Un anno è passato dai primi moti di rivolta in Tunisia e in
Egitto. Cosa è cambiato nel Mediterraneo e nei nostri rapporti con il Maghreb e
il mondo arabo? Lo abbiamo chiesto a Lucio Caracciolo.
È passato un anno da quella che abbiamo chiamato un po'
tutti la primavera araba: Tunisia, Egitto, Libia, Siria. Ritiene che si
tratti di un movimento in cui prevalgono tratti comuni o ci sono importanti
differenze tra un paese e l’altro?
«Direi che sono più rilevanti le differenze, anche se sono
più visibili i tratti comuni. Per quanto riguarda i tratti comuni, quello più
evidente è lo spirito di emulazione, che deriva dalla consapevolezza che i
vecchi regimi sono, quale più quale meno, tutti in crisi, quindi c'è meno da
aver paura e più da osare. Questo vale un po' per tutta l'area compresa tra il
Maghreb e l'Asia Centrale. Tuttavia, le differenze sono rilevanti: in primo
luogo non tutti questi paesi sono davvero strategici per l’Europa o per gli
Stati Uniti. Faccio un esempio: la Libia è un paese molto importante per
l'Italia, ma molto meno per gli Stati Uniti, mentre chiaramente l'Iran è un
paese centrale per gli americani, così come la penisola arabica. Un aspetto
importante è quello di valutare come queste rivoluzioni abbiano scatenato nuovi
attori sulla scena politica, primi tra tutti i Fratelli musulmani».
Ben Alì e Mubarak spazzati via in poche settimane,
Gheddafi dopo una guerra civile, mentre la repressione sembra durare ancora a
lungo. Molti ora si chiedono cosa succederà e come cambieranno questi paesi.
«Anche qui bisogna distinguere. In Libia è crollato
un regime e non ne è nato un altro. Sono in corso combattimenti feroci e credo
che la possibilità di ricostruire o di costruire una qualche forma di unità
libica, al di là di chi la possa governare, sia molto remota: per lo più
prevale uno scenario disintegrativo. In
Egitto credo che il punto centrale sia il ruolo dei Fratelli musulmani e
dei salafiti, cioè della parte più estremista dell'Islam politico. Insieme
hanno conquistato quasi il 70% dei voti alle elezioni e quindi, quale che sia
il risultato delle presidenziali, l'Egitto sicuramente ha sterzato e certamente
non a favore di Israele. È però interessante notare che in Egitto, come
altrove, gli americani abbiano cercato un rapporto pragmatico con quelli che
fino a ieri consideravano semplicemente dei terroristi. Per quanto riguarda il Golfo,
l'attore più rilevante è il Qatar. Questo piccolo emirato è il paese più
ricco al mondo: naviga nel gas, ha una straordinaria antenna mediatica, che è Al
Jazeera, e un sovrano molto ambizioso: la miscela di tutto questo produce
un protagonista nuovo nella regione».
Egitto, Libia, Tunisia sono paesi relativamente vicini e
sono molte le persone preoccpuate dalla situazione. Non le chiedo delle
previsioni, ma oggi quanto spazio c’è in Nordafrica per l’integralismo
islamico?
«Si è aperto un bello spazio. Sono caduti regimi come quello
di Ben Alì in Tunisia, Mubarak in Egitto e Gheddafi in Libia, che avevano fatto
della lotta, o dell'apparente lotta (perché non sempre effettiva) all'islamismo
il loro credo e la loro carta da giocare con gli occidentali. Bisogna stare
molto attenti quando si parla di integralismo, perché vi sono vari radicalismi
o vari moderatismi. Certamente l'Islam politico si è dimostrato per ora l'unica
seria alternativa a quei regimi».
Predrag Matvejevic parla di un mare circondato dall’ulivo,
in cui l’architettura si addolcisce avvicinandosi alle coste. Samuel Huntington
vi ha visto una zona di faglia tra civiltà. Come vede il Mediterraneo oggi e
quali i punti comuni, o meno, tra i popoli che vi si affacciano?
«Il Mediterraneo non è un soggetto geopolitico, è un campo di battaglia
o di influenza che negli ultimi secoli, anzi millenni, è sempre stato molto
frastagliato. Sicuramente la distanza tra il Mediterraneo e l'Europa centrale
si è molto allargata e continua ad allargarsi. Il fattore che ci tiene
vincolati a questa parte di mondo è, essenzialmente, l'energia. In particolare
per noi italiani in questo momento il gas algerino è fondamentale. Poco altro.
Se noi guardiamo la facciata sud, dal Maghreb fino alla Turchia, notiamo che
non c'è alcun tentativo serio di integrazione regionale: abbiamo una quantità
di conflitti, alcuni armati altri più sottili, che impediscono di creare una
qualche progettazione comune per il Mediterraneo».