Cartone, legno, pezzi di iuta, carta da pane accartocciata o fogli. Siamo in un mondo fragile e precario, in qualche misura incompiuto o compiuto solo in parte, che si percorre su assi di legno, appoggiate in modo posticcio su scatole di cartone. Il crollo è nell'ordine delle cose e forse anche un po' più frequente. Siamo entrati dentro Il castello - trittico, uno spettacolo teatrale itinerante che Giorgio Barberio Corsetti ha ideato, progettato e realizzato con la sua compagnia Fattore K. intorno a Das Schloss (appunto Il castello; ecco il testo integrale), romanzo dell'autore praghese Franz Kafka, pubblicato postumo nel 1926.
In scena al Teatro della Tosse, nelle sale (Campana e Agorà) e in altri spazi (il foyer, il retro del palcoscenico) - fino a sabato 11 febbraio, ore 21, lo spettacolo accade in luoghi diversi proprio come nella storia, anche se il nostro viaggiare (guidati dallo sguardo rassicurante e divertito dello stesso regista Giorgio Barberio Corsetti) non coincide esattamente con la peregrinazione dell'agrimensore K. (Ivan Franek).
Seduti per terra (sempre su cartone) o più comodamente in poltrona, in ginocchio o in piedi, gli spettatori sono messi in una posizione scomoda, ma soprattutto precaria, non stabile, proprio come il personaggio principale. Sono vicini, o meglio dentro, la Locanda del ponte, quasi commensali alla pari dei personaggi che hanno di fronte. Oppure sono riportati al loro posto in platea ad assistere alla recita che nella distanza fa suonare la letterarietà del testo, il suo essere parola scritta per essere letta e non detta.
Poi ci riporta alla Locanda del Ponte o all'Albergo dei Signori, alla scuola o a casa di Barnabas e delle sue sorelle o, magari, nel cortile del Castello. E questo continuo avvicinarsi e allontanarsi non può che contribuire prepotentemente alla costruzione dell'esperienza e del senso stesso dello spettacolo. Mai nessuno, né l'agrimensore K. né alcuno dei personaggi, va al castello, che resta un'idea e non diventa mai neanche in scena un'immagine - proprio come nelle prime battute del romanzo stesso: "Il paese era sprofondato nella neve. Il colle non si vedeva, nebbia e tenebre lo circondavano, non il più debole chiarore rivelava il grande castello".
La formula non è nuova nelle produzioni di Giorgio Barberio Corsetti, che sperimenta in questa direzione da anni e che anche intorno a Kafka ha lavorato, impostando molta della sua ricerca intorno a varie opere, fin dalla metà degli anni '80. Sulla costruzione di una serie di quadri si fonda dunque lo svolgimento spettacolare, in cui di volta in volta gli interpreti possono fungere da agenti dinamici, tableau vivant, o addirittura ritratti 3D, ma anche proiezioni video montate attraverso riprese incrociate e sovrapposte, e modificate nelle proporzioni (una tecnica piuttosto diffusa di intarsi a chiave cromatica o chroma key, che unisce due sorgenti video a partire da un colore definito, spesso utilizzata in TV). Si aggiunge alla sperimentazione di linguaggi il web e il cellulare che ampliano le possibilità di fruizione: nel primo caso con un gioco online e nel secondo con una serie di SMS individuali che si intersecano con l'azione scenica.
La storia è quella dell'agrimensore K. che arriva da straniero in un villaggio dominato da un castello e dal suo conte, che però sono inaccessibili. Essere straniero per K. è una condizione tendenzialmente temporanea che lui sfida con tutte le sue forze, contando appunto su un riconoscimento da parte dell'autorità che l'ha convocato, promettendogli il lavoro di agrimensore. La società umana e burocratica con cui è costretto a confrontarsi, però lo rigetta di continuo nella condizione iniziale, di chi è sconosciuto, forse vagabondo, senza autorità, né diritti, un impostore forse (come compare scritto su un cartone), certo un corpo estraneo che genera scompiglio e fastidio tra la gente della contea.
I toni surreali, di una situazione sempre più esasperante, che si intrica invece di dipanarsi nel percorso, si associano a uno stile giocoso e grottesco: in particolare in un tableau vivant, dove l'attrice muove la bocca (Patrizia Romeo), ma la voce che esce è maschile e il fagotto che tiene in braccio, svela il volto di un uomo maturo e non quello di un neonato. Ciò che vediamo dunque può essere come no ciò che sembra e fidarsi è lo stesso errore che compie K.? L'energia che l'attore Ivan Franek nel ruolo di K. inietta in ogni singola battuta, confronto, scena (a volta quasi parodica, rispetto a un contesto che apertamente lo ostacola) è proprio l'origine di tutta la frustrazione con cui il personaggio alla fine dovrà fare i conti e a cui andrà inesorabilmente in contro.
Il movimento (in scena e degli spettatori), la dimensione di gioco, le situazioni paradossali e profondamente comiche create soprattutto da Julien Lambert nei panni di Barnabas, di Fortunato Leccese che è (tra gli altri ruoli) Artur accanto al Jeremias di Alessandro Riceci inseriscono anche un altro elemento della poetica di Barberio Corsetti, la clownerie. Un acrobatico uso ludico del corpo e del volto che all'interno della una coppia di aiutanti dell'agrimensore, Artur-Jeremias crea espliciti numeri buffi, fermo restando che intorno a questi due figure, inviate a K. da non si sa bene chi, venga perpetrata una delle forme di 'tortura' a cui K. è sottoposto. I due sono poco più che molesti birboni in cerca di spasso e dispetti affatto innocenti (la seduzione e fuga della fidanzata di K., Frieda).
Tutta la burocrazia kafkiana e la sua vera natura ci è rivelata, di nuovo con comicità e adesione rapida ai vari personaggi da Fabrizio Lombardo nelle varie versioni: Maestro, Sindaco, funzionario Momus, Burgel. In rapidissimi cambi di costume, ma convincenti trasformazioni interpretative anche i ruoli femminili vanno in scena portando ingenuità alla dimensione concreta del personaggio, tra dimensione onirica e fanciullesca, con Mary Di Tommaso che è la sensuale e giovane Frieda, l'algida e triste moglie del sindaco Mizzi, la brillante Pepi, la giovane e disillusa Amalia; e Patrizia Romeo (Locandiera, Olga, Maestra).
Una serata che chiede di ricostruire, di mettere insieme comporre, continuando però ad alludere a quella precarietà e impossibilità che vive il protagonista e che fa crollare tutto (aspettative, idee, immagini, sogni). Interessantissimo.