei per le zone sottosviluppate».