Grintosa, ironica, disincantata. Tagliente nelle osservazioni, verace nei modi, oltre che molto femminile (al di là degli inverosimili tacchi), Sabrina Impacciatore è una bella donna nel senso pieno, complesso e tondo del termine - non solo lusinga. L'attrice, già pluripremiata (al cinema soprattutto), è a Genova da quasi un mese impegnata, tra vertiginoso entusiasmo e un esplicito timore (quasi reverenziale) per il regista Valerio Binasco, alla messa in scena di È stato così, monologo tratto dall'omonimo romanzo di Natalia Ginzburg, adattato per la scena dallo stesso Binasco - in prima nazionale dal 28 febbraio al Teatro della Tosse, che coproduce lo spettacolo.
«Genova è stata per me un'epifania. È una città che ha qualcosa di retrò e di struggente, un'atmosfera perfetta per la mia natura malinconica. Ma soprattutto è un posto che mi fa sentire al sicuro e mi commuove, accogliendomi con un calore anni '50. Ho anche pensato di trasferirmi proprio in piazza San Bernardo per vivere davanti all'ammiraglio (della trattoria Il Mangiabuono), una persona che quando la incontri non la vuoi più lasciare». Al di là della città, Sabrina - in quello che definisce «il suo periodo di clausura o il militare» - è rapita da un testo che finalmente propone un ritratto di donna profondo, lontano dai tanti che circolano, che le vengono proposti e che «ritraggono le donne come figurine tagliate con l'accetta, che ti costringono a tirare fuori il sangue dalle rape, in figure poco complesse e complete. Sto godendo come una pazza a stare dentro questo personaggio o anche solo a leggere una psicologia così variegata e piena di sfaccettature. Ha aperto in me un desiderio e anche una frustrazione. Per questo vorrei fare un appello a chi scrive sulle donne: Che si documentasse! e mi chiedo: ma questi uomini che scrivono, ma con chi hanno a che fare? Ma perché non si concentrano su una donna, che magari potrebbero cominciare a capirci qualcosa? Senza contare le donne che scrivono sulle donne: ma che c'hanno? Ma perché non si ricordano che siamo femmine e che è un valore enorme? Questo romanzo parla di ognuna di noi».
Valerio Binasco ha scelto questo testo della Ginzburg perché ultimamente, afferma: «Soffro sempre di più nel vedere le donne ancora assoggettate a un'onda di razzismo, fatto di luoghi comuni e stereotipi che le rendono vittime; è un sentimento che mi fa sentire rabbioso, per cui vado alle prove con rivalsa anche autodistruttiva. Con la maturità ho capito che il mondo femminile è molto difficile da raccontare e tutte le volte che lo indago scopro quanto sia complicato andare fino in fondo. Prima guardavo alla sofferenza umana in generale con un senso un po' masochistico. Oggi la sofferenza delle donne mi commuove di più. Ci sono due propensioni in questo testo: quella di lei verso l'amore
assoluto e accanto quella di lui che emerge parallelamente, in
quell'impulso tipicamente maschile a mentire anche se non ce n'è bisogno e a tacere in quella non-voglia di evolvere nel proprio senso di
responsabilità. Proprio in quel silenzio, in quel buco nero, lei spara. Lì dove lui mette la bugia e il mutismo, lei spara. Perché le donne
sono troppo vitali per accettare questo nero. Rispetto al personaggio del romanzo, Sabrina è un'attrice moderna che di per sé attualizza il lavoro, spogliando questo personaggio di quella fragilità remissiva, di quelle atmosfere da ballo liscio dell'epoca, per una figura meno votata ad essere vittima».
In scena la storia di un amore ossessivo: «Un desiderio incolmabile di colmare un grosso buco, alla ricerca di essere amati», afferma Impacciatore. È la storia di una donna tradita, che ripercorre le tappe del suo amore fino al tragico epilogo, «perché - prosegue l'attrice - una volta entrati in contatto con questo pozzo senza fine è possibile impazzire». Impacciatore dice di sentirsi «più vulnerabile che mai, spero di essere accolta in una casa-famiglia - prosegue scherzando - sono ancora alla ricerca di una forma a questo personaggio. È l'esperienza professionale più difficile e appassionante che abbia mai esplorato fino ad oggi, un testo che può facilmente generare identificazione e non ho remore a dire che mi sento molto vicina a lei. Per me è un'occasione di messa in prova; volevo tanto lavorare con Binasco, dai cui lavori sono rimasta folgorata. Io non mi sento un'attrice e non so ancora cosa voglia dire esserla. Mi sento perduta e sono nel buio, come in una caduta libera, senza rete e spero di poter trattenere almeno qualcosa di questa esperienza».
L'avvio per il lavoro registico Binasco l'ha trovato «nelle note di Cesare Garboli che ad un certo punto parla di un romanzo dai ritmi veloci, velocissimi, come se il flusso delle parole fosse in preda ad un'accelerazione come di un convoglio senza più comandi. Sì, un treno che parte in discesa... Per questo stiamo lavorando su una recitazione sdrucciola, che cade giù in un vortice che oscilla tra lettura e interpretazione e rifugge da entrambe per affrontare il testo a occhi chiusi, fidandosi delle immagini che prendono corpo dalle parole, lasciando perdere tutte le regole di punteggiatura e di dizione, per non restituire qualcosa di realistico e letterario, ma passionale, dove la velocità domina tutto. Una performance molto emotiva, un modo di creare pathos che mi sorprende, che resta lì come brace, in una vita quotidiana che non esiste perché è solo pensata non ha più niente di concreto. Una tortura incessante, di una figura che mi ricorda un'anima dannata che sta sempre lì e non brucerà mai. Per altro la Ginzburg stessa confessò di aver scritto il testo dopo aver letto un romanzo americano, e come in preda a un grande dolore, non aveva più voglia di scrivere virgole, che rappresentavano passi in avanti che lei non si sentiva più di compiere. Così abbiamo lavorato su una recitazione senza virgole».
Lei e lui, personaggi senza nome come tutte le figure del testo, a parte Giovanna e un certo dottor Gaudenzi, incarnati in un'unica figura sulla scena collocata in un contesto molto semplice, come spiega la scenografa Laura Benzi: «Un riquadro di tappezzeria, realizzato con due pannelli, che vive grazie all'azione della luce e delle ombre di lei. Come la dama in un quadro o, come diceva Binasco, un'anima dannata la scena è fatta per avvolgerla, un piedistallo su cui questo personaggio eterno possa vivere. Si è trattato di un processo di sottrazione. Siamo partiti da un'immagine di Bacon di una donna seduta su un tappeto rosa, poi vari passaggi, prima attraverso la sintetizzazione di una stanza, ci hanno portato a qualcosa che può evocare degli ambienti ma non è mai naturalistico».