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Facebook, la privacy e una Genova incazzata

 
Dopo l'articolo di Laura Guglielmi, anche Donatella Alfonso dice la sua sul social network di Mark Zuckerberg. «Non siamo così liberi come crediamo»
 
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«Una discussione notturna sulla bacheca di Facebook si dilata. La grande Laura [Guglielmi, direttora di mentelocale, ndr], implacabile, mi chiede un pezzo; volentieri. Così io surfo su Facebook cercando di sfuggire ai tranelli del grande fratellino Zuckerberg. E mica solo di lui: anche di tanti di noi che diamo del nostro peggio seduti al pc».
Ecco come è nato questo articolo di Donatella Alfonso, una riflessione su Facebook dopo la pubblicazione dell'articolo Facebook è davvero democratico? di Laura Guglielmi.

Volete dire la vostra su questo argomento? Scrivete a laura.guglielmi@mentelocale.it.
 
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Genova, 16 febbraio 2012
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di Donatella Alfonso *
   
 
Si può vivere senza Facebook?

Martedì 21 febbraio alle ore 18 il BerioCafé di Genova (via del Seminario) ospita un dibattito su come il social network creato da Mark Zuckerberg ha influenzato il nostro quotidiano e cambiato il modo di fare e percepire l'informazione.

Nel corso di Facebook Pause il blogger Adriano Casissa congelerà il suo account Facebook, attualmente non monitorato dal 21 dicembre 2011, che verrà chiuso definitivamente il giorno 21 marzo 2012 ore 17.00 sempre al BerioCafè.
Prendendo spunto dalla scelta di Casissa, la direttora di mentelocale.it Laura Guglielmi modera una discussione fra addetti ai lavori e lettori. Partecipano i blogger Adriano Casissa e Marta Traverso e il presidente dell'Istituto per le Politiche dell'Innovazione Guido Scorza.

L'evento viene trasmesso in streaming attraverso il canale Ustream Beriocafe e raccontato live su Twitter con l'hashtag #fbpause. È inoltre possibile intervenire a distanza tramite Skype (nome skype beriocafe).
La partecipazione è libera, gratuita e non richiede iscrizione.

Per info
Facebook Pause

Colto al volo dal tavolo accanto nella pizzeria affollata a pranzo: «Io quando mi sono iscritto a Facebook ci ho messo un nickname e la foto del mio cane. Un attimo dopo appare l’invito a connettermi con mia sorella e due mie ex ragazze! Ma capisci come funziona questo? Attraverso le mail? Ti beccano subito».

Quattro trentenni, tre maschi e una ragazza. Nessuno obietta all’invasione della privacy più di tanto, anzi sembrano tutti serafici: è la Rete, bellezza. E concordano (a questo punto ho l’orecchio sul loro tavolo, di fatto) sull’idea che Zuckerberg è figo perché «se ti beccano sulle persone, è soprattutto con la pubblicità che hanno sfondato». E fin qui ce ne siamo accorti tutti: basta che tu scriva in chat a un’amica che hai comprato un paio di scarpe e misteriosamente ti appaiono inviti a siti fashion. Pensiamoci: vuol dire che qualche misterioso cinese di Zuckerberg non solo si occupa di mettere in relazione i nostri acquisti con i siti adeguati, ma fa lo stesso con le nostre vite, le persone di cui parliamo o le idee che esprimiamo.

E ammetto, allora, che questo retropensiero spesso mi fa pensare che non sono così libera quando parlo anche in privato sul social network, intendo sui messaggi o in chat. E mi viene l’istinto all’autocensura: se su qualsiasi argomento, dalla necessità di ripristinare la ghigliottina all’uso benefico del sadomaso, dovessi esprimere qualche pensiero politicamente scorretto (ma chi lo decide? Zuckerberg? I suoi cinesi? Chi lo comanda?) a chi sarò segnalata?
Peraltro: tranquilli, non ho di queste tendenze, né forcaiole né di divertimento. Però ci sono argomenti sui quali non mi va che Zuckerberg si faccia i fatti miei. Indi mi astengo. Non siamo così liberi come ci illudiamo di essere.

Perché ci vado su Facebook, allora? Beh, perché no? Chiacchiero con amici e persino parenti, curioso tra gli eventi, ritrovo persone sparite da tempo. A volte mi permetto anche di rispondere a qualche post. E allora, apriti cielo: ecco che si aprono le cateratte dell’insulto. Quello proprio non lo sopporto. Come se rispondere (obiettando, dando un proprio parere) a chi spesso non fa altro che fare un copia-incolla di insulti già postati da altri su questo o su quello, fosse un reato: Facebook o lo prendi in toto o te ne vai, se uno è - anche casualmente, a volte solo perché amico di un amico - sulla tua bacheca e tu non lo condividi, preparati: sarai insultato come un cane.

Ecco, ammetto di aver scelto di togliere l’amicizia a più di un cafone di questo modello. Ma è un sintomo: quello di un paese incazzato - e di una Genova che lo è ancora di più - con tutti, partendo ovviamente da politici e amministratori, poi privilegiati e caste miste (o presunte tali). E se qualcuno non è incazzato con chi è nel mirino, o precisa che le cose, magari perché lo sa direttamente, non stanno così, allora merita di essere a sua volta nel mirino.
Se il social network è peggio della realtà, allora è meglio una piazza: almeno ci vediamo in faccia. Se questo è il nostro paese, questo il clima della nostra città, che brutto momento che stiamo vivendo.

 

* Giornalista, Consigliere Associazione Ligure dei Giornalisti, Coordinatrice uscente Commissione pari Opportunità Fnsi

 
 
 
 
 
 
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