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Primavera araba
 

Lucio Caracciolo a Genova per Mediterranea. La primavera araba: islam e democrazia

 
Il direttore di 'Limes' racconta le rivoluzioni di Nord Africa e Medio Oriente. Da Gheddafi a Mubarak. Tra interessi economici, petrolio e gas. L'intervista
 

 
   

     
Genova, 8 febbraio 2012
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di Nicola Ganci
   
 
Lucio Caracciolo, professore e giornalista, è direttore di Limes, la più importante rivista italiana di geopolitica fondata nel 1993 e parte del Gruppo editoriale L'Espresso. Dopo gli studi in filosofia è entrato nel 1976 a La Repubblica dov'è diventato capo della sezione politica. Dal 1986 al 1995 ha diretto la rivista MicroMega. Insegna Relazioni internazionali all'università San Raffaele di Milano e Studi strategici alla Luiss Guido Carli di Roma ed è editorialista per La Repubblica e L'Espresso.

Un anno è passato dai primi moti di rivolta in Tunisia e in Egitto. Cosa è cambiato nel Mediterraneo e nei nostri rapporti con il Maghreb e il mondo arabo? Lo abbiamo chiesto a Lucio Caracciolo.

È passato un anno da quella che abbiamo chiamato un po' tutti la primavera araba: Tunisia, Egitto, Libia, Siria. Ritiene che si tratti di un movimento in cui prevalgono tratti comuni o ci sono importanti differenze tra un paese e l’altro?
«Direi che sono più rilevanti le differenze, anche se sono più visibili i tratti comuni. Per quanto riguarda i tratti comuni, quello più evidente è lo spirito di emulazione, che deriva dalla consapevolezza che i vecchi regimi sono, quale più quale meno, tutti in crisi, quindi c'è meno da aver paura e più da osare. Questo vale un po' per tutta l'area compresa tra il Maghreb e l'Asia Centrale. Tuttavia, le differenze sono rilevanti: in primo luogo non tutti questi paesi sono davvero strategici per l’Europa o per gli Stati Uniti. Faccio un esempio: la Libia è un paese molto importante per l'Italia, ma molto meno per gli Stati Uniti, mentre chiaramente l'Iran è un paese centrale per gli americani, così come la penisola arabica. Un aspetto importante è quello di valutare come queste rivoluzioni abbiano scatenato nuovi attori sulla scena politica, primi tra tutti i Fratelli musulmani».

Ben Alì e Mubarak spazzati via in poche settimane, Gheddafi dopo una guerra civile, mentre la repressione sembra durare ancora a lungo. Molti ora si chiedono cosa succederà e come cambieranno questi paesi.
«Anche qui bisogna distinguere. In Libia è crollato un regime e non ne è nato un altro. Sono in corso combattimenti feroci e credo che la possibilità di ricostruire o di costruire una qualche forma di unità libica, al di là di chi la possa governare, sia molto remota: per lo più prevale uno scenario  disintegrativo. In Egitto credo che il punto centrale sia il ruolo dei Fratelli musulmani e dei salafiti, cioè della parte più estremista dell'Islam politico. Insieme hanno conquistato quasi il 70% dei voti alle elezioni e quindi, quale che sia il risultato delle presidenziali, l'Egitto sicuramente ha sterzato e certamente non a favore di Israele. È però interessante notare che in Egitto, come altrove, gli americani abbiano cercato un rapporto pragmatico con quelli che fino a ieri consideravano semplicemente dei terroristi. Per quanto riguarda il Golfo, l'attore più rilevante è il Qatar. Questo piccolo emirato è il paese più ricco al mondo: naviga nel gas, ha una straordinaria antenna mediatica, che è Al Jazeera, e un sovrano molto ambizioso: la miscela di tutto questo produce un protagonista nuovo nella regione».

Egitto, Libia, Tunisia sono paesi relativamente vicini e sono molte le persone preoccpuate dalla situazione. Non le chiedo delle previsioni, ma oggi quanto spazio c’è in Nordafrica per l’integralismo islamico?
«Si è aperto un bello spazio. Sono caduti regimi come quello di Ben Alì in Tunisia, Mubarak in Egitto e Gheddafi in Libia, che avevano fatto della lotta, o dell'apparente lotta (perché non sempre effettiva) all'islamismo il loro credo e la loro carta da giocare con gli occidentali. Bisogna stare molto attenti quando si parla di integralismo, perché vi sono vari radicalismi o vari moderatismi. Certamente l'Islam politico si è dimostrato per ora l'unica seria alternativa a quei regimi».

Predrag Matvejevic parla di un mare circondato dall’ulivo, in cui l’architettura si addolcisce avvicinandosi alle coste. Samuel Huntington vi ha visto una zona di faglia tra civiltà. Come vede il Mediterraneo oggi e quali i punti comuni, o meno, tra i popoli che vi si affacciano?
«Il Mediterraneo non è un soggetto geopolitico, è un campo di battaglia o di influenza che negli ultimi secoli, anzi millenni, è sempre stato molto frastagliato. Sicuramente la distanza tra il Mediterraneo e l'Europa centrale si è molto allargata e continua ad allargarsi. Il fattore che ci tiene vincolati a questa parte di mondo è, essenzialmente, l'energia. In particolare per noi italiani in questo momento il gas algerino è fondamentale. Poco altro. Se noi guardiamo la facciata sud, dal Maghreb fino alla Turchia, notiamo che non c'è alcun tentativo serio di integrazione regionale: abbiamo una quantità di conflitti, alcuni armati altri più sottili, che impediscono di creare una qualche progettazione comune per il Mediterraneo».

 
 
 
 
 
 
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