Colto al volo dal tavolo accanto nella pizzeria affollata a pranzo: «Io quando mi sono iscritto a Facebook ci ho messo un nickname e la foto del mio cane. Un attimo dopo appare l’invito a connettermi con mia sorella e due mie ex ragazze! Ma capisci come funziona questo? Attraverso le mail? Ti beccano subito».
Quattro trentenni, tre maschi e una ragazza. Nessuno obietta all’invasione della privacy più di tanto, anzi sembrano tutti serafici: è la Rete, bellezza. E concordano (a questo punto ho l’orecchio sul loro tavolo, di fatto) sull’idea che Zuckerberg è figo perché «se ti beccano sulle persone, è soprattutto con la pubblicità che hanno sfondato». E fin qui ce ne siamo accorti tutti: basta che tu scriva in chat a un’amica che hai comprato un paio di scarpe e misteriosamente ti appaiono inviti a siti fashion. Pensiamoci: vuol dire che qualche misterioso cinese di Zuckerberg non solo si occupa di mettere in relazione i nostri acquisti con i siti adeguati, ma fa lo stesso con le nostre vite, le persone di cui parliamo o le idee che esprimiamo.
E ammetto, allora, che questo retropensiero spesso mi fa pensare che non sono così libera quando parlo anche in privato sul social network, intendo sui messaggi o in chat. E mi viene l’istinto all’autocensura: se su qualsiasi argomento, dalla necessità di ripristinare la ghigliottina all’uso benefico del sadomaso, dovessi esprimere qualche pensiero politicamente scorretto (ma chi lo decide? Zuckerberg? I suoi cinesi? Chi lo comanda?) a chi sarò segnalata?
Peraltro: tranquilli, non ho di queste tendenze, né forcaiole né di divertimento. Però ci sono argomenti sui quali non mi va che Zuckerberg si faccia i fatti miei. Indi mi astengo. Non siamo così liberi come ci illudiamo di essere.
Perché ci vado su Facebook, allora? Beh, perché no? Chiacchiero con amici e persino parenti, curioso tra gli eventi, ritrovo persone sparite da tempo. A volte mi permetto anche di rispondere a qualche post. E allora, apriti cielo: ecco che si aprono le cateratte dell’insulto. Quello proprio non lo sopporto. Come se rispondere (obiettando, dando un proprio parere) a chi spesso non fa altro che fare un copia-incolla di insulti già postati da altri su questo o su quello, fosse un reato: Facebook o lo prendi in toto o te ne vai, se uno è - anche casualmente, a volte solo perché amico di un amico - sulla tua bacheca e tu non lo condividi, preparati: sarai insultato come un cane.
Ecco, ammetto di aver scelto di togliere l’amicizia a più di un cafone di questo modello. Ma è un sintomo: quello di un paese incazzato - e di una Genova che lo è ancora di più - con tutti, partendo ovviamente da politici e amministratori, poi privilegiati e caste miste (o presunte tali). E se qualcuno non è incazzato con chi è nel mirino, o precisa che le cose, magari perché lo sa direttamente, non stanno così, allora merita di essere a sua volta nel mirino.
Se il social network è peggio della realtà, allora è meglio una piazza: almeno ci vediamo in faccia. Se questo è il nostro paese, questo il clima della nostra città, che brutto momento che stiamo vivendo.
* Giornalista, Consigliere Associazione Ligure dei Giornalisti, Coordinatrice uscente Commissione pari Opportunità Fnsi